giovedì 14 giugno 2007

Cicerone - Sulla divinazione (in italiano)

Cicerone: Della divinazione


LIBRO PRIMO


I 1 È un'opinione antica, risalente ai tempi leggendari e corroborata dal
consenso del popolo romano e di tutte le genti, che vi siano uomini dotati
di una sorta di divinazione - chiamata dai greci mantiké -, cioè capaci di
presentire il futuro e di acquisirne la conoscenza. Capacità magnifica e
salutare, se davvero esiste, grazie alla quale la natura di noi mortali si
avvicinerebbe il più possibile alla potenza degli dèi! E come in altri
casi noi romani ci esprimiamo molto meglio dei greci, così anche a questa
straordinaria dote i nostri antenati dettero un nome tratto dalle
divinità, mentre i greci, come spiega Platone, derivarono il nome
corrispondente dalla follìa. 2 Non conosco, in verità, alcun popolo, dai
più civili e colti fino ai più efferati e barbari, che non creda che il
futuro si manifesti con segni premonitori, e che esistano persone capaci
di comprenderli e di spiegarli in anticipo. Incominciamo dalle
testimonianze più antiche: per primi gli assiri, abitando vasti territori
pianeggianti e potendo perciò vedere il cielo aperto fino all'orizzonte in
ogni direzione, osservarono assiduamente i passaggi e i moti delle stelle,
e, quando li ebbero registrati, tramandarono ai posteri quale presagio
costituissero per ciascun individuo. Tra gli assiri, si ritiene che in
particolare i caldèi - nome di una gente, non della loro arte - con
l'incessante osservazione delle stelle abbiano fondato una scienza che
permetteva di predire che cosa sarebbe accaduto a ciascuno e con quale
destino ciascuno era nato. La stessa maestria si crede che abbiano
raggiunto anche gli egiziani, nel corso di un tempo lunghissimo, durante
secoli pressoché innumerevoli. Ancora: gli abitanti della Cilicia e della
Pisidia e quelli, confinanti con loro, della Panfilia (genti, tutte, che
io ho governato) credono che il volo e il canto degli uccelli servano a
predire con la massima certezza il futuro. 3 E la Grecia inviò mai dei
propri abitanti a fondar colonie in Eolia, in Ionia, in Asia, in Sicilia,
in Italia senza aver prima consultato l'oracolo di Delfi o quello di
Dodona o quello di Ammone? E quale guerra fu intrapresa dai greci senza
aver consultato gli dèi?
II Né è stato praticato un solo genere di divinazione, sia per affari di
Stato sia per prendere decisioni private. Anche a prescindere dagli altri
popoli, il nostro a quanti tipi di divinazione è ricorso! Innanzi tutto il
padre della nostra città, Romolo, non solo fondò Roma dopo aver preso gli
auspicii, ma, a quanto si narra, fu egli stesso un ottimo àugure. Dopo di
lui, gli altri re consultarono sempre gli àuguri; e dopo la cacciata dei
re nessuna decisione riguardante lo Stato, in pace come in guerra, si
prendeva senza essere prima ricorsi agli auspicii. E siccome credevano che
la scienza degli arùspici avesse grande importanza sia nel cercar di
ottenere buoni eventi e nel ricevere buoni consigli, sia nell'interpretare
i prodìgi e nello stornare con espiazioni la loro forza malefica,
attingevano tutta questa dottrina dall'Etruria, perché nessun genere di
divinazione venisse trascurato. 4 E poiché le anime umane, quando non le
governano la ragione e il sapere, sono eccitate spontaneamente in due
modi, negli accessi di follìa e nei sogni, i nostri antenati, ritenendo
che la divinazione manifestantesi nella follìa fosse interpretata
soprattutto nei versi sibillini, istituirono un collegio di dieci
interpreti di tali libri, scelti fra i cittadini. Riguardo a questo genere
di divinazione, credettero spesso di dover dare ascolto anche alle
profezie gridate in stato di esaltazione dagl'indovini e dai vati: per
esempio, a quelle di Cornelio Culleolo nella guerra di Gneo Ottavio contro
Cinna. Né il sommo consesso, il senato, trascurò i sogni, se per la loro
importanza sembravano necessari a prender decisioni riguardanti lo Stato.
Ancora ai nostri tempi Lucio Giulio, console insieme con Publio Rutilio,
per decreto del senato restaurò il tempio di Giunone Sòspita in séguito a
un sogno di Cecilia, figlia di Cecilio Baliarico.
III 5 Gli antichi, a mio parere, credettero alla verità della divinazione
più perché impressionati dall'avverarsi delle profezie che per
argomentazioni razionali. Ma quanto ai filosofi, sono stati raccolti i
loro sottili ragionamenti per dimostrare che la divinazione corrisponde al
vero. Tra essi (mi rifaccio dai più antichi), Senofane di Colofone fu il
solo che, pur credendo all'esistenza degli dèi, negò ogni fede nella
divinazione. Tutti gli altri, eccettuato Epicuro che sulla natura degli
dèi disse cose assurde, approvarono la divinazione, ma non nella stessa
misura. Socrate e tutti i socratici, Zenone stoico e i suoi seguaci, si
attennero alla dottrina dei filosofi più antichi, e dello stesso parere
furono l'Accademia antica e i peripatetici; già prima di essi, Pitagora
aveva attribuito alla divinazione grande autorità (egli stesso, anzi, si
considerava un àugure), e Democrito, filosofo di grande valore, in molti
passi delle sue opere dichiarò di credere ai presentimenti del futuro.
Invece il peripatetico Dicearco considerò veritieri soltanto i sogni e le
profezie gridate in accessi di follìa, negò fede a ogni altro genere di
divinazione e il mio intimo amico Cratippo, che io considero pari ai
peripatetici più grandi, egualmente credette a quei due tipi di profezie,
ripudiò tutti gli altri. 6 Ma avendo gli stoici difeso in generale ogni
divinazione (poiché Zenone nelle sue opere aveva, per così dire, sparso
qua e là i semi di questa dottrina e Cleante li aveva sviluppati
alquanto), ecco sopraggiungere un uomo d'ingegno acutissimo, Crisippo, il
quale espose tutta la dottrina della divinazione in due libri, e poi in un
altro libro trattò degli oracoli, in un altro ancora dei sogni; dopo di
lui scrisse un libro sulla divinazione Diogene di Babilonia suo discepolo,
due Antipatro, cinque il mio Posidonio. Ma dagli stoici si discostò il
maggior pensatore di quella scuola, Panezio, maestro di Posidonio, scolaro
di Antipatro; tuttavia egli non si spinse fino a negare la validità della
divinazione, ma dichiarò di dubitarne. Ciò che fu lecito di fare fino a un
certo punto a lui, stoico, contro l'aspro dissenso degli altri stoici, gli
stoici non concederanno di farlo a noi fino in fondo? Tanto più che ciò di
cui Panezio dubita, è considerato più chiaro della luce del sole dagli
altri della stessa scuola. 7 Ma questo titolo di merito dell'Accademia ha
la conferma del giudizio e della testimonianza di un filosofo di gran
valore.
IV Io stesso mi sono chiesto quale giudizio si debba dare sulla
divinazione, poiché Carneade aveva discusso a lungo contro gli stoici con
acutezza e facondia, e ho temuto di dare il mio assenso con troppa
facilità a una dottrina falsa o non sufficientemente approfondita. Mi
sembra dunque che il meglio sia mettere a confronto più e più volte, con
attenzione, gli argomenti a favore e contro, come ho fatto nei tre libri
Sulla natura degli dèi. In effetti, se in ogni questione è disonorevole la
precipitosità nell'aderire a una tesi e l'uscire dalla retta via, tanto
più lo è dove si tratta di giudicare quanta autorità dobbiamo attribuire
agli auspicii, ai riti, alla religione. C'è infatti il pericolo di cadere
o in un'empia aberrazione, se trascuriamo queste cose, o in una
superstizione da vecchierelle, se le accettiamo.
V 8 Di questi problemi ho discusso spesso, ma con particolare impegno
recentemente, quando mi trovavo con mio fratello Quinto nella mia villa di
Tusculo. Eravamo saliti al Liceo per passeggiare (così son solito chiamare
il piano superiore del ginnasio). Egli mi disse: «Ho letto per intero,
poco tempo addietro, il terzo libro del tuo Sulla natura degli dèi, nel
quale la polemica che tu fai pronunciare a Cotta ha scosso la mia
opinione, non l'ha tuttavia completamente annientata.» «Giustissimo,»
risposi; «in verità Cotta svolge la sua discussione in modo da confutare
gli argomenti degli stoici, senza per questo distruggere la religione
degli uomini.» E Quinto: «Cotta lo dichiara, anzi lo ripete più volte,
allo scopo, credo, di non esser preso per un trasgressore dei principii
comuni a tutti; ma a me sembra che, per troppo zelo di polemizzare contro
gli stoici, finisca col negare completamente gli dèi. 9 Beninteso, non
sento il bisogno di replicare al suo discorso: la religione è già stata
difesa a sufficienza nel secondo libro da Lucilio Balbo, la cui
trattazione tu stesso consideri più vicina alla verità, come dichiari alla
fine del terzo libro. Ma c'è un argomento che è stato tralasciato in quei
tre libri, perché, suppongo, hai ritenuto che fosse più opportuno
indagarlo e discuterne a parte: la divinazione, cioè la predizione e il
presentimento di quelle cose che si considerano effetto del caso. Se sei
d'accordo, vediamo quale potere essa abbia e quale natura. Io sono di
questa opinione: se sono veritieri quei generi di divinazione che ci sono
stati tramandati e che pratichiamo, allora gli dèi esistono; e se, a loro
volta, gli dèi esistono, vi sono persone capaci di predire il futuro.»
VI 10 «Tu difendi la roccaforte degli stoici, Quinto,» io risposi, «se
davvero c'è reciproca implicazione tra questi due enunciati: se c'è la
divinazione, ci sono gli dèi, e se gli dèi ci sono, c'è la divinazione. Ma
né l'uno né l'altro enunciato vien dato per vero con tanta facilità quanto
tu credi. Da un lato, il futuro può essere indicato da eventi naturali,
senza l'intervento della divinità; dall'altro, anche ammesso che gli dèi
esistano, può darsi che essi non abbiano concesso al genere umano alcuna
capacità di divinazione. » E Quinto: «Ma per me il fatto stesso che vi
siano, a mio giudizio, generi di divinazione chiari ed evidenti
costituisce una prova sufficiente dell'esistenza degli dèi e della loro
provvidenza nei riguardi delle cose umane. Ti esporrò volentieri il mio
parere su tutto ciò, a patto che tu sia libero da altre occupazioni e non
abbia qualcosa da anteporre a questa nostra conversazione.» 11 «Per la
filosofia,» risposi, «io ho sempre l'animo disposto, caro Quinto; e poiché
adesso non ho nient'altro a cui possa dedicarmi volentieri, tanto più son
desideroso di sentire il tuo parere sulla divinazione.»
«Non dirò nulla di nuovo,» incominciò Quinto, «né opinioni mie divergenti
da quelle altrui: io seguo una dottrina antichissima e, per di più,
confermata dal consenso di tutti i popoli e di tutte le genti. Due sono i
generi di divinazione, l'uno che riguarda l'arte, l'altro la natura. 12
Quale popolo c'è, d'altronde, o quale città, che non rimanga impressionata
dalla predizione degli indagatori delle viscere di animali o degli
interpreti dei prodìgi e dei lampi o degli àuguri o degli astrologi o di
coloro che estraggono le "sorti" (questi che ho enumerato si riferiscono
all'arte), ovvero dai presagi dei sogni e delle grida profetiche (questi
due si considerano naturali)? Di tutto ciò io credo che vadano indagati i
risultati piuttosto che le cause. C'è, difatti, una dote naturale che, o
dopo lunga osservazione degl'indizi profetici, o per qualche istinto e
ispirazione di origine divina, preannuncia il futuro.
VII La smetta perciò Carneade di incalzarci (come faceva anche Panezio)
chiedendo se è stato Giove a ordinare alla cornacchia di gracidare da
sinistra, al corvo da destra. Questi fenomeni sono stati osservati da
tempo infinito, si è tenuto conto di ciò che accadeva dopo che si erano
manifestati certi segni. Del resto, non c'è nulla che, nel lungo scorrere
del tempo, non possa essere chiarito e messo in evidenza mediante il
ricordo dei fatti e la consultazione dei documenti scritti. 13 È lecito
constatare con lieta meraviglia quali specie di erbe e di radici atte a
curare le morsicature delle bestie, le malattie degli occhi, le ferite,
siano state scoperte dai medici, senza che la ragione abbia mai spiegato
il motivo della loro efficacia: eppure la loro utilità ha dato credito
all'arte medica e allo scopritore. Osserviamo un po' quei fenomeni che,
pur appartenendo a un genere diverso, sono tuttavia alquanto affini alla
divinazione: «E anche il mare gonfio indica spesso l'appressarsi dei
venti, quando all'improvviso e fin dal profondo si solleva, e gli scogli
biancheggianti, battuti dalla spuma nivea dell'acqua salata, gareggiano
con Nettuno nel mandar lugubri voci, o quando un fitto stridore,
proveniente dall'alta vetta d'un monte, si accresce, ripercosso dalla
barriera degli scogli.»
VIII Di questi presagi sono pieni i tuoi Prognostici. Ebbene, chi potrebbe
scoprire le cause dei presagi? Vero è che lo ha tentato, a quel che vedo,
lo stoico Boeto, il quale riuscì in parte a spiegare i fenomeni marini e
celesti. 14 Ma chi saprebbe dire con qualche probabilità perché avvengano
questi altri fatti?
"Del pari la grigia fòlaga, fuggendo dal gorgo profondo del mare, col suo
grido annunzia che incombono orribili tempeste, ed effonde dalla tremula
gola alte voci. Spesso anche l'acrèdula fa sgorgare dal petto una nenia
tristissima e persiste nel suo canto mattutino: persiste nel suo canto e
lancia dalla bocca continui lamenti, appena l'aurora fa cadere la fredda
rugiada. E non di rado la nera cornacchia, scorrazzando per la spiaggia,
immerge la testa e fa spruzzare i flutti sul collo."
IX 15 Vediamo che questi indizi non mentono quasi mai, eppure non vediamo
perché ciò accada.
"Anche voi, nutrite di acqua dolce, vedete i segni della tempesta, quando
vi apprestate a lanciare vani richiami a gran voce, e con stridule grida
turbate le fonti e gli stagni."
Chi potrebbe immaginare che le ranocchie prevedano la tempesta? Ma è
insito nelle ranocchie un potere di presagire qualcosa: un potere
difficilmente negabile in quanto tale, anche se non ben comprensibile alla
ragione umana.
"E i bovi che incedono lenti, con lo sguardo rivolto al cielo luminoso,
aspirano dalle narici l'umido vapore dell'aria."
Non domando il perché, dal momento che constato che il presagio si avvera.
"Inoltre, sempre verde e sempre carico di bacche, il lentisco, che suole
arricchirsi di un triplice frutto, tre volte effondendo la sua messe
preannuncia i tre tempi dell'aratura."
16 Nemmeno questo chiedo, perché quel solo albero fiorisca tre volte o
perché con la fioritura indichi che è tempo di arare; mi accontento di
sapere che cosa accada, pur ignorando perché accada. In difesa di ogni
genere di divinazione, dunque, darò la stessa risposta che ho dato per
quei presagi che ho menzionato.
X Quale utilità ha la radice del convolvolo come purgante, quale efficacia
ha l'aristolochia contro il morso dei serpenti? (questa pianta si chiama
così dal nome del suo scopritore, il quale la trovò in seguito a un
sogno); io vedo che ciò è possibile, e mi basta; perché sia possibile, non
so. Allo stesso modo non sono in grado di capir bene a quale legge
razionale obbediscano i segni annunciatori dei venti e delle piogge, di
cui ho parlato prima; ma riconosco, so, constato il loro potere e il
risultato che ne consegue. Parimenti, so che significato abbia la
fenditura nelle viscere degli animali sacrificati, o la fibra; la causa di
questi presagi, non la so. E in tutta la nostra vita ci troviamo in questa
condizione: poiché quasi tutti credono agli indizi delle viscere. E
possiamo forse dubitare del valore profetico dei fulmini? Fra i tanti
esempi di tali miracoli, questo è soprattutto degno di ricordo: l'immagine
di Summano, che allora era di argilla, posta in cima al tempio di Giove
Ottimo Massimo, fu colpita da un fulmine, né si riusciva a ritrovare in
alcun luogo la testa della statua. Gli arùspici dissero che era caduta nel
Tevere, e fu trovata nel punto che da essi era stato indicato.
XI 17 Ma di quale autorità, di quale testimone migliore di te potrei
servirmi? Ricordo anche a memoria - e li ricordo con gioia - i versi che
la musa Urania dice nel secondo libro del tuo Consolato:
"Innanzi tutto Giove, infiammato dal fuoco etereo, ruota e rischiara con
la sua luce tutto il mondo, e mira a penetrare il cielo e la terra con la
sua mente divina che, chiusa e celata nelle cavità dell'etere eterno,
preserva fin nell'intimo i sensi e la vita degli uomini. E se vuoi
conoscere i movimenti e i percorsi vaganti delle stelle che si trovano
nella zona delle costellazioni, e che, a quanto dicono ingannevolmente i
greci e secondo il nome che essi han loro attribuito, vanno errando, ma in
realtà si muovono con velocità regolare entro un'orbita determinata,
vedrai che tutto ciò ha il contrassegno della mente divina. 18 Giacché, in
primo luogo, sotto il tuo consolato, quando compisti i riti lustrali sulle
alture nevose del monte Albano e con copioso latte onorasti le Ferie
latine, tu stesso vedesti movimenti alati di astri e congiunzioni male
auguranti di stelle che splendevano ardendo; vedesti le comete tremolanti
di splendente fuoco. E pensasti a grandi sconvolgimenti in una strage
notturna, poiché le Ferie latine erano cadute press'a poco in quel tempo
nefasto in cui la luna, addensando la sua luce, aveva nascosto il suo
volto splendente e tutt'a un tratto era scomparsa nella notte cosparsa di
stelle. E che dire della fiaccola di Febo, annunziatrice di triste guerra,
che volava con ardore di fuoco a guisa di immane colonna, dirigendosi
verso la parte dove il cielo precipita, verso il tramonto? O quando un
cittadino, colpito dal terribile fulmine a ciel sereno, abbandonò la luce
della vita, o quando la terra tremò col corpo gravido di vapori? E già
nelle ore della notte si vedevano vari spettri terribili, e annunziavano
guerra e sommosse, e gl'indovini qua e là effondevano dal petto invasato
molte profezie che minacciavano tristi eventi; 19 e quei fatti che, dopo
lungo trascorrere di tempo alfine accaddero, il padre degli dèi, egli
stesso, li preannunziava al cielo e alla terra, ripetendo l'annunzio con
segni continui ed evidenti.
XII Ed ecco che tutti gli eventi che un tempo, sotto il consolato di
Torquato e di Cotta, aveva profetato l'arùspice lidio della gente etrusca,
tutti insieme, stabiliti dal fato, li porta a termine l'anno del tuo
consolato. Ché il Padre altitonante, ergendosi sull'Olimpo stellato, colpì
col fulmine il colle una volta a lui caro e il suo tempio, e appiccò il
fuoco alla sua dimora sul Campidoglio. Allora l'antica e venerata effigie
bronzea di Natta si abbatté al suolo, e scomparvero le tavole delle leggi
di vetusta, sacra autorità, e la vampa del fulmine annientò le immagini
degli dèi. 20 Qui c'era la silvestre nutrice marzia della gente romana,
che con le turgide mammelle alimentava di rugiada vitale i piccoli nati
dalla stirpe di Marte: essa allora, colpita insieme coi fanciulli dal
fulmine fiammeggiante, cadde e, divelta dalla base, vi lasciò l'impronta
dei piedi. Chi in quel tempo, leggendo e rileggendo gli scritti e i
documenti dell'arte divinatoria, non ricavava dalle carte etrusche lugubri
presagi? Tutti avvertivano che una grande sciagura per tutta la città, un
flagello stava per scatenarsi, per opera di una famiglia nobile; e
annunziavano anche, con parole sempre ripetute, la rovina delle leggi e
ordinavano soprattutto di sottrarre dalle fiamme i templi degli dèi e la
città, e di guardarsi da una strage e da un massacro orribile. Dicevano
che queste cose erano immutabilmente fissate da un tremendo destino, a
meno che, prima, una sacra immagine di Giove, fatta con arte, collocata su
un'alta colonna, fosse rivolta verso la chiara luce d'oriente. Soltanto
allora il popolo e il santo senato avrebbero potuto scoprire queste mene
occulte, se la statua di Giove, rivolta verso il sorgere del sole, avesse
potuto di lì vedere le sedi dei senatori e del popolo. 21 Questa effigie,
eseguita con gran ritardo e attesa per molto tempo, finalmente sotto il
tuo consolato fu collocata sulla sua alta sede; e in uno stesso momento,
stabilito e fissato dal destino, Giove faceva risplendere il suo scettro
in cima alla colonna, e la rovina della patria, preparata col ferro e col
fuoco, veniva rivelata dalle parole degli Allobrogi ai senatori e al
popolo.
XIII A ragione, dunque, gli antichi, dei quali voi custodite gli
insegnamenti, e che con moderazione e virtù governavano popoli e città, -
a ragione anche i vostri compatrioti, la cui religiosità e il cui ossequio
ai numi superò tutti e di gran lunga li vinse la loro sapienza, onorarono
più che mai gli dèi insigni per potenza. Questi insegnamenti, d'altronde,
li intesero a fondo, con indagine sagace, coloro che lieti trascorsero in
nobili studi il tempo libero da fatiche quotidiane, 22 e che, nell'ombrosa
Accademia e nel luminoso Liceo, diffusero le splendide dottrine del loro
ingegno fecondo. Strappato ad essi fin dal primo fiorire della giovinezza,
tu fosti collocato dalla patria in mezzo al faticoso mondo delle virtù
attive. E tuttavia, dando un po' di tregua alle ansiose preoccupazioni
della vita civile, hai consacrato a quegli studi e a noi il tempo che la
patria ti lascia libero."
Tu dunque, che hai fatto quel che hai fatto e hai scritto con la massima
esattezza i versi che or ora ho recitato, hai il coraggio di opporti a ciò
che io dico sulla divinazione? 23 Perché stai a domandare, Carneade, per
qual motivo queste cose avvengano o con quale arte possano essere
comprese? Io confesso di non saperlo, ma affermo che tu stesso devi
riconoscere che avvengono. "Per caso", dici tu. Ma davvero può accadere
per caso ciò che ha in sé tutti i caratteri della verità? Quattro dadi,
lanciati a caso, dànno il "colpo di Venere"; ma se lancerai quattrocento
dadi, e otterrai il colpo di Venere per tutte e cento le volte, crederai
che ciò sia dovuto al caso? Dei colori schizzati a caso su una tavola
possono produrre i lineamenti di un volto; ma crederai che schizzando
colori a caso si possa ottenere la bellezza della Venere di Coo? Se una
scrofa col suo grifo avrà tracciato sul terreno la lettera A, la crederai
per questo capace di scrivere l'Andromaca di Ennio? Carneade immaginava
che nelle cave di pietra di Chio, in seguito alla spaccatura di un
macigno, fosse venuta in luce per caso la testa di un piccolo Pan: sono
disposto a credere che si trattasse di una qualche forma somigliante, ma
certamente non tale da potere essere giudicata opera di Scopa. Le cose,
non c'è dubbio, stanno così: il caso non può mai imitare perfettamente la
verità.
XIV 24 "Ma," si obietta, "talvolta cose che sono state predette non
accadono." Rispondo: "Quale arte è immune da questa eventualità?" Mi
riferisco, s'intende, a quelle arti che si basano su congetture e sono
opinabili. Forse non si deve considerare come un'arte la medicina? Eppure
in molti casi cade in errore. E quelli che guidano le navi, non sbagliano
mai? Non accadde forse che le truppe achee, con tanti comandanti di navi,
ripartissero da Ilio "guardando, lieti per la partenza, i pesci guizzanti
in mare," come dice Pacuvio, "né venissero presi da sazietà di godersi lo
spettacolo?".
Ma "frattanto, quando il sole già sta per calare, il mare incomincia ad
agitarsi, il buio si raddoppia, il nero della notte e quello dei nembi
acciecano lo sguardo..."
Dunque il naufragio di tanti famosissimi condottieri e sovrani ha tolto
ogni credito all'arte di pilotare le navi? Oppure l'arte militare non val
niente, per il fatto che poco tempo fa un comandante supremo è fuggito
lasciando l'esercito sconfitto? O la capacità e l'avvedutezza nel
governare lo Stato non esistono, perché in molti errori incorse Gneo
Pompeo, in parecchi Marco Catone, in qualcuno anche tu? Uguale è il caso
dei responsi degli arùspici, e ogni genere di divinazione è opinabile: si
basano su congetture, oltre le quali non è possibile spingersi. 25 Può
darsi che talvolta la congettura sia ingannevole, ma spessissimo conduce
alla verità: il suo inizio, difatti, si perde nella notte dei tempi, e
siccome innumerevoli volte, dopo che si erano manifestati gli stessi
presagi, accadevano quasi sempre gli stessi eventi, si è costituita l'arte
divinatoria con l'osservare e col registrare più volte le stesse cose.
XV Quale valore, poi, hanno i vostri auspicii! 1 quali, invero,
attualmente vengono ignorati dagli àuguri romani (non te ne avere a male
se lo dico), mentre sono ancora in vigore presso gli abitanti della
Cilicia, della Panfilia, della Pisidia, della Licia. 26 Non ho bisogno di
rammentare il nostro ospite, il re Deiòtaro, uomo insigne ed eccellente,
il quale non fa mai nulla se non dopo aver preso gli auspicii. Una volta
egli aveva progettato e iniziato un viaggio. Ammonito dal volo sfavorevole
di un'aquila, tornò indietro; ebbene, la stanza nella quale avrebbe
sostato se avesse proseguito il suo percorso, crollò la notte seguente. 27
Da lui stesso ho sentito dire che più volte ritornò sui suoi passi dopo
aver già compiuto un percorso di molti giorni. E di Deiòtaro è
particolarmente splendido ciò che ora dirò. Dopo essere stato punito da
Cesare con la perdita della tetrarchia, del regno, di un'ingente somma di
denaro, continua a dire che non si lagna di quegli auspicii che gli si
rivelarono favorevoli quando partì per unirsi all'esercito di Pompeo: ché
le sue armi difesero l'autorità del senato, la libertà del popolo romano,
la dignità del suo comando, e perciò gli uccelli per ammonimento dei quali
egli seguì la via del dovere e della lealtà gli dettero un buon consiglio:
la sua gloria doveva valere di più che i suoi possessi. Lui sì che, a mio
parere, ha seguito con spirito di verità l'arte augurale! I nostri
magistrati, invece, praticano auspicii forzati: è inevitabile che, offerto
il cibo, un pezzetto di esso cada giù dalla bocca del pollo mentre sta
mangiando. 28 Ma quanto alla prescrizione dei vostri libri, che è
favorevole l'auspicio se dalla bocca dell'uccello cade a terra un pezzo
del cibo, voi considerate particolarmente favorevole anche questo auspicio
che ho chiamato forzato. Perciò molti augurii, molti auspicii sono stati
del tutto obliati o trascurati per negligenza del collegio: di ciò si
duole Catone, il nostro saggio antico.
XVI Nemmeno quanto agli affari privati, se avevano qualche importanza, si
soleva fare alcunché, nei tempi andati, senza ricorrere agli auspicii.
Tuttora ciò è indicato dagli "àuspici delle nozze", i quali, andato in
disuso il loro còmpito, mantengono solo il nome. Come ora all'osservazione
delle viscere (sebbene anche questa pratica sia alquanto meno in vigore
che un tempo), così allora eran soliti, in cose importanti, chiedere
consiglio al volo degli uccelli. Perciò, se non ricerchiamo con cura i
presagi favorevoli, andiamo soggetti a quelli malauguranti e infausti. 29
Per esempio Publio Claudio, figlio di Appio il cieco, e il suo collega
Lucio Giunio persero ingenti flotte, perché avevano preso il mare con
auspicii contrari. Parimenti ciò accadde ad Agamennone, il quale, poiché
gli Achei avevano incominciato "a schiamazzare tra loro e a denigrare
apertamente l'arte degli scrutatori di viscere, ordina di salpare col
plauso delle truppe e con l'ostilità dei presagi."
Ma a che scopo rievocare fatti remoti? Che cosa sia accaduto a Marco
Crasso lo sappiamo, per avere spregiato il divieto dei presagi infausti.
In questa circostanza Appio, tuo collega e bravo àugure (come spesso mi
hai detto), con scarsa cognizione di causa, in qualità di censore,
inflisse un biasimo a Gaio Ateio, ottimo uomo ed egregio cittadino, perché
(questa la motivazione) aveva annunziato auspicii falsi. Sia pure,
ammettiamo che quello fosse il suo dovere di censore, se giudicava che
Ateio avesse trasgredito quel divieto; ma non fece il suo dovere di
àugure, dal momento che aggiunse per iscritto che per quella causa il
popolo romano aveva subìto una gravissima sciagura. Se, infatti, fu quella
la causa della sciagura, la colpa non va attribuita a chi la predisse, ma
a chi non obbedì alla dissuasione. Che la dissuasione fosse giusta, come
disse Appio, àugure e censore nello stesso tempo, fu dimostrato dagli
eventi; se fosse stata falsa, Appio non avrebbe saputo addurre alcuna
altra causa della sciagura. E in realtà le predizioni infauste, come gli
altri auspicii, presagi, segni, non ci dicono le cause per cui qualcosa
avverrà, ma ci annunziano che qualcosa di male avverrà se non correrai ai
ripari. 30 La premonizione di Ateio, dunque, non creò la causa della
sventura, ma, mostrando il segno infausto, avvertì Crasso di che cosa
sarebbe avvenuto se egli non avesse rinunciato ai suoi progetti. Dunque o
quell'ammonimento non valeva niente, o, se valeva (e di ciò Appio era
persuaso), la colpa doveva essere non di chi aveva ammonito, ma di chi non
aveva obbedito.
XVII E quel vostro lituo, che è la più cospicua insegna degli àuguri,
donde vi è stato tramandato? Fu con esso che Romolo tracciò le regioni del
cielo quando fondò la città. Questo lituo di Romolo - cioè un bastoncino
curvo e leggermente piegato nella parte superiore, che derivò questo suo
nome dalla somiglianza col lituo, tromba di guerra - era conservato nella
curia dei Salii, sul Palatino, e, quando essa fu distrutta dalle fiamme,
fu ritrovato intatto. 31 E ancora: c'è qualche scrittore antico che non
racconti come, molti anni dopo Romolo, sotto il regno di Tarquinio Prisco,
sia stata fatta da Atto Navio una ripartizione delle regioni celesti
mediante il lituo? Costui era un povero ragazzo che menava al pascolo le
scrofe. Si dice che, avendone perduta una, fece voto a un dio che, se
l'avesse ritrovata, gli avrebbe offerto la più bella uva di una vigna che
c'era lì. Trovata la scrofa, dicono, sostò in mezzo alla vigna, rivolto
verso sud, e divise la vigna in quattro parti. Tre parti ricevettero dagli
uccelli segni sfavorevoli; avendo allora distribuita in regioni la quarta
parte restante, trovò (lo tramandano gli scrittori) dell'uva di
meravigliosa grandezza. La cosa si seppe: tutto il vicinato si rivolgeva a
lui per chieder consigli; aveva acquistato grande rinomanza e prestigio.
32 Avvenne quindi che il re Tarquinio Prisco lo mandasse a chiamare.
Desideroso di mettere alla prova le sue doti di àugure, il re gli disse
che stava pensando a una cosa: gli chiese se questa cosa si poteva fare.
Atto, dopo avere compiuto il rito augurale, gli rispose che era possibile.
Tarquinio allora disse che aveva pensato alla possibilità di tagliare una
cote con un rasoio, e ordinò ad Atto di provare a far ciò. Ed ecco che una
pietra, portata nel comizio, alla presenza del re e del popolo fu spaccata
con un rasoio. In seguito a ciò Tarquinio assunse Atto Navio come àugure,
e il popolo andava a chiedergli consiglio per il da farsi. 33 Quanto a
quella pietra e al rasoio, furono deposti in una fossa scavata nel
comizio, e tutt'intorno fu innalzato un parapetto: così si narra.
Neghiamo pure tutto ciò, bruciamo gli annali, diciamo che son tutte
finzioni, dichiariamo che tutto è possibile tranne che gli dèi si curino
delle cose umane. Ma ciò che tu stesso hai scritto quanto a Tiberio Gracco
non conferma la dottrina degli àuguri e degli arùspici? Egli per
sbadataggine aveva posto la tenda augurale violando le leggi divine,
perché aveva attraversato il pomerio senza prendere gli auspicii; e
presiedette i comizi per eleggere i nuovi consoli. Che cosa accadde
allora, è noto e tu stesso lo hai tramandato nella tua opera. Ma Tiberio
Gracco, àugure egli stesso, avvalorò l'autorità degli auspicii confessando
il proprio errore, e ne risultò molto accresciuto il prestigio della
dottrina degli arùspici, i quali, fatti venire in senato poco dopo che si
erano iniziati i comizi, dichiararono che colui che aveva presieduto i
comizi non aveva agito secondo le regole.
XVIII 34 Io sono dunque d'accordo con quelli che hanno sostenuto
l'esistenza di due generi di divinazione, l'uno partecipe dell'arte,
l'altro estraneo all'arte. Si attengono all'arte coloro che interpretano
per congettura i fatti nuovi, conoscono quelli vecchi per le osservazioni
del passato. Sono invece privi d'arte coloro che presagiscono il futuro
non con ragionamenti e congetture, in base ai segni osservati e
registrati, ma in seguito a non so quale eccitazione psichica, per un moto
dell'animo libero e sciolto dal raziocinio: ciò accade spesso in sogno,
talvolta a quelli che gridano profezie in stato di esaltazione, come
Bacide in Beozia, come Epimenide a Creta, come la Sibilla eritrea. Di
questo genere sono da considerare anche i responsi degli oracoli, non
quelli che vengono dati mediante sorti "pareggiate", ma quelli che vengono
pronunciati per ispirazione e afflato divino. Tuttavia nemmeno le sorti
sono da disprezzare, se sono anche autorevoli per la loro antichità, come
quelle che, a quanto ci assicurano, sono state estratte dal terreno; se
poi, tratte a caso, accade che formino un discorso di senso compiuto,
credo che ciò possa attribuirsi a intervento divino. Gli interpreti di
tali sorti, come i filologi interpreti dei poeti, sembrano, più di tutti,
vicini alla natura di quegli dèi che essi interpretano. 35 Che malizia è
questa, dunque, di volere infirmare con cavilli cose che attingono forza
dalla loro antichità? "Non trovo una causa di questi fatti," ripetono.
Probabilmente la causa è ascosa, sepolta nell'oscurità della Natura: ché
la divinità non ha voluto che io sapessi queste cose, ma soltanto che me
ne servissi. Dunque me ne servirò, e non mi lascerò indurre a credere che,
quanto ai presagi delle viscere, l'Etruria tutta sragioni, né che quel
popolo si sbagli riguardo ai fulmini, né che interpreti falsamente i
prodigi, poiché tante volte i rumori e i boati sotterranei e i terremoti
hanno predetto al nostro Stato e alle altre genti molti fatti gravi e
veri. 36 E ancora: questo famoso parto di una muta, che viene deriso, non
è stato dichiarato dagli arùspici eccezionale parto di sventure, proprio
perché in un organo genitale sterile si era formato un feto? E Tiberio
Gracco figlio di Publio, che fu due volte console e censore e àugure di
grande autorità e uomo saggio e cittadino esemplare, non chiamò forse gli
arùspici perché aveva trovato in casa sua una coppia di serpenti? Ce ne ha
lasciato notizia scritta suo figlio Gaio Gracco. Gli arùspici risposero
che, se avesse lasciato andar via il serpente maschio, entro breve tempo
sarebbe morta sua moglie; se la femmina, sarebbe morto lui, Considerò più
giusto morire lui, già arrivato vicino al termine della vita, piuttosto
che sua moglie, figlia ancor giovane di Publio Scipione Africano: lasciò
andar via il serpente femmina, e pochi giorni dopo morì.
XIX Deridiamo pure gli arùspici, chiamiamoli ciurmadori e sciocchi,
spregiamo la loro dottrina che pur fu dimostrata vera da un uomo di somma
sapienza e da ciò che in effetti gli accadde. Condanniamo anche i
Babilonesi e coloro che, osservando gli astri dall'alto del Caucaso, coi
loro calcoli indagano i movimenti delle stelle. Condanniamoli, dico, per
stoltezza o leggerezza o malafede, essi che, per loro stessa
dichiarazione, conservano le registrazioni scritte riguardanti 470.000
anni, e sentenziamo che mentiscono e non temono il giudizio che su di loro
pronunceranno i secoli futuri. 37 Ma, si dirà, i barbari sono infidi e
mentitori. È intessuta di menzogna anche la storia dei greci? Chi non sa -
parlo della divinazione naturale - i responsi dati da Apollo delfico a
Creso, e poi ancora agli ateniesi, agli spartani, ai tegeati, agli argivi,
ai corinzi? Crisippo raccolse innumerevoli oracoli, ciascuno con copiose
testimonianze e documenti. Poiché li conosci, non sto a enumerarli. Questa
cosa sola voglio asserire: l'oracolo di Delfi non sarebbe mai stato così
frequentato e così famoso, né arricchito di così splendidi doni di tutti i
popoli e i re, se in ogni tempo non si fosse sperimentata la veridicità
dei suoi responsi. 38 "Ma," dicono, "già da tempo non si comporta più
così." Ebbene, come adesso gode minore fama perché la verità delle sue
profezie è meno insigne, così allora non avrebbe raggiunto una fama così
grande se non in virtù della sua somma veridicità. Può darsi, del resto,
che quella potenza, emanante dalla terra, che investiva di afflato divino
la mente della sacerdotessa, si sia affievolita col passare del tempo,
allo stesso modo in cui vediamo che certi fiumi sono svaporati e si sono
inariditi, o hanno cambiato direzione e si sono avviati per un itinerario
diverso dal precedente. Scegli pure l'ipotesi che preferisci (poiché si
tratta di una questione molto incerta), a condizione che rimanga fermo ciò
che non può esser negato se non vogliamo sovvertire tutta la storia: per
molti secoli quell'oracolo fu verace.
XX 39 Ma lasciamo stare gli oracoli, veniamo ai sogni. Nel trattare di
essi Crisippo, raccogliendo molti sogni anche di scarsa importanza, segue
lo stesso sistema a cui si è attenuto poi Antipatro, cioè indaga quelli
che, spiegati mediante l'interpretazione di Antifonte, rivelano, certo,
l'acume dell'Interprete; ma meglio sarebbe stato ricorrere a esempi di
maggior rilievo. La madre di Dionisio, di quello che fu tiranno di
Siracusa, a quanto si legge in Filisto, uomo dotto e accurato e vissuto in
quegli stessi tempi, mentre era appunto incinta di Dionisio sognò di aver
partorito un satiretto. Gli interpreti dei prodigi, che allora in Sicilia
si chiamavano Galeoti, le dissero (ce lo testimonia ancora Filisto) che il
figlio che essa stava per dare alla luce sarebbe stato l'uomo più famoso
della Grecia e avrebbe avuto una fortuna costante 40 Vuoi che ti rammenti
le leggende narrate dai poeti nostri o dai greci? Anche in Ennio quella
famosa vestale narra:
"E appena la vecchia, frettolosa, ebbe portato una lucerna con mani
tremanti, essa così dice piangendo, svegliatasi spaurita dal sonno: 'O
figlia di Euridice, che nostro padre amò, io sento tutto il mio corpo
privo di forza e di spirito vitale. Mi pareva, in sogno, che un uomo bello
mi rapisse portandomi per ameni filari di salici e per rive e per luoghi
mai visti. E così, poi, sola mi sembrava di vagare, sorella mia cara, e di
avanzare a passi incerti e di cercare te, ma di non poter raggiungerti
nella mia mente: nessun sentiero guidava sicuro il mio piede. 41 Poco
dopo, ecco, mi sembra che il padre mi rivolga queste parole: - O figlia,
dapprima dovrai sopportare affanni, poi la tua fortuna riemergerà da un
fiume -. Come ebbe detto ciò, sorella mia, il padre scomparve d'un tratto,
né si mostrò al mio sguardo benché nel mio cuore lo desiderassi: a nulla
valse che più volte io tendessi le mani all'azzurra volta del cielo e lo
invocassi con tenere parole. Or ora il sonno mi ha abbandonato lasciando
il mio cuore afflitto.'"
XXI 42 Anche se tutto ciò è invenzione poetica, non si discosta da tanti
altri tipi di sogni realmente accaduti. Ammettiamo pure che sia inventato
quel sogno dal quale Priamo rimase turbato, perché "la madre, Ecuba,
mentre era incinta, sognò che partoriva una fiaccola ardente. In seguito a
ciò il padre, il re Priamo in persona, preso da timore in cuor suo per
questo sogno, afflitto da ansie che si effondevano in sospiri, compiva
sacrifici di vittime belanti. Quindi, implorando pace, chiede un responso,
scongiura Apollo di fargli sapere a che cosa accennino presagi di sogni
così gravi. Allora con voce divina Apollo rispose dall'oracolo: il bambino
che per primo nascesse tra breve a Priamo, si guardasse bene
dall'allevarlo: sarebbe stato rovina a Troia, sciagura a Pergamo."
43 Ammettiamo pure, ripeto, che queste siano leggende immaginarie, e a
esse aggiungiamo anche il sogno di Enea, che, come ben sai, negli Annali
scritti in greco da Fabio Pittore è narrato in modo che tutto ciò che fu
poi compiuto da Enea e che gli accadde corrisponda esattamente alle cose a
lui apparse mentre era immerso nel sonno.
XXII Ma vediamo eventi meno remoti. Che dire del sogno di Tarquinio il
Superbo, che egli stesso narra nel Bruto di Accio?
44 "Dopo che, al cadere della notte, ebbi abbandonato il corpo al sonno,
rilasciando nel sopore le membra stanche, mi apparve in sogno un pastore
che spingeva verso di me un gregge lanoso di straordinaria bellezza; mi
pareva che da quel gregge venissero scelti due arieti consanguinei e che
io immolassi il più imponente dei due; poi il fratello dell'ucciso puntava
le corna, si avventava per colpirmi e con quell'urto mi abbatteva. Io
allora, prostrato a terra, gravemente ferito, alzavo supino gli occhi al
cielo e vedevo un fatto immenso e straordinario: il disco fiammeggiante
del sole, effondendo i suoi raggi, si dileguava verso destra invertendo il
suo cammino nel cielo."
45 Ebbene, vediamo quale fu l'interpretazione di quel sogno da parte
degl'indovini:
"O re, le cose che nella vita gli uomini sogliono fare, le cose che
pensano, curano, vedono, e che da svegli compiono e alle quali
s'affaccendano, non c'è da meravigliarsi se accadono a qualcuno in sogno;
ma in una circostanza così straordinaria non senza motivo le visioni si
presentano. Sta dunque attento, che colui che tu stimi sciocco al pari di
una bestia, non abbia una mente munita di ingegno, al di sopra del gregge,
e non ti sbalzi dal trono. Ché quello che ti è apparso riguardo al sole,
dimostra che avverrà per il popolo un mutamento assai vicino nel tempo.
Possa tutto ciò volgersi in bene per il popolo! Il fatto che l'astro più
potente abbia intrapreso il suo corso verso destra da sinistra, è un
faustissimo augurio che lo Stato romano sarà eccelso."
XXIII 46 Suvvia, torniamo ora a fatti di paesi stranieri. Eraclìde
Pontico, uomo dotto, uditore e scolaro di Platone, scrive che alla madre
di Falàride sembrò di vedere in sogno le immagini degli dèi che essa
stessa aveva consacrato nella sua casa. Una di queste, l'immagine di
Mercurio, sembrava versasse del sangue dalla coppa che teneva con la mano
destra; appena aveva toccato terra, il sangue ribolliva, sì che tutta la
casa era un lago di sangue. Questo sogno della madre fu confermato
dall'efferata crudeltà del figlio. C'è bisogno che io citi dai Libri
persiani di Dinone la profezia che i maghi rivelarono a Ciro, quel famoso
antico re? Scrive Dinone che, in sogno, parve a Ciro che il sole gli si
posasse ai piedi; tre volte Ciro cercò di toccarlo con le mani, ma invano:
il sole, girando su se stesso, gli sfuggiva e si allontanava. I maghi -
venerati in Persia come una stirpe di sapienti e di dotti - da questo
triplice tentativo di afferrare il sole trassero la profezia che Ciro
avrebbe regnato per trent'anni. E così avvenne: giunse fino all'età di
settant'anni, e il suo regno incominciò quando ne aveva quaranta.
47 C'è senza dubbio anche nei popoli barbari una capacità di presentimento
e di divinazione. L'indiano Callano, recandosi alla morte, nell'atto di
salire sul rogo ardente, esclamò: "Oh, splendida separazione dalla vita!
Come accadde a Ercole, dopo che sarà incenerito questo corpo mortale, la
mia anima ascenderà al regno della luce." E siccome Alessandro gli chiese
di dire se desiderava qualcosa prima di morire, egli rispose: "Grazie: fra
poco ti rivedrò." E così avvenne: pochi giorni dopo Alessandro morì a
Babilonia. Mi sto allontanando per un poco dai sogni, ai quali presto
ritornerò. Si sa che, nella stessa notte in cui fu distrutto dalle fiamme
il tempio di Diana Efesia, Olimpiade diede alla luce Alessandro, e appena
si fece giorno i maghi si misero a gridare che nella notte allora
trascorsa era nata la rovina, la sciagura per l'Asia.
XXIV 48 Basti ciò quanto agli indiani e ai maghi; ritorniamo ai sogni.
Celio Antipatro scrive che Annibale, desideroso di portar via una colonna
d'oro che si trovava nel tempio di Giunone Lacinia, ma dubbioso se fosse
d'oro massiccio o soltanto dorata all'esterno, la fece trapanare e,
accertatosi che era tutta d'oro, decise di asportarla. Durante il sonno
gli apparve Giunone e lo ammonì a non farlo, minacciandolo che, se
l'avesse fatto, essa gli avrebbe fatto perdere anche l'unico occhio con
cui vedeva bene. Quell'uomo sagace non trascurò l'ammonimento e, con
quella parte d'oro che era stata tolta nella trapanazione, fece fare una
piccola effigie d'una giovenca e la fece collocare in cima alla colonna.
49 Un altro episodio è riferito nella storia, scritta in greco, di Sileno,
da cui lo attinse Celio (Sileno narrò con grande accuratezza le imprese di
Annibale). Dopo la presa di Sagunto, Annibale sognò che era chiamato da
Giove nel concilio degli dèi. Giunto là, si sentì ordinare da Giove di
portar guerra all'Italia, e gli venne dato come guida un dio del concilio.
Seguendo le indicazioni di costui, incominciò a mettersi in marcia con
l'esercito. Quel dio, allora, gli ordinò di non voltarsi a guardare
indietro. Ma Annibale non riuscì a resistere a lungo, e, cedendo alla
bramosia di vedere, si voltò. Vide una belva enorme e orrenda, cinta da
serpenti, la quale, dove passava, abbatteva ogni albero, ogni virgulto,
ogni casa. Annibale, stupefatto, chiese al dio che lo guidava che cos'era
mai un mostro di quella sorta; e il dio rispose che quella era la
devastazione dell'Italia e gli ordinò di continuare il cammino, senza
curarsi di ciò che avveniva dietro, alle sue spalle. 50 Nella Storia di
Agatocle si legge che ad Amilcare cartaginese, mentre assediava Siracusa,
parve di udire una voce che gli diceva: "Domani cenerai a Siracusa."
Appena spuntata l'alba del giorno dopo, nel suo accampamento sorse una
grande rissa fra i soldati cartaginesi e quelli siculi. I siracusani se ne
accorsero, fecero un'irruzione improvvisa nell'accampamento e presero vivo
Amilcare: così i fatti confermarono la verità del sogno. Di esempi
analoghi è piena la storia, è addirittura ricolma la vita quotidiana. 51
Esempio più illustre che mai, Publio Decio figlio di Quinto, il primo
della famiglia dei Decii che fu eletto console, quando era tribuno
militare sotto i consoli Marco Valerio e Aulo Cornelio e il nostro
esercito era incalzato dai sanniti, poiché affrontava con eccessiva
temerità i pericoli del combattimento e lo ammonivano a esser più
prudente, disse - lo narrano le storie - che in sogno gli era parso di
morire gloriosissimamente nel folto della mischia. E quella volta rimase
incolume e liberò l'esercito dalla morsa dei sanniti; ma tre anni dopo,
quando fu console, offri se stesso in sacrifizio agli dèi e, indossate le
armi, si lanciò contro l'esercito dei latini. Grazie al suo impeto, i
latini furono sconfitti e annientati; e la sua morte fu così gloriosa, che
suo figlio volle ottenerne una uguale.
XXV 52 Ma, se sei d'accordo, passiamo ai sogni dei filosofi. Si legge in
Platone che Socrate, trovandosi in carcere, disse al suo amico Critone che
gli sarebbe toccato di morire tre giorni dopo: aveva visto in sogno una
donna bellissima che, chiamatolo per nome, gli aveva detto un verso
press'a poco così, simile a uno di Omero: "Il terzo giorno di bel tempo ti
farà giungere a Ftia." E si trova scritto che ciò accadde proprio come era
stato detto. Senofonte, discepolo di Socrate (quale uomo e di quanto
valore!), nel racconto dell'impresa militare che compì sotto Ciro il
giovane, riferisce i suoi sogni, che mirabilmente si avverarono. 53 Diremo
che Senofonte dice il falso o è fuor di senno? E Aristotele, uomo
d'ingegno eccezionale e direi quasi divino, s'inganna o vuole ingannare
gli altri quando narra l'episodio che ora riferirò? Eudemo di Cipro, suo
intimo amico, durante un viaggio verso la Macedonia, arrivò a Fere, città
della Tessaglia, assai rinomata a quei tempi, ma oppressa dalla feroce
tirannide di Alessandro. In quella città, dunque, Eudemo si ammalò così
gravemente, che tutti i medici disperarono della sua salvezza. Gli apparve
in sogno un giovane di bellissimo aspetto, e gli disse che fra breve
sarebbe guarito, che entro pochi giorni il tiranno Alessandro sarebbe
morto, e che lui, Eudemo, sarebbe ritornato in patria dopo cinque anni.
Scrive Aristotele che i primi eventi accaddero subito: Eudemo guarì, il
tiranno fu ucciso dai fratelli di sua moglie. Verso la fine del quinto
anno, poi, quando quel sogno dava a Eudemo la speranza che dalla Sicilia
sarebbe ritornato a Cipro, egli cadde in combattimento sotto le mura di
Siracusa. Il sogno, quindi, fu interpretato nel senso che l'anima di
Eudemo, liberatasi dal corpo, era ritornata alla sua vera patria. 54 Ai
filosofi aggiungiamo un uomo dottissimo, Sofocle, poeta davvero divino.
Era stata sottratta dal tempio di Ercole una coppa d'oro massiccio.
Sofocle, in sogno, vide proprio Ercole che gli disse chi aveva commesso il
furto. Una prima e una seconda volta non si curò del sogno. Ma poiché la
stessa apparizione si ripeteva, salì all'Areòpago, denunciò il fatto. Gli
Areopagiti ordinano che sia arrestato quel tale di cui Sofocle aveva fatto
il nome; costui, sottoposto a interrogatorio, confessò e restituì la
coppa. In seguito a ciò quel tempio fu chiamato il tempio di Ercole
Rivelatore.
XXVI 55 Ma a che scopo dilungarsi sui greci? Non so perché, mi piacciono
di più le cose nostre. Questo episodio lo raccontano tutti gli storici,
come Fabio, come Gellio, ma per ultimo Celio: durante la guerra latina,
mentre avvenivano per la prima volta i ludi votivi massimi,
improvvisamente tutti i cittadini furono chiamati alle armi; perciò,
essendo stati interrotti quei ludi, furono celebrati i "ludi sostitutivi".
Prima che essi incominciassero, quando già gli spettatori si erano seduti,
uno schiavo fu strascinato per il circo, costretto a portar la forca,
mentre intanto lo si percuoteva con le verghe, Poco dopo un romano del
contado vide in sogno presentarglisi un tale che gli disse che nei ludi il
capo dei danzatori sacri non gli era stato ben accetto, e gli ordinava di
far noto ciò al senato. Quel tale non osò obbedire al sogno. Una seconda
volta egli ricevette in sogno quest'ordine e fu ammonito a non sfidare la
potenza di colui che gli appariva; ma nemmeno allora osò obbedire. Dopo di
ciò suo figlio morì, e in sogno per la terza volta si ripeté
quell'ammonizione. Allora egli, già indebolito, riferì il fatto agli
amici, e per loro consiglio fu portato in lettiga nella Curia; e dopo che
ebbe raccontato ai senatori il sogno, poté tornarsene a casa a piedi sano
e salvo. Accertata la veridicità del sogno, il senato indisse da capo quei
ludi: così si narra. 56 Un altro esempio: Gaio Gracco raccontò a molti -
lo riferisce il medesimo Celio - che nel periodo in cui aspirava alla
questura gli apparve in sogno il fratello Tiberio e gli disse che
indugiasse pure quanto voleva, ma sarebbe morto della stessa morte che era
toccata a lui. Celio scrive che, prima che Gaio Gracco fosse eletto
tribuno della plebe, egli aveva sentito dire ciò da lui stesso, e che lo
aveva detto a molti altri. Che sogno si può citare più sicuro di questo?
XXVII Chi, poi, può negar fede a quei due sogni che sono tante volte
citati dagli stoici? Il primo riguarda Simonide: egli vide il cadavere di
uno sconosciuto abbandonato a terra, lo seppellì, e si proponeva poi
d'imbarcarsi; quel tale a cui egli aveva dato sepoltura gli apparve in
sogno e lo dissuase dal suo proposito: se si fosse imbarcato, sarebbe
perito in un naufragio. Simonide allora tornò indietro, gli altri che si
erano imbarcati perirono. 57 L'altro sogno, famosissimo, è il seguente:
due àrcadi, amici intimi, viaggiavano insieme e arrivarono a Mègara. Uno
dei due prese alloggio in casa d'un taverniere, l'altro presso un suo
ospite. Cenarono e andarono a dormire. A notte già inoltrata quello dei
due che dormiva presso l'ospite vide in sogno l'altro che lo pregava di
recargli soccorso, perché il taverniere si apprestava a ucciderlo. In un
primo momento egli balzò su, atterrito dal sogno; poi, riavutosi dallo
spavento, pensò che a quell'apparizione non si dovesse dar peso, e tornò a
letto. Di nuovo, allora, gli apparve in sogno l'amico, e lo pregò che, non
avendogli recato aiuto quando era ancora vivo, almeno non lasciasse
invendicata la sua morte; il suo cadavere era stato buttato dal taverniere
su un carro, e vi era stato sparso sopra del letame; gli chiedeva di
trovarsi alla porta della città all'alba, prima che il carro uscisse verso
la campagna. Emozionato da questo sogno, egli si recò di buon mattino alla
porta, fermò il carrettiere, gli domandò che cosa c'era nel carro. Quello,
atterrito, scappò via; il morto fu tratto fuori; il taverniere, venuto in
luce il suo delitto, fu condannato a morte. Quale sogno si può considerare
più profetico di questo?
XXVIII 58 Ma a che scopo continuare con altri esempi, ed esempi antichi?
Spesso io ti ho raccontato un mio sogno, spesso me ne hai raccontato uno
tuo. Io, quando ero, come proconsole, governatore della provincia d'Asia,
vidi in sogno te che andavi a cavallo verso la riva di un gran fiume, ti
slanciavi d'un tratto e, scivolato giù nel fiume, non ricomparivi più,
mentre io, atterrito, ero preso da tremore. Poi, all'improvviso, tu
riemergevi con aspetto lieto e, su quello stesso cavallo, risalivi l'altra
sponda del fiume, e noi ci abbracciavamo. Era facile l'interpretazione di
questo sogno, e in Asia gli esperti mi predissero ciò che poi in effetti
accadde. 59 Ed eccomi al tuo sogno: l'ho udito da te direttamente, ma
ancor più spesso me l'ha narrato il nostro Sallustio. Quando, in
quell'esilio glorioso per noi, rovinoso per la patria, tu ti trovavi in
una casa di campagna del territorio di Atina e per gran parte della notte
eri rimasto sveglio, verso l'alba, finalmente, ti abbandonasti ad un sonno
greve e profondo. E sebbene il tempo stringesse, tuttavia Sallustio ordinò
che si facesse silenzio e non permise che ti svegliassero. Quando poi ti
svegliasti verso le otto del mattino, gli narrasti un sogno: ti era
sembrato che, mentre vagavi mestamente in un luogo deserto, Gaio Mario,
coi fasci ornati di alloro, ti domandasse perché eri addolorato; e
avendogli tu detto che eri stato con la violenza cacciato via dalla
patria, egli ti strinse la mano, ti esortò a star di buon animo, ordinò al
littore più vicino a lui di condurti al tempio da lui fatto costruire e ti
disse che in quello avresti trovato la salvezza. Sallustio narra di avere
allora esclamato che il destino ti riserbava un ritorno prossimo e
glorioso, mentre tu stesso apparivi rasserenato da quel sogno. Anche a me
fu ben presto riferito che tu, quando apprendesti che nel tempio edificato
da Mario era stata presa quella splendida decisione del senato sul tuo
richiamo dall'esilio su proposta del console di allora, uomo eccellente e
ragguardevolissimo, e che il decreto era stato accolto con incredibili
grida di gioia e applausi dal popolo assiepato nel teatro, dicesti che
nulla avrebbe potuto accadere di più presàgo di quel sogno che avevi avuto
presso Atina.
XXIX 60 "Ma molti sogni son falsi." Piuttosto, forse, sono per noi di
difficile comprensione. Ma ammettiamo che ve ne siano di falsi: contro
quelli veri che cosa diremo? E risulterebbero veri molto più spesso se ci
disponessimo al sonno in perfette condizioni. Ora, ripieni di cibo e di
vino, vediamo in sogno cose alterate e confuse. Rammenta le parole di
Socrate nella Repubblica di Platone. Egli dice: "Poiché nel sonno quella
parte dell'anima che appartiene alla sfera razionale è assopita e debole,
quella invece in cui risiede un istinto ferino e una rozza violenza è
abbrutita dal bere e dal cibo eccessivo, questa si sfrena e si esalta
smoderatamente mentre dormiamo. Ad essa, perciò, si presentano visioni
d'ogni genere, prive di senno e di ragionevolezza: si ha l'impressione di
unirsi carnalmente con la propria madre o con qualsiasi altro essere umano
o divino, spesso con una bestia; di trucidare addirittura qualcuno e di
macchiarsi empiamente le mani di sangue; di fare molte altre cose impure e
orrende, senza ritegno né pudore. 61 Ma chi, conducendo una vita e una
dieta salubre e moderata, si lascia andare al sonno quando quella parte
dell'anima che partecipa della ragione è attiva e vigorosa e saziata dal
cibo dei buoni pensieri, e l'altra parte dell'anima che è alimentata dai
piaceri non è né sfinita dalla fame né gravata da troppa sazietà (l'una e
l'altra di queste due condizioni, o che l'organismo sia privo di qualcosa
o che ne sovrabbondi, suole offuscare l'acutezza della mente), e infine
anche la terza parte dell'anima, nella quale risiede l'ardore delle
passioni, è calma e smorzata, - allora accadrà che, essendo tenute a freno
le due parti intemperanti dell'anima, la terza parte, quella del senno e
della ragionevolezza, rifulga e si disponga a sognare piena di vigore e di
acume: quel tale, allora, avrà nel sonno apparizioni tranquille e
veritiere." Ho tradotto proprio le parole di Platone.
XXX 62 Daremo retta, dunque, piuttosto a Epicuro? Ché Carneade, per il
gusto di polemizzare contro tutti, dice ora questo, ora quello. Epicuro
no, dice quel che pensa; ma non pensa mai niente di bello, niente di
onorevole. Costui, dunque, lo anteporrai a Platone e a Socrate? I quali,
anche se non dimostrassero appieno le loro dottrine, egualmente
supererebbero per autorità quei filosofucci. Platone, dunque, prescrive
che ci si abbandoni al sonno col corpo in condizioni tali da non arrecare
nessun motivo di errore o di turbamento all'anima. Per la stessa ragione
si ritiene che anche ai pitagorici fosse vietato di mangiar fave, poiché
questo cibo produce una grande flatulenza, dannosa alla tranquillità della
mente che ricerca la verità. 63 Quando, dunque, nel sonno l'anima è
sottratta all'unione col corpo e al contagio che ne deriva, allora si
ricorda del passato, scorge il presente, prevede il futuro: ché il corpo
del dormiente giace come quello d'un morto, mentre l'anima è desta e viva.
E in questa condizione si troverà tanto più dopo la morte, quando sarà del
tutto uscita dal corpo. Perciò, all'approssimarsi della morte, è molto più
dotata di virtù profetica. Quelli che sono affetti da malattia grave e
mortale questo anzitutto prevedono, l'imminenza della loro morte. A essi
di solito appaiono le immagini dei morti, e in quei momenti più che mai
desiderano di meritarsi lode, e se sono vissuti in modo sconveniente,
allora soprattutto si pentono. 64 Che i morenti abbiano capacità
divinatoria lo dimostra anche Posidonio adducendo quel famoso caso: uno di
Rodi, in punto di morte, fece i nomi di sei coetanei e disse quale di essi
sarebbe morto per primo, quale per secondo, e così di seguito tutti gli
altri. In tre modi, del resto, Posidonio ritiene che gli uomini sognino
per impulso divino: nel primo, perché l'anima prevede da sé, essendo unita
da parentela con gli dèi; nel secondo, perché l'aria è piena di anime
immortali, nelle quali i segni della verità appaiono, per così dire,
chiaramente impressi; nel terzo, perché gli dèi stessi parlano coi
dormienti. E che le anime predicano il futuro avviene più facilmente
all'appressarsi della morte, come ho detto or ora. 65 Si comprende così
quell'episodio di Callano, a cui ho accennato prima, e quello dell'Ettore
omerico, che, morente, predice ad Achille la morte vicina.
XXXI Né l'uso avrebbe consacrato a caso quella parola "presagire", se a
essa non corrispondesse proprio alcuna realtà: "Me lo presagiva il cuore,
uscendo di casa, che sarei venuto inutilmente." Sagire, difatti, significa
aver buon fiuto; donde si chiamano sagae le vecchie fattucchiere, perché
pretendono di saper molto, e "sagaci" son detti i cani. Perciò chi ha la
sensazione (sagit) di qualcosa prima che accada, si dice che
"pre-sagisce", ossia sente in anticipo il futuro.
66 C'è dunque nelle anime una capacità di presagire infusa dall'esterno e
penetrata per opera della divinità. Se questa capacità s'infiamma con più
veemenza, si chiama "follìa profetica", quando l'anima svincolatasi dal
corpo è eccitata da un impulso divino:
(Ecuba) "Ma come mai, d'un tratto, sei apparsa in preda al furore, con gli
occhi fiammeggianti? Dov'è più quella saggia, virginale modestia di poco
prima?" - (Cassandra): "Madre mia, di gran lunga la migliore donna delle
nobili donne troiane, io sono assalita da deliri profetici, e Apollo mi
istiga a dire, folle, contro la mia volontà, il futuro. Mi vergogno
dinanzi alle fanciulle mie coetanee; ho rossore di ciò che faccio perché
disonoro mio padre, uomo eccelso; di te, madre mia, ho compassione; di me
stessa mi dolgo. Tu hai partorito a Priamo figli eccellenti, tranne me: è
questo che mi addolora: che io sia di danno, essi di aiuto, io riottosa,
essi obbedienti!" Oh, brano di poesia dolce, espressivo, delicato! 67 Ma
esso non riguarda da vicino il nostro argomento; quello che c'interessa il
poeta l'ha espresso in quest'altro passo: come la follìa, di solito,
predìca il vero:
"Eccola, eccola la torcia avvolta nel sangue e nelle fiamme! Per molti
anni rimase occulta. Cittadini, recate soccorso e spegnetela!"
Non è più Cassandra che parla, ma il dio che è penetrato in un corpo
umano.
"E già nel vasto mare una flotta veloce vien costruita; essa trascina uno
sciame di sciagure; arriverà, feroce, un esercito su navi volanti con le
vele, riempirà le nostre spiagge."
XXXII 68 Può sembrare che io spacci per verità finzioni sceniche. Ma
proprio da te ho udito un fatto dello stesso genere, non inventato ma
effettivamente avvenuto. Gaio Coponio, uomo eminente per saggezza e
Cultura, nel tempo in cui comandava la flotta di Rodi con la carica di
pretore, venne da te a Durazzo e ti disse che un rematore di una
quinquireme dei rodii aveva vaticinato che entro meno di trenta giorni la
Grecia sarebbe stata immersa in un bagno di sangue, sarebbero avvenute
rapine a Durazzo, molti marinai avrebbero dovuto imbarcarsi e fuggire per
mare e, nell'allontanarsi, si sarebbero volti a guardare il tristissimo
spettacolo degli incendi; soltanto alla flotta rodia sarebbe stato
concesso un prossimo ritorno e rimpatrio. Neppure tu sfuggisti a un grave
turbamento, e Marco Varrone e Marco Catone, uomini dotti, che si trovavano
lì anch'essi, rimasero gravemente atterriti. Pochissimi giorni dopo arrivò
Labieno fuggiasco da Farsàlo, e dopo che ebbe recato l'annunzio della
disfatta dell'esercito, in breve tempo si avverarono le altre cose che
erano state vaticinate. 69 Il grano sottratto ai depositi e sparso qua e
là aveva ricoperto tutte le strade e i vicoli, e voi, atterriti, vi
imbarcaste senza indugio, e nella notte, guardando verso la città,
vedevate le navi da carico in preda alle fiamme, incendiate dai soldati
perché non avevano voluto seguirvi. Quando, infine, foste abbandonati
dalla flotta rodia, vi accorgeste che l'indovino aveva detto il vero.
70 Ho esposto il più brevemente che ho potuto le predizioni del sogno e
dell'eccitazione divina, che, come avevo detto, sono estranee all'"arte".
Di entrambi questi tipi di divinazione unica è la motivazione, alla quale
suole richiamarsi il nostro Cratippo: le anime umane derivano e sono
tratte in parte dall'esterno - e da ciò si comprende come vi sia al di
fuori di noi un'anima divina, dalla quale è derivata l'umana -; ma quella
parte dell'anima umana che consiste in sensazione, in movimento, in
appetizione non è separata dall'influsso del corpo; quella, invece, che è
partecipe della razionalità e dell'intelligenza è più che mai vivida
quando è distanziata il più possibile dal corpo. 71 Pertanto, dopo avere
citato esempi di vaticinii e sogni veridici, Cratippo suole argomentare in
questo modo: "Se senza occhi non può svolgersi la funzione e il còmpito
degli occhi, e tuttavia può accadere talvolta che gli occhi non adempiano
bene al loro còmpito, chi anche una volta sola ha usato gli occhi in modo
da scorgere le cose come sono in realtà, possiede il senso della vista
capace di percepire la realtà. Allo stesso modo, dunque, se, non esistendo
la divinazione, non può svolgersi né la funzione né il còmpito della
divinazione stessa, e tuttavia può accadere talvolta che qualcuno, pur
dotato di capacità divinatorie, erri e non veda la realtà, è sufficiente a
dimostrare l'esistenza della divinazione che anche una volta sola un fatto
sia stato divinato in circostanze tali da non sembrare che ciò possa in
alcun modo attribuirsi al caso. Ma ci sono esempi innumerevoli di questo
genere: bisogna dunque ammettere che la divinazione esiste."
XXXIII 72 Quanto a quei segni profetici che vengono spiegati mediante
interpretazione oppure risultano osservati e registrati in coincidenza con
ciò che accade in séguito, essi, come ho detto sopra, vengono chiamati non
naturali ma artificiali; in questo campo si annoverano gli arùspici, gli
àuguri, gli altri interpreti. Questi generi di divinazione sono negati dai
peripatetici, difesi dagli stoici. Alcuni sono basati sui documenti e
sulla dottrina, quale è esposta nei libri aruspicini, fulgorali e rituali
degli etruschi, nonché nei vostri libri augurali; altri invece vengono
spiegati dagli indovini sull'istante, per interpretazione immediata, come
in Omero Calcante, che dal numero dei passeri aveva predetto il numero
degli anni della guerra di Troia, o come leggiamo nelle Memorie di Silla -
e tu stesso fosti presente al fatto - : mentre egli nel territorio di Nola
compiva un sacrificio dinanzi al pretorio, dal di sotto dell'altare sbucò
all'improvviso un serpente, e allora l'arùspice Gaio Postumio lo esortò a
muovere all'offensiva con l'esercito. Silla gli diede ascolto, e dinanzi
alla città di Nola espugnò l'accampamento dei sanniti, ben fornito di armi
e vettovaglie. 73 Anche a proposito di Dionisio fu fatta una profezia poco
prima che salisse al trono. Viaggiava per il territorio di Lentini e fece
scendere in un fiume il suo cavallo; travolto dai gorghi, questo sprofondò
nelle acque. Dionisio, dopo lunghi e vani sforzi di farlo venir su, si
allontanò amareggiato, come narra Filisto. Ma dopo aver camminato per un
poco, a un tratto udì un nitrito e si allietò vedendo il cavallo vivo e
fremente, sulla cui criniera si era posato uno sciame d'api. L'effetto di
questo prodigio fu che Dionisio divenne tiranno di Siracusa pochi giorni
dopo.
XXXIV 74 E ancora: quale presagio toccò agli spartani poco prima della
battaglia di Leuttra, quando nel tempio di Ercole le armi risonarono e la
statua di Ercole si coprì tutta di sudore! E contemporaneamente, come
narra Callistene, a Tebe nel tempio di Ercole i battenti delle porte,
chiusi da sbarre, si aprirono da sé all'improvviso, e le armi che erano
appese alle pareti furon trovate sul pavimento. E ancora nel medesimo
tempo, mentre presso Lebadìa si svolgeva un rito in onore di Trofonio, i
galli in tutta quella contrada incominciano a cantare così insistentemente
da non smetterla più. Gli àuguri della Beozia dissero allora che la
vittoria sarebbe spettata ai tebani, perché i galli sogliono tacere quando
son vinti, cantare quando hanno vinto. 75 Frattanto gli spartani
ricevevano molti preannunci del disastro nella battaglia di Leuttra. C'era
a Delfi una statua di Lisandro, il più famoso degli spartani; sulla testa
della statua comparve all'improvviso una corona di erbe spinose e
selvatiche; e le stelle d'oro che erano state poste a Delfi dagli spartani
dopo la famosa vittoria navale riportata da Lisandro, che segnò la rovina
degli ateniesi, giacché si diceva che in quella battaglia Càstore e
Pollùce erano apparsi dalla parte della flotta spartana, - le stelle d'oro
che ho detto, dunque, poste a Delfi come insegne di quegli dèi, caddero
giù poco prima della battaglia di Leuttra e non si ritrovarono più. 76 Ma
il prodigio più grave, ancora a danno degli spartani, fu quest'altro:
quando chiesero un responso a Giove dodonèo per sapere se avrebbero vinto,
e i messi ebbero collocato al suo posto il recipiente in cui si trovavano
le sorti, una scimmia, che il re dei molossi aveva molto cara, scompigliò
e buttò qua e là le sorti e tutti gli altri oggetti che erano stati
portati per compiere il sorteggio. Si narra che allora la sacerdotessa
preposta all'oracolo disse che gli spartani avrebbero dovuto pensare alla
loro salvezza, non alla vittoria.
XXXV 77 E nella seconda guerra punica Gaio Flaminio, console per la
seconda volta, non trascurò i presagi del futuro, con grande sventura
della repubblica? Dopo che ebbe compiuto la cerimonia di purificazione
dell'esercito, avendo intrapreso la marcia in direzione di Arezzo per
condurre le sue legioni contro Annibale, ecco che egli stesso e il suo
cavallo caddero tutt'a un tratto senza alcuna causa dinanzi alla statua di
Giove Statore; gli esperti giudicarono che questo segno doveva dissuaderlo
dal dare battaglia, ma egli non si fece alcuno scrupolo di ciò. Poi,
quando prese gli auspicii mediante il tripudium, fu consigliato dal
pullario a rimandare il giorno del combattimento. Flaminio allora gli
domandò: "Se nemmeno in seguito i polli avranno voglia di mangiare, che
cosa ritieni che si dovrà fare?" Il pullario rispose che si sarebbe dovuto
stare ancora fermi. E Flaminio: "Belli davvero questi auspicii! Quando i
polli avranno fame si potrà dar battaglia, quando saranno sazi non si
potrà far più nulla." Ordinò dunque che si svellessero dal suolo le
insegne e lo si seguisse. Il portatore dell'insegna del primo manipolo di
astati non riuscì a smuovere l'insegna, nemmeno con l'aiuto di parecchi
altri; Flaminio, quando ciò gli fu annunziato, secondo il. suo solito non
si curò del prodigio. E così in quelle tre terribili ore l'esercito fu
trucidato e Flaminio stesso fu ucciso. 78 È importante anche quello che
aggiunge Celio: proprio nel tempo in cui si svolgeva quella disastrosa
battaglia, vi furono in Liguria, in Gallia, in parecchie isole e in tutta
l'Italia terremoti così forti che molte città furono distrutte, in molte
località avvennero frane e sprofondamenti del suolo, i fiumi invertirono
il loro corso, il mare penetrò nei corsi d'acqua.
XXXVI Gli esperti sono capaci di prevedere spesso con certezza il futuro.
A quel famoso Mida frigio, ancora bambino, delle formiche ammucchiarono in
bocca, mentre dormiva, chicchi di grano. Fu predetto che sarebbe divenuto
ricchissimo; e la predizione si avverò. Ma a Platone, da piccolo, delle
api si posarono sulle labbra mentre dormiva in culla. Gli indovini dettero
il responso che egli sarebbe stato dotato di straordinaria dolcezza di
eloquio: così la sua eloquenza futura fu prevista quando era ancora un
neonato. 79 E Roscio, da te tanto amato e ammirato, mentiva egli stesso o
mentiva per lui tutta Lanuvio? Era ancora in culla ed era allevato nel
Solonio, che è una località campestre presso Lanuvio. Di notte, la sua
nutrice si svegliò (una lampada accanto faceva luce), e vide che il
bambino addormentato era avvolto entro le spire di un serpente. Atterrita
da quella vista, lanciò un grido. Il padre di Roscio riferì la cosa agli
arùspici, i quali risposero che nulla al mondo sarebbe stato più insigne,
più famoso di quel bambino. E questa scena Pasitele la cesellò in argento
e il nostro Archia la narrò in poesia.
Che cosa aspettiamo, dunque? Che gli dèi immortali s'intrattengano con noi
nel fòro, per la strada, in casa? Certo, essi non si presentano a noi
direttamente, ma diffondono per lungo e per largo il loro influsso; e ora
lo immettono negli antri sotterranei, ora lo infondono in anime umane. La
forza della terra ispirava la Pizia a Delfi, la forza della sua stessa
indole incitava la Sibilla. E non vediamo dunque quanto varii siano i tipi
di terra? Ve ne sono di mortiferi, come Ampsancto in Irpinia e i Plutonia
che io ho visto in Asia; vi sono plaghe, alcune pestifere, altre salubri;
in alcune nascono uomini di ingegno acuto, in altre ottuso; tutto ciò
dipende sia dalla diversità dei climi, sia dalle differenti esalazioni dei
terreni.
80 Avviene anche che spesso per qualche apparizione, spesso per voci
profonde o canti, l'animo umano subisca una particolare eccitazione;
spesso anche per ansia e timore, come quella "con l'animo sconvolto, come
invasata o scossa dal furore dei riti bacchici, su per i colli, invocando
il suo Teucro".
XXXVII E anche quell'esaltazione dimostra che nell'anima c'è una forza
divina. Democrito, in effetti, sostiene che nessuno può essere un grande
poeta senza una specie di follìa, e la stessa cosa dice Platone. La chiami
pure follia, purché ne venga fatto un elogio come nel Fedro. D'altronde, i
discorsi di voi oratori nei processi, i vostri gesti stessi, possono
essere veementi, elevati, eloquenti, se anche l'animo di chi parla non è
alquanto commosso? In verità, spesso ho veduto in te, o, per passare a un
genere meno solenne, nel tuo amico Esopo un tale ardore di espressioni del
volto e di movimento, che si sarebbe detto che una forza misteriosa lo
avesse tratto fuori dalla piena consapevolezza di sé.
81 Spesso anche si presentano alla vista delle immagini che non hanno
realtà alcuna, ma ne hanno l'apparenza. Ciò, si narra, accadde a Brenno e
ai Galli suoi soldati, quando quel re scatenò un'empia guerra contro il
tempio di Apollo delfico. Dicono che allora la Pizia parlò solennemente
così dall'oracolo: "A questo provvederò io, e con me le bianche vergini."
Accadde allora che delle vergini sembrassero avanzarsi armate, e che in
realtà l'esercito dei Galli fosse sepolto sotto la neve.
XXXVIII Aristotele riteneva che anche i veri e propri ammalati di pazzia
furiosa e i cosiddetti atrabiliari avessero nelle loro anime qualcosa di
profetico e divinatorio. Ma io non direi che questa qualità vada
attribuita ai biliosi e ai frenetici: la divinazione è dote di anime
integre, non di corpi ammalati.
82 Che davvero la divinazione esista si dimostra con questa argomentazione
degli stoici: "Se gli dèi esistono e non fanno sapere in anticipo agli
uomini il futuro, o non amano gli uomini, o ignorano ciò che accadrà, o
ritengono che non giovi affatto agli uomini sapere il futuro, o stimano
indegno della loro maestà preavvertire gli uomini delle cose che
avverranno, o nemmeno gli dèi stessi sono in grado di farle sapere. Ma non
è vero che non ci amino (sono, infatti, benèfici e amici del genere
umano), né è possibile che ignorino ciò che essi stessi hanno stabilito e
predisposto, né si può Ammettere che non ci giovi sapere ciò che accadrà
(ché, se lo sapremo, saremo più prudenti), né essi ritengono che CIò non
si confaccia alla loro maestà (niente è, difatti, più glorioso che fare il
bene), né possono essere incapaci di prevedere il futuro. 83 Dunque,
dovremmo concludere, gli dèi non esistono e non predìcono il futuro. Ma
gli dèi esistono; dunque predìcono. E se dànno indizi, non è ammissibile
che ci precludano ogni mezzo di interpretare tali indizi (ché darebbero
gli indizi senza alcun frutto), né, se essi ci forniscono quei mezzi
d'interpretazione, è possibile che non vi sia la divinazione. Dunque c'è
la divinazione."
XXXIX 84 Di questa argomentazione si servono Crisippo, Diogene e
Antipatro. Che motivo c'è, dunque, di rimanere incerti sull'assoluta
verità di ciò che ho esposto, se dalla mia parte stanno la ragione,
l'avverarsi dei presagi, i popoli, le genti, i greci, i barbari, i nostri
stessi antenati, se insomma a queste cose si è sempre creduto, se vi hanno
creduto i più grandi filosofi, i poeti, i saggissimi uomini che
istituirono gli stati e fondarono le città? Forse, non bastandoci la
concorde autorità degli uomini, aspettiamo che parlino le bestie? 85 Del
resto, chi sostiene che i generi di divinazione di cui parlo non hanno
alcun valore, obietta soltanto questo: che appare difficile dire quale sia
il procedimento razionale, quale la causa di ciascuna divinazione. Che
motivo può addurre l'arùspice per cui un polmone che presenta una
fenditura, anche se le viscere sono in complesso di buon augurio, debba
far sospendere il tempo di un'azione e farla rinviare a un altro giorno?
Che motivo ha l'àugure di sentenziare che un corvo che gràcida da destra,
una cornacchia da sinistra, sono di buon augurio? Che motivo ha
l'astrologo di dire che l'astro di Giove o di Venere in congiunzione con
la luna è di buon auspicio per la nascita dei bambini, mentre gli astri di
Saturno o di Marte sono infausti? E ancora, perché la divinità ci
ammonisce mentre dormiamo, non si cura di noi quando siamo svegli? Che
ragione c'è per cui Cassandra veda il futuro in stato di folle
esaltazione, e non sia in grado di far ciò Priamo trovandosi perfettamente
in senno? 86 Tu chiedi perché ciascuna di queste cose avvenga. Curiosità
del tutto legittima; ma qui non di questo si tratta: si discute se quei
fatti avvengano o no. Sarebbe come se, dicendo io che la calamita è una
pietra che alletta e attrae a sé il ferro ma non sapendo dire perché ciò
avvenga, tu negassi senz'altro il fatto. È ciò che fai riguardo alla
divinazione, che constatiamo di persona, di cui sentiamo parlare e
leggiamo, la cui dottrina ci è giunta dai nostri antenati. E già prima
dell'inizio della filosofia, che risale a tempi recenti, l'opinione comune
non ebbe alcun dubbio quanto a ciò; e quando si fece avanti la filosofia,
nessun filosofo dotato di un minimo di autorità la pensò altrimenti. 87 Ho
menzionato Pitagora, Democrito, Socrate; tra i più antichi non ho dovuto
far eccezioni per nessuno tranne per Senofane. Ho aggiunto l'Accademia
antica, i peripatetici, gli stoici. Dissente solo Epicuro; ma che cosa c'è
di più turpe del fatto che il medesimo Epicuro sostiene che non esiste
alcuna virtù disinteressata?
XL Chi, d'altra parte, non rimane impressionato dall'antichità dei fatti
testimoniati e garantiti da documenti di gran valore? Omero dice che
Calcante fu l'àugure di gran lunga migliore di tutti, e che guidò le navi
greche fino a Ilio, grazie alla sua conoscenza degli auspicii, credo bene,
non a quella dei luoghi. 88 Anfiloco e Mopso furono re degli argivi, ma
anche àuguri, e fondarono città greche sulla costa della Cilicia. E ciò
fecero prima di loro Anfiarao e Tiresia, non gente bassa e ignota, non
simili a quelli di cui parla Ennio, "che per bisogno di guadagnare
inventano false profezie", ma uomini famosi e valenti, che interpretando
il volo degli uccelli e i segni premonitori dicevano il futuro. Del
secondo di essi Omero dice che anche negl'inferi è l'unico ad aver senno,
gli altri errano al pari di ombre; quanto poi ad Anfiarao, la fama
acquistatasi presso i greci gli procurò tanto onore, che fu considerato un
dio e gli si chiedevano oracoli che emanassero dal suo suolo, là dove era
stato sotterrato. 89 E Priamo, il re dell'Asia, non aveva due figli capaci
di divinazione, Eleno e Cassandra, il primo mediante gli augurii, l'altra
per esaltazione e follìa divina? Profeti di questo secondo genere furono
presso di noi in tempi antichi (ne abbiamo menzione scritta) certi
fratelli Marcii, di famiglia nobile. E Poliido corinzio, non predisse la
morte - lo narra Omero - al figlio che partiva per la guerra di Troia, e
molte altre cose ad altri? In generale, nei tempi antichi i sovrani erano
anche maestri di arte augurale: consideravano come una dote regale la
divinazione al pari della sapienza nel governare. Ne è testimone la nostra
città, nella quale dapprima furono àuguri i re, poi alcuni privati
cittadini, muniti di questa stessa carica sacerdotale, governarono la
repubblica con l'autorità promanante dalle credenze religiose.
XLI 90 Questi procedimenti divinatorii non sono trascurati nemmeno dai
barbari. In Gallia vi sono i Druidi: ne ho conosciuto uno anch'io, l'èduo
Divizíaco, tuo ospite e ammiratore, il quale dichiarava che gli era nota
la scienza della natura, chiamata dai greci physiología, e in parte con
gli augurii, in parte con l'interpretazione dei sogni, diceva il futuro.
Tra i persiani, interpretano gli augurii e profetano i maghi, i quali si
riuniscono in un luogo sacro per meditare sulla loro arte e per scambiarsi
idee, il che anche voi eravate soliti fare nel giorno delle None; 91 né
alcuno può essere re dei persiani se non ha prima appreso la pratica e la
scienza dei maghi. È facile, d'altronde, vedere famiglie e genti dedite
alla divinazione. In Caria c'è la città di Telmesso, nella quale l'arte
degli arùspici si distingue particolarmente; così pure Èlide nel
Peloponneso ha due determinate famiglie, quella degli Iàmidi e quella dei
Clìtidi, famose più di tutte per l'aruspicìna. In Siria i Caldei eccellono
per conoscenza degli astri e per acutezza d'interpretazione. 92 L'Etruria
conosce profondamente i presagi tratti dai luoghi colpiti dal fulmine, e
sa interpretare il significato di ciascun prodigio e di ciascuna
apparizione portentosa. Giustamente, perciò, al tempo dei nostri antenati,
quando il nostro Stato era in pieno fiore, il senato decretò che dieci
figli di famiglie eminenti, scelti ciascuno da una delle genti etrusche,
fossero fatti istruire nell'aruspicìna, per evitare che un'arte di tale
importanza, a causa della povertà di quelli che la praticavano, scadesse
da autorevole disciplina religiosa a oggetto di traffico e di guadagno.
Quanto, poi, ai frigi, ai pisidii, ai cilici, al popolo arabo, essi
obbediscono scrupolosamente ai segni profetici dati dagli uccelli; e
sappiamo che lo stesso è avvenuto per lungo tempo in Umbria.
XLII 93 E a me sembra che l'opportunità di praticare i diversi generi di
divinazione sia derivata anche dai luoghi che erano abitati dai vari
popoli. Gli egiziani e i babilonesi, che abitavano in distese di campi
pianeggianti, poiché nessuna altura poteva ostacolare la contemplazione
del cielo, posero tutto il loro studio nella conoscenza degli astri. Gli
etruschi, poiché, sommamente religiosi, immolavano vittime con zelo e
frequenza particolare, si dedicarono soprattutto all'indagine delle
viscere; e siccome, per l'aria pregna di vapori, erano frequenti nella
loro patria i fulmini, e per lo stesso motivo si verificavano molti fatti
straordinari provenienti in parte dal cielo, altri dalla terra, taluni
anche in seguito al concepimento e alla generazione degli esseri umani e
delle bestie, acquistarono una grandissima perizia nell'interpretare i
prodigi. Il cui significato, come tu sei solito dire, è dimostrato dalle
parole stesse foggiate sapientemente dai nostri antenati: poiché fanno
vedere (ostendunt), prognosticano (portendunt), mostrano (monstrant),
predicono (praedicunt), vengono chiamati apparizioni miracolose (ostenta),
portenti (portenta), mostri (monstra), prodìgi (prodigia). 94 Gli arabi, i
frigi e i cilici, poiché sono soprattutto dediti alla pastorizia,
percorrendo le pianure d'inverno e le montagne d'estate, hanno perciò
notato più agevolmente i diversi canti e voli degli uccelli; e per lo
stesso motivo hanno fatto ciò gli abitanti della Pisidia e quelli di
questa nostra Umbria. E ancora, tutti i carii e in particolare gli
abitanti di Telmesso, di cui ho detto sopra, siccome vivono in plaghe
ricchissime ed estremamente fertili, nelle quali per la fecondità del
terreno molte piante e animali possono formarsi e generarsi, osservarono
con accuratezza gli esseri abnormi.
XLIII 95 Chi, del resto, non vede che in ogni Stato bene ordinato gli
auspicii e gli altri tipi di divinazione hanno sempre goduto altissimo
credito? Quale re c'è mai stato, quale popolo che non ricorresse alle
predizioni divine? E questo non solo in tempo di pace, ma anche, molto di
più, in guerra, perché tanto maggiore era la posta in giuoco e in più
grave rischio la salvezza. Lascio da parte i nostri, i quali non
intraprendono nulla in guerra senza aver esaminato le viscere, nulla fanno
in pace senza aver preso gli auspicii; vediamo gli stranieri. Gli ateniesi
in tutte le pubbliche deliberazioni ricorsero sempre a certi sacerdoti
divinatori che essi chiamano mánteis, e gli spartani posero a fianco dei
loro re un àugure come consigliere, e vollero, parimenti, che un àugure
partecipasse alle riunioni degli anziani (così chiamano il consiglio
statale); e così pure, in tutte le questioni importanti, chiedevano sempre
responsi a Delfi o ad Ammone o a Dodona. 96 Licurgo, che dette la
costituzione allo Stato spartano, volle confermare le proprie leggi con
l'approvazione di Apollo delfico; e quando Lisandro le volle riformare, ne
fu impedito dal divieto del medesimo oracolo. Non basta: i governanti
degli spartani, non ritenendo sufficienti le cure che davano al governo
durante il giorno, andavano a giacere, per procurarsi dei sogni, nel
tempio di Pasifae, situato nella campagna vicina a Sparta, perché
consideravano veritiere le profezie avute nel sonno.
97 Ecco, ritorno alle cose nostre. Quante volte il senato ordinò ai
decemviri di consultare i libri sibillini! In quanto importanti e numerose
occasioni obbedì ai responsi degli arùspici! Ogni volta che si videro due
soli, e tre lune, e fiamme nell'aria; ogni volta che il sole apparve di
notte, e giù dal cielo si sentirono dei rumori sordi e sembrò che la volta
celeste si fendesse, e in essa apparvero dei globi. Fu anche annunziato al
senato il franamento del territorio di Priverno, quando la terra s'abbassò
fino ad una profondità immensa e la Puglia fu squassata da violentissimi
terremoti. E da questi portenti erano preannunciate al popolo romano
grandi guerre e rovinose sedizioni, e in tutti questi casi i responsi
degli arùspici concordavano coi versi della Sibilla. 98 E ancora, quando a
Cuma sudò la statua di Apollo, a Capua quella della Vittoria? E la nascita
di un andrògino non fu un prodigio funesto? E quando le acque del fiume
Atrato si tinsero di sangue? E che dire del fatto che più volte cadde giù
una pioggia di pietre, spesso di sangue, talvolta di terra, una volta
anche di latte? E quando sul Campidoglio fu colpita dal fulmine la statua
di un Centauro, sull'Aventino porte delle mura e uomini, a Tùsculo il
tempio di Càstore e Pollùce, a Roma il tempio della Pietà? In tutte queste
circostanze gli arùspici non dettero responsi conformi a ciò che poi
accadde, e nei libri sibillini non furono trovate le stesse profezie?
XLIV 99 Non molto tempo fa, durante la guerra màrsica, in seguito a un
sogno di Cecilia, figlia di Quinto, il tempio dedicato a Giunone Sospita
fu fatto ricostruire dal senato. Sisenna aveva dimostrato che quel sogno
corrispondeva mirabilmente, alla lettera, coi fatti; poi,
inaspettatamente, credo per influsso di qualche epicureo, si mette a
sostenere che non bisogna credere ai sogni. Eppure contro i prodìgi non
obietta nulla, e narra che all'inizio della guerra màrsica le statue degli
dèi sudarono, e scorsero fiumi rossi di sangue, e che il cielo si spaccò,
e si udirono voci misteriose che annunziavano pericoli di guerra, e a
Lanuvio alcuni scudi furono rosicchiati dai topi: agli arùspici questo
parve un presagio funestissimo. 100 E che dire di ciò che leggiamo negli
annali? Durante la guerra contro Veio, essendo cresciute oltre misura le
acque del lago Albano, un nobile di Veio passò dalla nostra parte e disse
che, secondo i libri profetici che i veienti conservavano, Veio non poteva
esser presa finché il lago non fosse giunto a traboccare; ma se le acque,
fuoriuscendo, si fossero scaricate in mare secondo il loro deflusso
spontaneo, sarebbe stata una rovina per il popolo romano; se invece
fossero state incanalate in modo da non poter raggiungere il mare, sarebbe
stata la vittoria per i nostri. In seguito a ciò i nostri antenati
scavarono quel mirabile canale di scarico dell'acqua del lago Albano. Ma
quando i veienti, spossati dalla guerra, mandarono ambasciatori al senato
per trattare la resa, allora uno di essi - si narra - disse che quel
disertore non aveva avuto il coraggio di dire tutto al senato: ché in
quegli stessi libri profetici posseduti dai veienti si diceva che tra
breve Roma sarebbe stata conquistata dai Galli: e in effetti, come
sappiamo, ciò avvenne sei anni dopo la presa di Veio.
XLV 101 Spesso anche si narra che nelle battaglie si udirono le voci dei
Fauni, e, nel corso di tumulti, parole che predicevano il vero,
provenienti chissà da dove. Tra i molti esempi di questo genere, bastino
due soli, ma di gran rilievo. Non molto prima che la città fosse presa dai
Galli, si udì una voce proveniente dal bosco sacro a Vesta, che dai piedi
del Palatino scende verso la Via Nuova: la voce ammoniva che si
ricostruissero le mura e le porte; se non si provvedeva, Roma sarebbe
stata presa dai nemici. Di questo ammonimento, che fu trascurato allora,
quando si era in tempo a evitare il danno, fu fatta espiazione dopo quella
terribile disfatta: dirimpetto a quel luogo, fu consacrato ad Aio Loquente
un altare, che tuttora vediamo protetto da un recinto. L'altro esempio:
molti hanno scritto che, dopo un terremoto, una voce proveniente dal
tempio di Giunone sul Campidoglio ammonì che si sacrificasse in segno di
espiazione una scrofa gravida: perciò la Giunone a cui era dedicato quel
tempio fu chiamata Moneta. Questi fatti, dunque, annunciati dagli dèi e
sanzionati dai nostri antenati, li disprezziamo?
102 Ma i pitagorici consideravano assiduamente non solo le voci degli dèi,
ma anche quelle degli uomini, chiamate òmina. E siccome i nostri antenati
ritenevano che esse avessero valore profetico, ogni volta che dovevano
compiere un atto importante incominciavano col dire: "Sia questa cosa
buona, fausta, felice e fortunata"; e nelle pubbliche cerimonie religiose
si ordinava che i presenti "facessero silenzio", e, nel proclamare le
ferie, che "si astenessero da liti e risse". Così pure, nel fondare con un
rito di purificazione una colonia, colui che la fondava sceglieva, perché
conducessero le vittime al sacrificio, persone dai nomi di buon augurio; e
così faceva il comandante quando purificava l'esercito, il censore quando
purificava il popolo. Alla stessa norma si attengono i consoli nella leva:
che il primo soldato arruolato abbia un nome di buon augurio. 103 Tu sai
bene che, quando sei stato console e comandante militare, hai osservato
queste norme con grande scrupolo. Anche riguardo alla centuria che votava
per prima nei comizi, i nostri antenati ritennero che per il suo nome essa
costituisse un buon auspicio di elezioni conformi alla legge.
XLVI Ed io ti rammenterò ben noti esempi di òmina. Lucio Paolo, console
per la seconda volta, essendogli toccato l'incarico di condurre la guerra
contro il re Perse, quando in quello stesso giorno, sull'imbrunire,
ritornò a casa, nel dare un bacio alla sua bambina Terzia, ancora molto
piccola a quel tempo, si accorse che era un po' triste. "Che è successo,
Terzia?" le chiese; "perché sei triste?." E lei: "Babbo," disse, "è morto
Persa." Egli allora, abbracciandola forte, disse: "Accetto il presagio,
figlia mia." Era morto un cagnolino che si chiamava così. 104 Ho udito
raccontare io stesso da Lucio Flacco, flàmine marziale, che Cecilia,
moglie di Metello, volendo far sposare la figlia di sua sorella, si recò
in un tempietto per ricevere un presagio, secondo l'uso degli antichi. La
nipote stava in piedi, Cecilia era seduta; per molto tempo non si sentì
nessuna voce; allora la ragazza, stanca, chiese alla zia che le
permettesse di riposarsi un poco sulla sua sedia. E Cecilia: "Certo,
bambina mia, ti lascio il mio posto." E il detto si avverò: Cecilia morì
poco dopo, e la ragazza sposò colui che era stato il marito di Cecilia. Lo
capisco fin troppo bene: queste cose si possono disprezzare o si può anche
riderne; ma disprezzare i segni inviati dagli dèi e negare la loro
esistenza, è tutt'uno.
XLVII 105 E degli àuguri, che dire? È materia di tua pertinenza; a te,
dico, deve spettare la difesa degli auspicii. Quando eri console, l'àugure
Appio Claudio ti annunziò - avendo giudicato ambiguo l'"augurio della
salvezza" - che vi sarebbe stata una guerra civile funesta e tempestosa. E
pochi mesi dopo scoppiò, e tu la soffocasti in ancor più pochi giorni.
Quell'àugure io lo stimo altamente, perché egli solo, dopo molti anni, non
si limitò a ripetere le solite formule augurali, ma mantenne in vita
l'arte della divinazione. I tuoi colleghi lo deridevano, lo chiamavano
àugure di Pisidia o di Sora: essi credevano che negli augurii non vi fosse
nessun presentimento, nessuna conoscenza della realtà futura; erano stati
accorti, dicevano, quelli che avevano inventato le credenze religiose per
darle a intendere agli ignoranti! Ma la realtà è ben diversa: né quei
pastori di cui Romolo fu il re, né Romolo in persona poterono essere tanto
smaliziati da inventare delle parvenze di religione per trarre in errore
la moltitudine. Ma la difficoltà e la fatica d'imparare hanno reso
eloquenti i fannulloni: meglio fare forbiti discorsi sul valore nullo
degli auspicii, che apprenderne con cura l'essenza. 106 Che c'è di più
profetico di quell'auspicio che si legge nel tuo Mario? Della tua
testimonianza mi piace servirmi più che di ogni altra:
"Allora, d'improvviso, l'alata ministra di Gìove altitonante, ferita dal
morso del serpente, lo strappa a sua volta dal tronco dell'albero,
trafiggendo con gli artigli spietati il rettile semivivo, guizzante a gran
forza col collo variegato. Essa dilania e insanguina col becco il serpente
che si divincola; poi, ormai saziata l'ira, ormai vendicato l'aspro
dolore, lo lascia cader giù spirante, lo fa precipitare nelle onde già
ridotto a brani; ed essa si rivolge dal lato dove il sole tramonta verso
il lato donde sorge splendente. Appena Mario, àugure della volontà divina,
ebbe visto l'aquila che volava scorrendo per il cielo con le ali veloci,
ed ebbe inteso il fausto presagio della propria gloria e del proprio
ritorno, ecco che il Padre stesso degli dèi tuonò dalla parte sinistra del
cielo. Così Giove confermò lo splendido presagio dell'aquila."
XLVIII 107 E quell'augurio ottenuto da Romolo fu un augurio da pastore,
non da esperto cittadino, non inventato per dar soddisfazione alle
credenze degli ignoranti, ma ricevuto da persone fededegne e tramandato ai
posteri. Or bene, Romolo àugure, come leggiamo in Ennio, e suo fratello
àugure anche lui, "procedendo con gran cura, e desiderosi di regnare, si
accingono all'auspicio e all'augurio. +Sul monte+ **** Remo si dedica
all'auspicio e da solo attende che appaia qualche uccello; dal canto suo,
Romolo dall'aspetto divino osserva il cielo sull'alto Aventino, attende la
stirpe degli altovolanti. Gareggiavano per decidere se dovessero chiamare
la città Roma o Rémora; tutti attendevano ansiosamente chi sarebbe stato
il sovrano. Aspettano, come quando il console sta per dare il segnale
nella corsa dei carri, tutti guardano avidamente le aperture dei cancelli,
108 attenti al momento in cui lascerà uscire dalle dipinte imboccature i
carri: allo stesso modo il popolo aspettava coi volti pallidi nell'attesa
degli eventi, chiedendosi a quale dei due sarebbe toccata la vittoria
nella gara per il gran regno. Frattanto il sole lucente si calò nelle
profondità della notte. Ed ecco, la fulgida luce riapparve raggiante,
spinta fuori nel cielo; e nello stesso tempo, lontano, dall'alto, volò un
uccello bellissimo, di buon augurio, da sinistra. Appena sorge l'aureo
sole, scendono dal cielo dodici corpi sacri di uccelli, si posano su
luoghi fausti e bene auguranti. Da ciò Romolo comprese che a lui era stata
data la preferenza, che in seguito all'auspicio gli era assicurato il
seggio regale e il territorio."
XLIX 109 Ma, per ritornare al punto da cui ha preso le mosse il mio
discorso, anche se io non fossi per nulla in grado di spiegare perché
avviene ciascuno di questi fatti, e dimostrassi soltanto che i fatti che
ho menzionato avvengono, sarebbe debole la mia replica a Epicuro e a
Carneade? Ebbene, che diremo se esiste anche la spiegazione, facile quella
delle profezie ottenute mediante l'arte, alquanto più oscura, in verità,
quella delle profezie derivanti da esaltazione divina? Le profezie
ricavate dalle viscere, dai fulmini, dai portenti, dagli astri si basano
sulla registrazione di osservazioni costanti; e in ogni campo la lunga
durata, accompagnata da lunga osservazione, ci procura straordinarie
conoscenze. Queste si possono ottenere anche senza l'intervento e
l'impulso degli dèi, quando, con frequenti esperienze, si arriva a capire
che cosa accada in conseguenza di ciascun segno e quale sia il valore di
premonizione di ciascun fenomeno. 110 L'altra forma di divinazione, l'ho
già detto, è quella naturale. Essa, con sottili ragionamenti riguardanti
la scienza della natura, va riferita all'essenza degli dèi, dalla quale,
secondo i pensatori più dotti e sapienti, noi abbiamo tratto le nostre
anime, come se le avessimo aspirate o bevute; e poiché il Tutto è
compenetrato e riempito di spirito eterno e di intelligenza divina,
avviene necessariamente che le anime umane subiscano l'effetto della loro
affinità con le anime divine. Ma, nello stato di veglia, le nostre anime
devono occuparsi delle necessità della vita, e quindi si disgiungono dalla
comunanza con la divinità, impedite come sono dai legami corporei. 111
Soltanto poche persone sono capaci di astrarsi dal corpo e di innalzarsi,
mettendo in opera tutte le loro energie, fino alla conoscenza delle cose
divine. Le profezie di costoro non dipendono da afflato divino, ma da
ragionamento umano: essi prevedono i fenomeni che avverranno per cause
naturali, come le alluvioni o quella deflagrazione del cielo e della terra
che un giorno avverrà; altri fra costoro, avendo pratica di cose
politiche, sanno prevedere con molto anticipo il sorgere di una tirannide,
come sappiamo che fece l'ateniese Solone. Questi li possiamo chiamare
"prudenti", cioè "preveggenti", ma certamente non dotati di divinazione.
Lo stesso si può dire di Talete di Mileto, il quale, per mettere a tacere
i suoi denigratori e per mostrar loro che anche un filosofo, se gli
aggrada, può far guadagni, comprò - si racconta - tutti gli olivi del
territorio di Mileto prima che incominciassero a fiorire. 112 Si era forse
accorto, per certe sue osservazioni scientifiche, che gli olivi avrebbero
dato un ottimo raccolto. Fu anche Talete che, a quanto si dice, previde
per primo un'eclissi di sole, che in effetti avvenne sotto il regno di
Astiage.
L Molte previsioni giuste le fanno i medici, molte i naviganti, molte
anche i contadini, ma nessuna di esse io chiamo divinazione: nemmeno
quella famosa previsione con cui il filosofo della natura Anassimandro
avvertì gli spartani di lasciare la città e le case e vegliare armati nei
campi, poiché era imminente un terremoto: e in realtà tutta la città fu
rasa al suolo e il contrafforte estremo del monte Taigeto fu divelto come
la poppa di una nave. Nemmeno Ferècide, il famoso maestro di Pitagora,
dovrà essere considerato come un profeta anziché come un filosofo della
natura, per aver detto che erano imminenti dei terremoti dopo che ebbe
esaminato dell'acqua attinta da un pozzo perenne. 113 La divinazione
naturale, l'anima umana non la compie se non quando è talmente sciolta e
libera da non avere assolutamente alcun legame col corpo. Ciò accade
soltanto ai vaticinanti e ai dormienti. Perciò questi due generi di
divinazione sono ammessi da Dicearco e dal nostro Cratippo, come ho detto.
Se essi li ammettono perché derivano dalla natura, diciamo pure che sono i
più importanti, purché non gli unici; ma se ritengono che l'osservazione
dei segni profetici non valga nulla, sopprimono molti indizi utili per la
condotta della vita. Ma poiché concedono qualcosa e non di poco conto [le
profezie in stato di esaltazione e i sogni], non c'è alcun motivo, per
noi, di discutere violentemente con essi, tanto più che vi sono quelli che
non ammettono alcuna divinazione!
114 Dunque quelli le cui anime, sprezzando il corpo, volano via e
trascorrono fuori, infiammati ed eccitati da una sorta di ardore, vedono
senza dubbio le cose che dicono nei loro vaticinii. Anime di questo
genere, capaci di non rimanere attaccate ai corpi, sono infiammate da
molte cause. Vi sono, per esempio, quelle che subiscono l'eccitazione di
qualche voce melodiosa o dei canti frigi. Molte sono esaltate dalla vista
dei boschi e delle foreste, molte dai fiumi o dai mari; e la loro mente,
in un accesso di follia, vede il futuro molto prima che accada. A questo
tipo di divinazione si riferiscono quei famosi versi: "Ahimè, guardate!
Qualcuno ha giudicato un giudizio memorabile fra tre dèe; e per quel
giudizio arriverà una donna spartana, una delle Furie."
Allo stesso modo molte profezie sono state spesso fatte da vaticinanti, e
non solo in prosa, ma anche "coi versi che un tempo cantavano i Fauni e i
vati." 115 Similmente i vati Marcio e Publicio cantarono oracoli, a quanto
si dice; e allo stesso modo furono profferiti gli enigmi di Apollo. Credo
anche che dalle fenditure della terra uscissero esalazioni che inebriavano
le menti e le inducevano a effondere oracoli.
LI E questo è il modo di profetare dei vati, non dissimile, invero, da
quello dei sogni. Ciò che accade ai vari da svegli, accade a noi quando
dormiamo. Nel sonno l'anima è in pieno vigore, libera dai sensi e da ogni
preoccupazione che la frastorni, poiché il corpo giace come se fosse
morto. E poiché l'anima esiste da sempre e ha avuto rapporti con altre
innumerevoli anime, vede tutto ciò che esiste nell'universo, purché,
grazie a un cibo leggero e a bevande modiche, si trovi nella condizione di
essere essa desta mentre il corpo è immerso nel sonno. Questo è il genere
di divinazione di chi sogna.
116 E qui si fa valere un'importante interpretazione dei sogni [dovuta ad
Antifonte], e anche degli oracoli e dei vaticinii: un'interpretazione
basata non sulla natura, ma sull'arte: ché vi sono interpreti di queste
profezie, come i filologi sono interpreti dei poeti. Giacché, come la
natura divina avrebbe creato invano l'oro e l'argento, il rame, il ferro,
senza poi insegnare il modo di arrivare ai loro giacimenti, e senza alcuna
utilità avrebbe dato al genere umano le messi della terra e i frutti degli
alberi, se non ne avesse insegnato la coltivazione e la conservazione, e a
nulla servirebbe il legname, se non sapessimo l'arte di fabbricare con
esso tante cose, allo stesso modo con ogni beneficio che gli dèi hanno
dato agli uomini è stata congiunta un'arte grazie alla quale quel
beneficio potesse essere goduto. Dunque anche ai sogni, ai vaticinii, agli
oracoli, poiché presentavano molte oscurità e ambiguità, furono fornite le
spiegazioni degli interpreti.
117 In qual modo, poi, i vati o quelli che sognano vedano le cose che
ancora non esistono in alcun luogo, è oggetto di un'ardua discussione. Ma
se indaghiamo ciò che dovrà essere discusso preliminarmente, la soluzione
diverrà più facile. Tutto questo problema, difatti, fa parte di quel più
vasto argomento riguardante la natura degli dèi, che tu hai spiegato con
gran chiarezza nel libro secondo della tua opera. Se ci atterremo a quei
princìpi, rimarrà accertato ciò di cui fa parte la questione che stiamo
indagando adesso. Si trattava di questo: gli dèi esistono; il mondo è
governato dalla loro provvidenza; essi si curano delle cose umane, non
solo nel loro insieme, ma anche per ciò che riguarda i singoli individui.
Se teniamo fermi questi punti, che a me non sembrano confutabili,
senz'altro è necessario che gli dèi facciano sapere il futuro agli uomini.
LII 118 Ma bisogna precisare in che modo ciò avvenga. Gli stoici non
ammettono che la divinità si occupi delle singole fenditure del fegato
delle tante vittime o dei singoli canti degli uccelli (ciò non sarebbe
decoroso né degno degli dèi né possibile in alcun modo), ma ritengono che
il mondo sia stato formato fin dall'inizio in modo che determinati eventi
fossero precorsi da determinati segni, alcuni nelle viscere, altri nel
volo degli uccelli, altri nei fulmini, altri nei prodigi, altri negli
astri, altri nelle visioni in sogno, altri ancora nelle grida degli
invasati. Coloro che sanno comprendere bene questi segni, di rado
s'ingannano; le profezie e le interpretazioni compiute inesattamente vanno
a vuoto non per difetto della realtà, ma per imperizia degli interpreti.
Posto e concesso questo principio, che esiste una forza divina la quale dà
regola alla vita umana, non è difficile supporre in che modo avvengano
quelle cose che, come vediamo, avvengono senza dubbio. Per esempio, a
scegliere una vittima può esserci guida un intelletto divino che pervade
tutto il mondo; e proprio nell'istante in cui stai per immolare la vittima
può avvenire nelle sue viscere un mutamento, in modo che qualcosa manchi o
sia di troppo: bastano alla natura pochi istanti per aggiungere o mutare o
togliere qualcosa. 119 A impedirci di dubitare di ciò, una prova decisiva
è data da quel che accadde poco prima della morte di Cesare. Quando compi
un sacrificio in quel giorno in cui per la prima volta sedette su un
seggio dorato e si mostrò in pubblico con una veste purpurea, tra le
viscere della vittima, che era un bove ben pasciuto, non si trovò il
cuore. Credi dunque che possa esistere un animale dotato di sangue che non
abbia il cuore? Dalla stranezza di questo fatto egli ‹non fu› sbigottito,
sebbene Spurinna gli dicesse che c'era da temere che egli perdesse il
senno e la vita: l'uno e l'altra, infatti, hanno origine dal cuore. Il
giorno dopo, in un'altra vittima non si trovò la parte superiore del
fegato. Questi segni gli erano mandati dagli dèi immortali. perché
prevedesse la propria morte, non perché la evitasse. Dunque, quando nelle
viscere non si trovano quelle parti senza le quali l'animale destinato al
sacrificio non avrebbe potuto vivere, bisogna concluderne che le parti
mancanti sono scomparse nel momento stesso in cui vien compiuto il
sacrificio.
LIII 120 E lo spirito divino produce analoghi effetti sugli uccelli, in
modo che gli "alati" volino ora in una direzione ora in un'altra, si
nascondano ora in un luogo ora in un altro, e gli "uccelli profetici"
cantino ora da destra ora da sinistra. Ché se ogni animale muove il
proprio corpo a suo piacimento, mettendosi ora prono, ora di fianco, ora
supino, e piega, contorce, stende, contrae le membra in ogni direzione da
lui voluta, e spesso esegue questi movimenti, si può dire, prima ancora di
averci pensato, quanto più facile dev'essere ciò alla divinità, al cui
volere tutto obbedisce! 121 È anche la divinità quella che ci invia quei
segni che in grandissimo numero ci tramanda la storia. Ad esempio leggiamo
profezie come queste: se la luna avesse avuto un'eclissi poco prima che il
sole sorgesse nella costellazione del Leone, Dario e i persiani sarebbero
stati sconfitti in guerra da Alessandro coi suoi macedoni e Dario sarebbe
morto; se fosse nata una bambina con due teste, vi sarebbero state
sommosse popolari, corruzioni e adulteri nelle famiglie; se una donna
avesse sognato di partorire un leone, lo Stato in cui ciò fosse avvenuto
avrebbe subìto una sconfitta da un popolo straniero. Dello stesso tipo è
anche il fatto narrato da Erodoto, che il figlio di Creso si mise a
parlare mentre prima era muto: per il qual prodigio il regno di suo padre
e la dinastia andarono del tutto in rovina. Che a Servio Tullio, mentre
dormiva, brillò una fiamma sulla testa, quale storia non lo racconta?
Come, dunque, chi si abbandona al sonno con animo ben preparato sia da
buoni pensieri, sia da cibi che predispongono alla tranquillità, vede in
sogno cose certe e vere, così l'anima di chi, nella veglia, si mantiene
casto e puro è meglio disposta a cogliere la verità insita negli astri,
nel volo degli uccelli e negli altri segni, nonché nelle viscere degli
animali.
LIV 122 Questo è appunto ciò che sappiamo riguardo a Socrate e che egli
stesso dice in tanti passi delle opere dei suoi discepoli: che in lui
c'era qualcosa di divino, da lui chiamato dèmone, al quale egli sempre
obbediva, e che non lo sospingeva mai a fare qualcosa, ma spesso lo
distoglieva. E proprio Socrate (della cui autorità quale altra
potrebb'essere migliore?), quando Senofonte gli chiese se dovesse andare
in guerra al seguito di Ciro, gli espose prima la propria opinione, e poi
aggiunse: "Il mio è il consiglio di un uomo; ma, trattandosi di cose
oscure e incerte, ritengo che si debba ricorrere all'oracolo di Apollo,"
al quale, anche gli ateniesi ricorrevano sempre per le questioni statali
più importanti. 123 Di Socrate si legge anche che, avendo visto un giorno
il suo amico Critone con un occhio bendato, gli chiese che cosa gli era
successo. Critone gli disse che, mentre passeggiava in campagna, un
ramoscello da lui scostato e poi lasciato libero gli era andato a colpire
l'occhio. E Socrate: "Ecco, non mi hai dato retta quando ti dicevo di non
andare in campagna, e te lo dicevo per quell'ammonimento divino che spesso
mi viene in aiuto." Ancora Socrate, quando gli ateniesi guidati da Lachete
avevano subìto una sconfitta presso Delio, ed egli batteva in ritirata
insieme con Lachete, allorché furono giunti a un trivio, non volle prender
la strada che prendevano gli altri. E siccome quelli gli chiesero perché
non seguitava per il loro stesso cammino, rispose che il dèmone lo
sconsigliava. E in effetti quelli che avevano proseguito la fuga per
l'altra strada si trovarono alle prese con la cavalleria nemica. Antipatro
ha raccolto moltissimi casi in cui Socrate dette mirabile prova della sua
capacità di prevedere il futuro; io li tralascerò: tu li conosci, io non
ho bisogno di rammentarli per il mio scopo. 124 Ma un detto solo,
splendido e, direi, divino, voglio ricordare di quel filosofo: condannato
da un'empia sentenza, disse che moriva con piena serenità, perché, né
quando era uscito di casa, né quando era salito sulla tribuna dalla quale
aveva pronunciato la sua difesa, aveva ricevuto dal dèmone alcuno dei
soliti segni premonitori di qualche male.
LV Questo è, in verità, il mio parere: sebbene molte volte coloro che
hanno fama di indovini esperti nell'osservazione dei segni o nella
previsione del futuro cadano in errore, tuttavia la divinazione esiste;
gli uomini, del resto, possono sbagliarsi in quest'arte, come in tutte le
altre. Può accadere che un segno dato come dubbio sia interpretato come
sicuro; può rimanere inosservato un segno, o un altro contrastante col
primo. Ma per dimostrare la tesi che io sostengo è sufficiente che si
accerti l'esistenza, nemmeno di una maggioranza di previsioni e predizioni
avveratesi ma anche solo di una minoranza. 125 Anzi, non esiterei a dire
che, se un unico fatto qualsiasi è stato predetto e presentito in modo
che, venuti al punto, si verifichi con esatta conformità alla predizione,
né in questa coincidenza alcunché possa apparire dovuto al caso, la
divinazione esiste senz'altro, e tutti devono ammetterlo.
Perciò mi sembra che, come fa Posidonio, ogni capacità e maniera di
divinare debba essere fatta risalire innanzi tutto alla divinità (riguardo
alla quale abbiamo già detto abbastanza), in secondo luogo al fato, in
terzo luogo alla natura. Che tutto avvenga per determinazione del fato, la
ragione ci costringe ad ammetterlo. Chiamo fato quello che i greci
chiamano heimarménè, cioè l'ordine e la serie delle cause, tale che ogni
causa concatenata con un'altra precedente produca a sua volta un effetto.
Questa è la verità sempiterna, svolgentesi da tutta l'eternità. Stando
così le cose, nulla è accaduto che non dovesse accadere, e del pari nulla
accadrà le cui cause, destinate a produrre appunto quell'effetto, non
siano già presenti nella natura. 126 Da ciò si comprende che il fato è da
concepire, non superstiziosamente ma scientificamente, come la causa
eterna in virtù della quale le cose passate sono avvenute, le presenti
avvengono, le future avverranno. Per questo, grazie all'osservazione, da
un lato si può nella maggior parte dei casi indicare quale effetto
risulterà da una data causa (nella maggior parte dei casi, non sempre,
poiché un'affermazione così perentoria sarebbe arrischiata); d'altro lato,
è verosimile che le medesime cause degli eventi futuri siano scòrte da
coloro che hanno visioni in stato di esaltazione o in sogno.
LVI 127 Inoltre, siccome tutto avviene per determinazione del fato, come
dimostreremo altrove, se potesse esservi un uomo capace di abbracciare col
proprio intelletto l'intera concatenazione delle cause, costui saprebbe
certamente tutto. Chi, infatti, conoscesse le cause degli avvenimenti
futuri, necessariamente conoscerebbe tutto il futuro. Ma poiché nessuno
può far questo tranne la divinità, bisogna che l'uomo si accontenti di
prevedere il futuro in base ad alcuni segni che gli indicano ciò che da
essi conseguirà. Il futuro non sorge all'improvviso: come lo sdipanarsi di
una gomena, tale è lo scorrere del tempo che non produce nulla di nuovo e
ritorna sempre al punto da cui mosse. Questo lo vedono sia coloro che
hanno avuto in dote la divinazione naturale, sia coloro che con
l'osservazione hanno compreso il corso degli eventi. Costoro, anche se non
scorgono le cause vere e proprie, scorgono però i segni e gli indizi delle
cause; per di più, con l'aiuto della memoria, dell'attenzione e di ciò che
ci è stato tramandato dagli scritti dei nostri antenati, ecco che si forma
quella divinazione che è chiamata artificiale, basata sull'esame delle
viscere, dei fulmini, dei prodigi e dei segni provenienti dal cielo. 128
Non c'è dunque motivo di meravigliarsi del fatto che gli indovini
prevedano ciò che non vi è ancora in nessun luogo; tutte queste cose vi
sono, ma sono ancora lontane nel tempo. E come nei semi è ìnsita la
potenza generativa delle future piante, così nelle cause sono racchiusi
gli eventi futuri; il loro avvento, lo prevede la mente invasata o immersa
nel sonno, o anche il ragionamento e l'interpretazione. E come quelli che
conoscono il sorgere, il tramontare, i moti del sole, della luna e degli
altri astri sono in grado di predire con molto anticipo in quale tempo
ciascuno di quei fenomeni avverrà, così quelli che con lunghe osservazioni
hanno notato lo svolgersi dei fatti e il rapporto tra segni ed eventi
comprendono il futuro, o sempre, o, se ciò può sembrare arrischiato, nella
maggior parte dei casi, o, se neppur questo mi si vuol concedere, almeno
parecchie volte. Questi argomenti, dunque, e altri dello stesso genere a
favore della divinazione, sono tratti dall'esistenza del fato.
LVII 129 Un altro argomento, poi, si desume dalla natura che ci insegna
quanto sia grande il potere dell'anima separato dalle sensazioni corporee;
e ciò avviene soprattutto a chi dorme o a chi è invasato. Difatti, come le
anime degli dèi, senza bisogno di avere occhi, né orecchi, né lingua,
intendono reciprocamente ciò che ciascuno intende (cosicché gli uomini,
anche quando esprimono tacitamente un desiderio o un voto, possono essere
sicuri che gli dèi li odono), così le anime umane, quando, immerse nel
sonno, sono sciolte dal corpo oppure, essendo invasate, si muovono da sé,
libere, con tutto il loro vigore, vedono ciò che non possono vedere quando
sono commiste al corpo. 130 Questo argomento tratto dalla natura , forse,
non è facile riferirlo a quel genere di divinazione che, come si è detto,
deriva dall'arte; e tuttavia Posidonio, per quanto può, scruta anche
questo campo. Egli ritiene che vi siano in natura dei segni premonitori
del futuro. Sappiamo, ad esempio, che gli abitanti di Ceo sono soliti,
ogni anno, osservare attentamente il sorgere della Canicola e da ciò
prevedere se l'annata sarà salubre o malsana, come riferisce Eraclìde
Pontico: se l'astro sorgerà alquanto velato e quasi caliginoso, l'aria
sarà densa e piena di vapori, sicché la respirazione risulterà penosa e
nociva; se invece la costellazione apparirà chiara e lucente, vorrà dire
che l'aria sarà sottile e pura, e quindi salubre. 131 Democrito, a sua
volta, ritiene che gli antichi saggiamente prescrissero di osservare le
viscere delle vittime immolate: dalla loro forma e dal loro colore, egli
dice, si possono trarre indizi sia di salubrità dell'aria sia di
pestilenza, qualche volta anche di sterilità o di fertilità dei campi. E
se l'osservazione e la pratica dei fenomeni naturali è in grado di
prevedere queste cose, molte altre si possono, col lungo trascorrere del
tempo, scrutare e annotare. Sicché non sembra che conosca affatto la
natura quello scienziato che nel Crise di Pacuvio viene introdotto a dire:
"Costoro che intendono il linguaggio degli uccelli e traggono la loro
sapienza più dal fegato degli animali che dal proprio, io ritengo che sia
meglio starli a sentire che dar loro retta."
Perché, dimmi un poco, parli così, dal momento che tu stesso, pochi versi
dopo, dici in modo eccellente:
"Qualunque sia questo essere, esso anima, forma, nutre, accresce, crea;
seppellisce e accoglie in sé tutto, e di tutto, al tempo stesso, è padre;
e le medesime cose sorgono da esso di nuovo e in esso si dissolvono."
Perché, dunque, se la sede di tutti gli esseri è unica e a tutti comune, e
se le anime umane sono sempre esistite e sempre esisteranno, perché, dico,
non dovrebbero essere in grado di intendere quale effetto risulti da ogni
singola causa e quale segno preannunci ciascun evento? Questo", concluse
Quinto, "è ciò che avevo da dire sulla divinazione.
LVIII 132 Ora, però, dichiarerò solennemente che io non do credito ai
volgari estrattori di sorti, né a quelli che fanno gl'indovini per trarne
guadagno, né alle evocazioni delle anime dei morti, alle quali ricorreva
il tuo amico Appio. Non stimo un bel nulla gli àuguri marsi, né gli
arùspici di strada, né gli astrologi che fan quattrini presso il Circo, né
i profeti d'Iside, né i ciarlatani interpreti di sogni. Essi non sono
indovini per scienza ed esperienza, ma sono "vati superstiziosi e
impudenti spacciatori di frottole, incapaci o pazzi o schiavi del bisogno:
gente che non sa andare per il proprio sentieruccio e pretenderebbe
d'indicare la strada al prossimo. Da quelli a cui promettono ricchezze,
chiedono un soldo. Da quelle ricchezze prendano per sé un soldo di
ricompensa, e ci dìano, come è dovuto, tutto il resto!"
E questo lo dice Ennio, che pochi versi prima afferma che gli dèi
esistono, ma ritiene che non si curino delle cose umane. Io invece, che
ritengo che gli dèi non solo se ne curino ma anche ci ammoniscano e ci
predicano molte cose, credo nella divinazione, quando se ne siano escluse
le forme sciocche, mendaci, fraudolente." Dopo che Quinto ebbe così finito
di parlare, io dissi: "Tu hai davvero sostenuto con bellissimi argomenti
la tua tesi ****

LIBRO SECONDO


I 1 Mi sono chiesto e ho molto e lungamente riflettuto come avrei potuto
giovare alla maggior parte dei miei concittadini, per non essere costretto
in nessun caso a smettere di agire a vantaggio dello Stato. La soluzione
migliore che mi venne in mente fu di render note ad essi le vie per
raggiungere le più elevate attività dello spirito. Credo di aver già
ottenuto questo scopo con molti miei libri. Nell'opera intitolata Ortensio
ho esortato i lettori, quanto più ho potuto, allo studio della filosofia;
nei quattro Libri Accademici ho mostrato quale sia, a mio parere,
l'indirizzo filosofico meno arrogante e più coerente ed elegante. 2 E
poiché la base della filosofia consiste nello stabilire qual è il sommo
bene e il sommo male, ho chiarito a fondo questo argomento in un'opera
composta di cinque libri, in modo da far comprendere che cosa ciascun
filosofo sostenesse e che cosa gli obiettassero i suoi avversari. Nei
libri delle Discussioni Tusculane, venuti sùbito dopo, altrettanti di
numero, ho esposto ciò che soprattutto è necessario a raggiungere la
felicità. Il primo di essi tratta del disprezzo della morte; il secondo
del modo di sopportare il dolore fisico; il terzo del mitigare le
afflizioni dello spirito; il quarto di tutte le altre perturbazioni
dell'anima; il quinto affronta quell'argomento che più di tutti dà
splendore alla filosofia, giacché dimostra che la virtù basta a se stessa
per ottenere la felicità. 3 Esposti quegli argomenti, ho portato a termine
i tre libri Sulla natura degli dèi, nei quali questo problema è discusso
da ogni punto di vista. E perché l'esposizione fosse completa e del tutto
esauriente, ho intrapreso a scrivere questi due libri Sulla divinazione.
Se ad essi aggiungerò, come mi riprometto, un'opera Sul fato, tutto questo
problema sarà stato trattato in modo da soddisfare anche i più esigenti. A
questi libri, inoltre, vanno aggiunti i sei Sulla Repubblica, che scrissi
quando reggevo il timone dello Stato: argomento fondamentale e
appartenente anch'esso alla filosofia, già trattato amplissimamente da
Platone, Aristotele, Teofrasto e da tutta la schiera dei Peripatetici. E
che dire della Consolazione? Anche a me essa arreca qualche conforto; agli
altri, del pari, credo che gioverà molto. Poco fa ho inserito il, libro
Sulla vecchiezza, che ho dedicato al mio Attico; e siccome più che mai la
filosofia rende l'uomo buono e forte, il mio Catone è da annoverare fra i
libri filosofici. 4 E se Aristotele e con lui Teofrasto, eccellenti sia
per acume d'ingegno sia per facondia, aggregarono alla filosofia anche i
precetti dell'arte del dire, ne risulta che le mie opere retoriche devono
appartenere anch'esse alla schiera dei miei libri filosofici: vi
apparterranno, dunque, i tre libri Dell'oratore, per quarto il Bruto, per
quinto l'Oratore.
II A questo punto ero arrivato; al resto del lavoro mi accingevo, con
animo alacre, col fermo proposito di non tralasciate alcun argomento
filosofico la cui esposizione io non rendessi accessibile in lingua
latina, a meno che qualche motivo più importante non si fosse frapposto.
Quale servizio maggiore o migliore, in effetti, io potrei rendere alla mia
patria, che istruire e formare la gioventù, specialmente in questi tempi
di corruzione morale in cui è talmente sprofondata da rendere necessario
lo sforzo di tutti per frenarla e ridarle il senso dei dovere? 5 Non
m'illudo, beninteso, di poter raggiungere lo scopo, che non si può nemmeno
pretendere, di indurre tutti i giovani a questi studi. Potessi indurvene
anche pochi! La loro attività potrà pur sempre espandersi largamente entro
lo Stato. Del resto, io mi considero remunerato della mia fatica anche da
quelli che, già avanti negli anni, trovano conforto nei miei libri. Dal
loro desiderio di leggere trae sempre maggior ardore, di giorno in giorno,
il mio desiderio di scrivere; e ho saputo che essi sono più numerosi di
quanto io pensassi. È anche una cosa magnifica, e un motivo di orgoglio
per i romani, il non aver bisogno, per la filosofia, di opere scritte in
greco; 6 e questo risultato lo raggiungerò certamente, se riuscirò a
portare a termine il mio progetto.
A dire il vero, l'impulso a dedicarmi alla divulgazione della filosofia mi
venne da un doloroso evento della patria: nella guerra civile non potevo
né difendere lo Stato secondo il mio solito, né stare senza far nulla; e
nemmeno trovavo qualcosa di meglio da fare, che fosse degno di me. Mi
perdoneranno, dunque, i miei concittadini, o meglio mi saranno grati, se
io, nel tempo in cui lo Stato era in potere di uno solo, non mi sono
tenuto nascosto né mi sono perduto d'animo né mi son lasciato abbattere,
né mi sono comportato come se fossi preso da ira verso l'uomo o verso i
tempi, né, d'altra parte, ho adulato o ammirato la sorte altrui, in modo
da sembrare pentito della sfortuna che mi ero procurato. Proprio questo,
infatti, avevo imparato da Platone e dalla filosofia: che vi sono dei
mutamenti naturali delle istituzioni politiche, per cui esse sono dominate
talvolta da un gruppo di oligarchi, talaltra dalla parte popolare, in
certe circostanze da un solo uomo. 7 E poiché quest'ultimo caso era
accaduto al nostro Stato, io, reso privo delle mansioni politiche di un
tempo, ritornai a questi studi, sia per sollevare il più possibile l'animo
dall'angoscia in cui mi trovavo, sia per rendermi utile ai miei
concittadini in tutto ciò che potevo. Nei miei libri facevo le mie
dichiarazioni di voto, pronunciavo i miei pubblici discorsi, consideravo
la filosofia come un sostituto di quella che per me era stata
l'amministrazione dello Stato. Ora, poiché si ricomincia a chiedere il mio
parere su questioni politiche, è doveroso occuparsi di politica, anzi, ad
essa bisogna rivolgere ogni pensiero ed ogni attività, riservando allo
studio della filosofia solo il tempo che rimarrà libero dai compiti e dai
doveri pubblici. Ma di questo parleremo più a lungo un'altra volta; ora
ritorniamo alla discussione che avevamo intrapreso.
III 8 Dopo che mio fratello Quinto ebbe detto sulla divinazione ciò che ho
riferito nel libro precedente, e ci parve di aver passeggiato abbastanza,
ci mettemmo a sedere nella biblioteca che vi è nel Liceo. E io dissi: "Con
impegno, Quinto, e da vero stoico hai difeso la dottrina degli stoici; e,
con mio grandissimo piacere, ti sei servito di moltissimi esempi tratti da
cose romane: esempi famosi e gloriosi. Io devo dunque rispondere alle cose
che hai detto; ma in modo da non affermare nulla dogmaticamente, da porre
sempre dei problemi, esponendo per lo più dei dubbi e diffidando di me
stesso. Se, infatti, avessi da dire qualcosa di sicuro, anch'io, che nego
l'esistenza della divinazione, mi comporterei come un indovino! 9 E in
verità mi fa impressione ciò che soprattutto era solito domandare
Carneade: a quali oggetti si riferisce la divinazione. A quelli che si
percepiscono coi sensi? Ma questi noi li vediamo, li udiamo, li gustiamo,
ne sentiamo l'odore, li tocchiamo. C'è dunque in questi oggetti qualcosa
che riusciamo a intuire mediante la previsione o l'esaltazione della mente
anziché con le sole nostre facoltà naturali? O forse codesto presunto
indovino, se fosse cieco come fu Tiresia, potrebbe dire quali cose sono
bianche, quali nere? o, se fosse sordo, saprebbe distinguere le varie voci
o le tonalità del canto? Dunque la divinazione non è applicabile a nessuna
di quelle cose che sono oggetto di sensazione. D'altra parte, non c'è
bisogno della divinazione nemmeno in ciò che è còmpito dell'attività
intellettuale e pratica. Al capezzale dei malati non siamo soliti chiamare
profeti o indovini, ma medici. Né quelli che vogliono imparare a suonare
la cetra o il flauto ne apprendono la tecnica degli arùspici, ma dai
musicisti. 10 Lo stesso ragionamento vale per le lettere e per tutte le
altre materie che sono oggetto d'insegnamento. Credi forse che quelli che
hanno fama di essere indovini siano capaci di dire se il sole sia più
grande della terra o tanto grande quanto lo vediamo, e se la luna
risplenda di luce propria o riflessa dal sole? quale movimento abbiano il
sole e la luna? quali le cinque stelle che chiamiamo erranti? Quegli
stessi che son ritenuti indovini non presumono di saper dire queste cose,
né di pronunciarsi sulla verità o falsità delle nozioni acquisite mediante
figure geometriche: queste son cose di pertinenza dei matematici, non dei
profeti.
IV Quanto, poi, alle questioni filosofiche, ce n'è forse qualcuna a cui
qualsiasi indovino sia solito dare una risposta, o per cui venga
consultato allo scopo di sapere che cosa sia bene, che cosa male, che cosa
indifferente? No, sono questioni proprie dei filosofi. 11 E ancora: c'è
qualcuno che consulta un arùspice su un dovere da compiere, quanto al modo
di comportarsi coi genitori, coi fratelli, con gli amici, di usare il
proprio denaro, di gestire una carica pubblica, di esercitare una funzione
di comando? Per tali problemi ci si rivolge ai saggi, non agl'indovini. E
ancora: tra gli argomenti che sono trattati dai dialettici o dai filosofi
della natura - se vi sia un mondo solo o più, quali siano i primi
principii dell'universo dai quali ogni cosa deriva -, ce n'è qualcuno che
possa essere risolto mediante la divinazione? No, la competenza in codeste
cose spetta ai filosofi della natura. Come, poi, tu possa confutare il
sofisma del "mentitore", che in greco chiamano pseudómenos, o come possa
controbattere il sorìte (che, se fosse necessario, si potrebbe chiamare in
latino "acervàle"; ma non ce n'è bisogno: come la parola stessa
"filosofia" e molte altre tratte dal greco, così "sorìte" è un termine
divenuto abbastanza usuale in latino), anche queste cose, dunque, te le
insegneranno i dialettici, non gli indovini. E poi? Quando si discute
sulla migliore, costituzione politica, su quali leggi e quali usanze siano
utili o inutili, si faranno venire dall'Etruria gli arùspici, o la
decisione spetterà a personaggi politici di alto grado e a uomini scelti,
esperti di scienza dello Stato? 12 Ché se non esiste alcuna capacità
divinatoria né riguardo alle cose sensibili, né a quelle di pertinenza
delle varie tecniche, né a quelle che sono argomento di discussione
filosofica, né a quelle che rientrano nell'ambito della politica, quale
sia l'oggetto della divinazione non lo capisco proprio affatto. Una delle
due: o la divinazione deve riguardare ogni cosa, o bisogna attribuirle un
campo specifico di sua competenza. Ma né la divinazione riguarda ogni cosa
(il ragionamento ce lo ha dimostrato), né si riesce a trovare un campo o
un argomento di cui possiamo assegnarle la giurisdizione.
V Sta attento, dunque, se per caso non esista divinazione alcuna. C'è un
verso greco assai diffuso che, quanto al significato, dice così: "Chi
prevederà bene, lo chiamerò il migliore indovino."
Dunque un indovino sarà più bravo di un navigatore nelle previsioni del
tempo, o diagnosticherà una malattia con più perspicacia di un medico, o
deciderà in anticipo il modo di condurre una guerra meglio di un
comandante?
13 Ma ho notato, Quinto, che tu accortamente separi la divinazione sia
dalle previsioni che potrebbero dipendere dall'abilità e
dall'intelligenza, sia da tutto ciò che si potrebbe percepire mediante la
sensazione o qualche tecnica particolare, e la definisci così: la
predizione e il presentimento di quelle cose che sono dovute al caso. Ma,
innanzi tutto, torni a imbatterti nelle stesse difficoltà: ché la
previsione del medico, del navigante, del comandante di eserciti riguarda
appunto eventi casuali. Dunque un arùspice o un àugure o un vaticinante o
uno che ha fatto un sogno saprà prevedere la guarigione d'un ammalato, o
la salvezza di una nave dal naufragio, o di un esercito da un agguato,
meglio di un medico, di un navigatore, di un comandante? 14 Eppure tu
dicevi che non appartiene alle prerogative del divinatore nemmeno il
prevedere, in base a certi indizi, l'imminenza dei venti o delle piogge (e
a questo proposito hai recitato, mostrando buona memoria, alcuni brani dei
miei Aratea),sebbene anche tali eventi siano casuali: si avverano,
difatti, per lo più, non sempre. Qual è, dunque, o in che campo si esplica
il presentimento degli eventi casuali, che tu chiami divinazione? Tutto
ciò che si può prevedere con la pratica o col ragionamento o con
l'esperienza o con l'ipotesi ritieni di doverlo attribuire non agli
indovini, ma agli esperti. Non rimane, quindi, alla divinazione
nient'altro che la profezia di quegli eventi fortuiti che non possono
essere preveduti con alcuna pratica o con alcuna scienza. Per esempio, se
qualcuno avesse detto con molti anni di anticipo che Marco Marcello,
quegli che fu console per tre volte, sarebbe perito in un naufragio
avrebbe senza dubbio compiuto un atto di divinazione: ché non lo avrebbe
potuto sapere per mezzo di alcun'altra pratica o scienza. La divinazione è
dunque il presentimento di eventi di questo genere, dipendenti solamente
dalla sorte.
VI 15 Può dunque esservi una previsione di quegli eventi riguardo ai quali
non c'è nessuna ragione per cui debbano accadere? Che altro è, in realtà,
la sorte, la fortuna, il caso, l'accadimento, se non il capitare,
l'accadere di qualcosa che avrebbe anche potuto capitare e accadere
altrimenti? Ma in che modo, dunque, si può presentire e predire quel che
avviene alla ventura, per cieco caso e per volubilità della sorte? 16 Il
medico prevede l'aggravarsi di una malattia seguendo il filo di un
ragionamento; e allo stesso modo il comandante prevede un agguato, il
navigatore le tempeste; eppure anch'essi, non di rado, si sbagliano, pur
non formandosi alcuna opinione senza una ragione ben precisa; così come il
contadino, quando vede un olivo in fiore, ritiene che vedrà anche i
frutti, non senza ragione; e tuttavia qualche volta si sbaglia. E se si
sbagliano coloro che nulla dicono senza aver fatto qualche ipotesi e
qualche ragionamento probabile, che cosa dobbiamo pensare delle profezie
di quelli che predicono il futuro in base alle viscere, agli uccelli, ai
prodigi, agli oracoli, ai sogni? Non voglio ancora dire quanto sia nullo
il valore di questi segni: delle fenditure nel fegato delle vittime, del
canto d'un corvo, del volo di un'aquila, del cader di una stella, delle
grida degli invasati, delle sorti, dei sogni. Di tutte queste singole cose
parlerò a suo tempo; ora discuto il problema in generale. 17 Come si può
prevedere che avverrà qualcosa che non ha alcuna causa né alcun sintomo
che denoti il motivo per cui avverrà? Le eclissi di sole e di luna vengono
predette con anticipo di molti anni da coloro che con calcoli matematici
prendono nota del moto degli astri: essi predicono ciò che la necessità
delle leggi di natura attuerà. In base al movimento regolarissimo della
luna, comprendono in quale momento essa, trovandosi in opposizione al
sole, entri nell'ombra della terra, che è un cono di oscurità, sicché è
inevitabile che essa scompaia alla nostra vista, e in quale altro momento
la luna medesima, passando sotto il sole e frapponendosi tra esso e la
terra, oscuri la luce del sole ai nostri occhi, e in quale costellazione
ciascuno dei pianeti si troverà in ciascun tempo, e, in ciascun giorno,
quale sarà il sorgere e il tramonto di una costellazione. Coloro che
prevedono tutti questi fenomeni, tu sai quali ragionamenti compiano.
VII 18 Ma quelli che predicono a qualcuno che scoprirà un tesoro o che
avrà un'eredità, quali indizi seguono? In quale legge di natura è insito
che ciò avverrà? E se anche questi eventi e gli altri dello stesso genere
sono soggetti a una necessità di natura, che cosa c'è, in fin dei conti,
che si debba credere che avvenga per caso o per mero giuoco della sorte?
Nulla è tanto contrario alla razionalità e alla regolarità quanto il caso,
fino al punto che mi sembra che nemmeno la divinità abbia il privilegio di
sapere che cosa accadrà per caso e fortuitamente. Se, infatti, la divinità
lo sa, il fatto avverrà certamente; ma se avverrà certamente, il caso non
esiste. Il caso, invece, esiste; non è dunque possibile alcuna previsione
di eventi fortuiti. 19 Se poi neghi l'esistenza del caso, e dici che tutto
ciò che avviene e che avverrà è fatalmente determinato ab aeterno, devi
mutare la tua definizione della divinazione, che, a quanto dicevi, è il
presentimento delle cose fortuite. Se nulla può avvenire, nulla capitare,
nulla attuarsi tranne ciò che da tutta l'eternità è stato decretato che
avverrà in un dato tempo, a che cosa si riduce il caso? E, tolto di mezzo
il caso, quale spazio rimane alla divinazione, che, tu l'hai detto, è il
presentimento delle cose fortuite? È vero che dicevi anche che tutte le
cose che avvengono o avverranno sono predeterminate dal destino. Certo, la
parola stessa "destino" è una parola da vecchierelle, piena di spirito
superstizioso; tuttavia tra gli stoici si parla spesso di codesto destino.
Di esso discuteremo un'altra volta; ora limitiamoci allo stretto
necessario.
VIII 20 Se tutto avviene per decreto del fato, a che mi serve la
divinazione? Ciò che l'indovino predice, avverrà senza dubbio; sicché non
so nemmeno che valore abbia il fatto che un'aquila distolse il nostro
amico Deiòtaro dal proseguite un viaggio; se non fosse tornato indietro,
tu dici, avrebbe dovuto dormire in quella stanza che nella notte seguente
crollò, ed egli sarebbe morto sotto le macerie. Ma se era destinato che
ciò accadesse, non sarebbe sfuggito a quella sciagura; se non era
destinato, non vi sarebbe incorso. Quale aiuto, dunque, dà la divinazione,
quale avviso utile possono darmi le sorti, le viscere, qualsiasi presagio?
Se era destinato che nella prima guerra punica le due flotte romane
andassero perdute, l'una per un naufragio, l'altra affondata dai
cartaginesi, anche se i polli avessero dato ai consoli Lucio Giunio e
Publio Claudio l'auspicio più favorevole di tutti, le flotte sarebbero
egualmente andate perdute. Se invece, qualora si fosse obbedito agli
auspicii, le flotte non sarebbero andate perdute, non è a causa del fato
che andarono perdute. Ma voi volete che tutto avvenga per decreto del
fato; e allora la divinazione non vale nulla. 21 E se era destinato che
nella seconda guerra punica l'esercito romano fosse distrutto presso il
lago Trasimeno, si sarebbe forse potuto evitare ciò, qualora il console
Flaminio avesse dato retta a quei segni e a quegli auspicii che gli
vietavano di attaccar battaglia? Dunque o l'esercito andò distrutto non
per decreto del fato (ché il fato non si può mutare), o, se ciò avvenne
per fato (e voi dovete certamente sostenere questa tesi), anche se
Flaminio avesse obbedito agli auspicii, la sciagura sarebbe egualmente
accaduta. Dov'è, dunque, codesta divinazione degli stoici? Se tutto accade
per decreto del fato, essa non può in nessun modo consigliarci di essere
più prudenti: ché, in qualsiasi modo avremo agito, accadrà, ciò
nonostante, quel che deve accadere. Se invece il corso degli eventi può
essere deviato, il. fato si riduce a nulla; e allora si riduce a nulla
anche la divinazione, poiché riguarda gli eventi futuri; ma nessun evento
futuro accadrà con certezza, se con qualche espiazione si può fare in modo
che non accada.
IX 22 D'altronde, io credo che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno
utile. Che vita sarebbe stata quella di Priamo, se fin da giovane avesse
saputo che cosa gli sarebbe toccato da vecchio? Lasciamo da parte le
leggende, vediamo fatti più vicini a noi. Nella Consolazione ho raccolto i
più gravi casi di morte dei personaggi più famosi della nostra patria.
Ebbene, omettiamo i più antichi. Ma credi che a Marco Crasso sarebbe stato
utile, quando era al colmo della ricchezza e della fortuna, sapere che,
dopo aver assistito all'uccisione di suo figlio Publio e alla distruzione
del suo esercito, avrebbe dovuto egli stesso morire, al di là
dell'Eufrate, con ignominia e disonore? O ritieni che Gneo Pompeo si
sarebbe allietato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria
acquistatasi con le più grandi imprese, se avesse saputo che, abbandonato
da tutti in terra egiziana, sarebbe stato trucidato dopo la disfatta del
suo esercito, e che dopo la sua morte sarebbero accadute cose che non
riesco a rammentare senza piangere? 23 E Cesare? Se mediante la
divinazione avesse saputo che in quel senato che per la maggior parte
aveva riempito di suoi fedeli da lui nominati, nella curia di Pompeo,
proprio dinanzi alla statua di Pompeo, sotto gli occhi dei suoi
centurioni, sarebbe stato trucidato da eminentissimi cittadini, alcuni dei
quali egli stesso aveva colmato di onori d'ogni sorta, e sarebbe rimasto
lì al suolo, senza che al suo corpo non si avvicinasse non solo nessuno
dei suoi amici, ma nemmeno dei suoi schiavi, - con quale angoscia avrebbe
trascorso tutta la vita? Dunque il non sapere i mali futuri è certamente
più utile che il saperli. 24 Ché in nessun modo si può dire, e meno che
mai lo possono gli stoici: "Pompeo non avrebbe preso le armi, Crasso non
avrebbe attraversato l'Eufrate, Cesare non avrebbe scatenato la guerra
civile." Ciò vorrebbe dire che le loro morti non erano fissate dal fato.
Ma voi sostenete che tutto accade secondo il fato: a niente, dunque,
sarebbe servita ad essi la divinazione, e per di più avrebbero perduto
ogni gioia nella loro vita anteriore alle disgrazie; che cosa, infatti,
avrebbe potuto essere motivo di letizia per essi, al pensiero di come
sarebbero morti? Sicché, da qualunque parte si rivolgano gli stoici, è
inevitabile che tutta la loro abilità giaccia sconfitta. Se ciò che
avverrà potrà avvenire in modi diversi, al caso bisogna riconoscere la
supremazia; ma ciò che è casuale non può esser saputo in anticipo. Se
invece è già stabilito ciò che avverrà riguardo a ogni cosa in ogni tempo,
che sorta d'aiuto possono darmi gli arùspici, ‹i quali›, dopo aver detto
che mi incombono eventi funestissimi, X 25 aggiungono, alla fine, che
tutto potrà andar meglio se si compiranno riti di espiazione? Se nulla può
accadere contro i decreti del fato, nulla può essere alleviato con
cerimonie religiose. Lo ha inteso bene Omero, là dove ci mostra Giove che
si lamenta di non poter strappare alla morte suo figlio Sarpedonte contro
i decreti del fato. Uguale è il significato di quel verso greco che,
quanto al significato, dice: "Ciò che è decretato dal destino è più forte
di Giove, il dio sommo."
Il destino in generale mi sembra che sia giustamente deriso anche da un
verso di un'Atellana; ma in faccende così serie non è il caso di
scherzare. Concludiamo dunque la nostra argomentazione: se nessuno degli
eventi che accadono per caso può essere previsto, poiché non possono
avvenire sicuramente, non esiste alcuna divinazione; se invece gli eventi
si possono prevedere, perché sono certi e predestinati, ancora una volta
non esiste alcuna divinazione: l'hai detto tu, che la divinazione riguarda
gli eventi casuali.
26 Ma questa io la considero come la prima sortita del mio ragionamento,
come quella delle truppe armate alla leggera; ora veniamo ai ferri corti e
proviamo se ci riesce di attaccare alle ali la tua argomentazione.
XI Dicevi che vi sono due tipi di divinazione, l'uno artificiale, l'altro
naturale; che il tipo artificiale consiste in parte nell'interpretazione,
in parte nell'osservazione assidua; che il tipo naturale è quello che
l'anima afferra o riceve dal di fuori, dalla divinità, dalla quale tutte
le nostre anime attingono, ricevono, libano una parte. 1 generi di
divinazione artificiale li consideravi press'a poco questi: le predizioni
degli scrutatori di viscere e di quelli che interpretano il futuro dai
fulmini e dai prodigi, inoltre quelle degli àuguri e di chi spiega segni e
òmina, e insomma collocavi a un dipresso in questa categoria tutte le
profezie fatte mediante interpretazione 27 Il genere naturale, invece,
opinavi che fosse prodotto e, per così dire, prorompesse o
dall'esaltazione della mente o dall'anima svincolata dai sensi e dalle
preoccupazioni durante il sonno. Hai poi fatto derivare la divinazione in
generale da tre principii: dalla divinità, dal fato, dalla natura. Ma, non
riuscendo a spiegare nulla di tutto ciò, ti sei difeso adducendo una
mirabile quantità di esempi immaginarii. Quanto a questo modo di
procedere, voglio anzitutto dirti che non ritengo degno di un filosofo
avvalersi di testimonianze che possono essere o vere per puro caso, o
false e inventate in mala fede. Con argomentazioni e con ragionamenti
bisogna dimostrare per qual motivo ciascuna cosa è quello che è: non in
base a meri eventi, e soprattutto a eventi ai quali mi è lecito non
prestar fede.
XII 28 Incominciamo dall'aruspicìna, che io ritengo si debba osservare per
il bene dello Stato e della religione professata da tutti - ma qui siamo
soli, e possiamo ricercare la verità senza procurarci l'odio di alcuno, io
specialmente che dubito riguardo alla maggior parte delle cose -.
Esaminiamo, se sei d'accordo, innanzi tutto le viscere. È dunque possibile
convincere qualcuno che quei presagi, che, dicono, sono indicati dalle
viscere, siano stati appresi dagli arùspici con assidua osservazione?
Quanto assidua è stata codesta osservazione? Per quanto tempo la si è
potuta fare? O in che modo le singole osservazioni furono confrontate tra
l'uno e l'altro arùspice, per stabilire quale parte delle viscere fosse
nemica, quale "familiare", quale fenditura denotasse un pericolo, quale un
beneficio? Forse gli arùspici etruschi, quelli di Elide, gli egizi, i
cartaginesi confrontarono tra loro queste osservazioni? Ma una cosa
simile, a parte il fatto che non è potuta accadere, non si può nemmeno
immaginare. Vediamo, infatti, che gli uni interpretano gli indizi delle
viscere in un modo, gli altri in un altro: non esiste una dottrina comune
a tutti. 29 E certamente, se nelle viscere c'è qualche potere che sia in
grado di rivelarci il futuro, questo potere dev'essere necessariamente
collegato con la natura, o determinato in qualche modo dalla volontà degli
dèi e da una forza divina . Ma con la natura, così immensa e splendida,
che pervade tutto l'universo e ne regola tutti i movimenti, che cosa può
avere in comune non dico il fiele di un pollo (eppure non manca chi dice
che i fegati dei polli forniscono i presagi più ingegnosi!), - ma il
fegato o il cuore o il polmone di un toro ben pasciuto che cos'ha di
congiunto con la natura, sì da poter indicare il futuro?'
XIII 30 Democrito, tuttavia, molto spiritosamente vuol prenderci in giro,
da filosofo della natura quale è; nulla di più arrogante di questa gente:
"Nessuno bada a ciò che ha davanti ai piedi; scrutano le plaghe del
cielo!"
E intanto, anche Democrito ritiene che l'aspetto e il colore delle viscere
ci indichino almeno la qualità di un pascolo e l'abbondanza o la scarsità
di un raccolto; crede anche che le viscere denotino la salubrità dell'aria
o il sopraggiungere di una pestilenza. Fortunato mortale, a cui, ne sono
sicuro, non mancò mai la voglia di scherzare! È mai possibile che un tale
uomo si sia divertito a spacciare sciocchezze così grosse, fino al punto
da non vedere che quella asserzione sarebbe stata verosimile soltanto se
le viscere di tutti gli animali avessero assunto contemporaneamente lo
stesso aspetto e lo stesso colore? Ma se nello stesso momento il fegato di
un animale è nitido e tondeggiante, quello di un altro è grinzoso e
minuscolo, che cosa si può prevedere in base all'aspetto e al colore delle
viscere? 31 O forse questo modo di divinazione è analogo a quello di
Ferecide da te ricordato, il quale, avendo osservato un po' d'acqua
attinta da un pozzo, disse che vi sarebbe stato un terremoto? È ancora
troppo poco sfacciato, credo, il comportamento di quelli che, a terremoto
già avvenuto, osano dire quale forza naturale lo abbia provocato; costoro
prevedono addirittura un terremoto futuro, in base al colore di una
sorgente d'acqua perenne? Molte cose di questo genere si insegnano nelle
scuole, ma ti consiglierei di riflettere se sia il caso di credere a
tutte. 32 Ma ammettiamo pure che quelle asserzioni di Democrito siano
vere: quando mai noi investighiamo quelle cose mediante le viscere? o
quando abbiamo sentito dire che un presagio di quel genere sia stato
annunciato da un arùspice dopo aver osservato le viscere? Essi ammoniscono
su pericoli derivanti dall'acqua o dal fuoco; predicono talvolta delle
eredità, talaltra dei dissesti finanziari; esaminano le fenditure
"familiari" e "vitali" delle viscere; osservano da ogni parte con la
massima attenzione la "testa" del fegato; se, poi, notano che essa è
mancante, ritengono che nulla possa accadere di più nefasto.
XIV 33 Tutte queste cose non hanno potuto essere osservate con costanza,
come ho dimostrato sopra. Sono dunque ritrovati della tecnica, non
dell'antichità, se pure esiste una tecnica riguardante cose sconosciute.
Con la natura, poi, quale legame hanno? Anche ammettendo che la natura sia
tutta unita da un comune consenso e formi un tutto continuo (so che questa
concezione è gradita ai filosofi della natura, e specialmente a quelli che
hanno sostenuto l'unità di tutto l'essere), che connessione può esserci
tra il mondo e il ritrovamento di un tesoro? Se l'esame delle viscere mi
fa sperare un aumento del mio patrimonio e ciò avviene per effetto della
natura, in primo luogo quelle viscere sono connesse con tutto l'universo,
in secondo luogo il mio guadagno è incluso nella natura. Questi filosofi
della natura non si vergognano di dire cose simili? Anche se nella natura
vi è una connessione di tutte le parti, cosa che io sono disposto a
riconoscere (gli stoici, in effetti, hanno raccolto molti esempi a favore
di questa tesi: dicono che i fegatini dei topolini aumentano di volume
nell'inverno; che il puleggio arido fiorisce proprio nel giorno del
solstizio d'inverno e che le vescichette si gonfiano e si rompono, e che i
semi delle mele, racchiusi nell'interno dei frutti, si rivolgono verso
direzioni opposte gli uni agli altri; che, inoltre, se si pizzicano alcune
corde della cetra, altre risuonano anch'esse; che alle ostriche e a tutti
i molluschi accade di ingrossarsi e di diminuire di volume
contemporaneamente al crescere e al calare della luna; che si ritiene
adatta per il taglio degli alberi la stagione invernale, nel periodo in
cui la luna è calante, perché il loro legno è allora ben secco; 34 e che
dire ancora degli stretti marini e delle maree, il cui flusso e riflusso è
determinato dai moti della luna? Si possono citare innumerevoli esempi da
cui risulta l'affinità naturale di cose distanti tra loro) - concediamo,
dunque, tutto ciò, ché non ne risulta ostacolata la mia discussione; ma si
può forse anche sostenere che, se una fenditura d'un certo tipo si nota in
un fegato, ciò è presagio di un guadagno? In base a quale connessione
naturale, a quale armonia e, per così dire, a quale consenso (che i greci
chiamano sympátheia) vi può essere una relazione fra una fenditura d'un
fegato e un mio guadagnuccio, fra un mio meschino lucro e il cielo, la
terra, la natura tutta quanta?
XV E, se vuoi, ammettiamo anche questo, sebbene la mia causa risulterà
assai indebolita quando avrò concesso l'esistenza di una qualsiasi
connessione della natura con le viscere degli animali. 35 Ma anche dopo
averla ammessa, come mai, domando, càpita che un tale, volendo ottenere un
auspicio favorevole, sacrifichi un animale adatto al suo scopo? Questa era
la difficoltà che io credevo insuperabile. E invece, con quale allegra
disinvoltura viene superata! Mi vergogno non per te (anzi ammiro la tua
capacità di ricordare tutte queste dottrine), ma per Crisippo, Antìpatro,
Posidonio, i quali dicono precisamente quel che hai detto tu: una forza
cosciente e divina, diffusa per tutto l'universo, ci guida nella scelta
della vittima! Ma ancor più bella è l'idea che tu hai esposto e che viene
enunciata da quei filosofi: quando uno sta per eseguire il sacrificio,
proprio allora avviene un mutamento delle viscere, di modo che qualche
parte di esse scompare o si aggiunge: ché tutto obbedisce al volere degli
dèi. 36 Queste, crédimi, son cose a cui non prestan fede più nemmeno le
vecchierelle. Pensi davvero che il medesimo vitello, se lo sceglierà un
tale, lo troverà privo della "testa" del fegato; se lo sceglierà un altro,
lo troverà col fegato tutto intero? Questa scomparsa o questa aggiunta
della testa del fegato può avvenire repentinamente, in modo che le viscere
si prestino ad assecondare la buona sorte del sacrificatore? Non vi
accorgete che nella scelta delle vittime entra in giuoco un fattore
casuale, tanto più che i fatti stessi lo dimostrano? Difatti, quando si
sono trovate delle viscere estremamente malauguranti, senza la testa del
fegato (niente di più infausto, dicono), la vittima che viene sacrificata
subito dopo presenta indizi ottimi. E allora, dove sono andati a finire i
presagi minacciosi delle viscere precedenti? O come mai, all'improvviso,
gli dèi si sono così interamente placati?
XVI Ma tu dici che tra le viscere di un toro ben pasciuto, quando Cesare
lo immolò, non si rinvenne il cuore; e siccome sarebbe stato impossibile
che, prima del sacrificio, quell'animale fosse vissuto privo del cuore,
bisogna, a tuo avviso, ritenere che il cuore scomparve nel momento stesso
in cui il toro veniva sacrifìcato. 37 Come mai tu capisci una delle due
cose, cioè che un bovino non avrebbe potuto vivere senza avere il cuore,
ma non comprendi l'altra, che il cuore non avrebbe potuto tutt'a un tratto
volar via non so dove? Io potrei o non sapere qual è la funzione vitale
del cuore, o supporre che il cuore del bove, rimpiccolito da qualche
malattia, fosse esile, minuscolo, flaccido, non più simile a un cuore
normale; ma tu che motivi hai di credere che, se poco prima il cuore c'era
nel corpo di un toro ben pasciuto, all'improvviso sia venuto meno, proprio
mentre immolavano la bestia? Forse, avendo visto Cesare che, uscito di
senno, aveva indossato una veste purpurea, il toro rimase anch'esso privo
di cuore? Credi a me, voi abbandonate al nemico la capitale della
filosofia, mentre perdete il tempo a difendere qualche piccolo fortilizio:
ostinandovi a sostenere la verità dell'aruspicina, sovvertite tutta la
fisiologia. Nel fegato c'è la "testa", tra le viscere c'è il cuore: ecco,
scomparirà all'improvviso, appena avrai cosparso la vittima di farro e di
vino; un dio lo sottrarrà, una forza misteriosa lo consumerà o lo
divorerà. Non sarà dunque la natura quella che regolerà la morte e la
nascita di tutti gli esseri, ma ci sarà qualcosa che o sorgerà dal nulla o
cadrà improvvisamente nel nulla. Quale filosofo della natura ha mai detto
questo? Lo dicono gli arùspici: a costoro, dunque, credi che si debba
prestar fede più che ai filosofi della natura?
XVII 38 E ancora: quando si fa un sacrificio in onore di più dèi, come mai
può accadere che per alcuni il sacrificio riesca propizio, per altri no? E
cos'è questa volubilità degli dèi, tale da minacciarci con le viscere del
primo sacrificio, da farci sperar bene con quelle del secondo? O c'è fra
loro tanta discordia, spesso anche tra divinità imparentate, sì che le
viscere delle bestie immolate ad Apollo risultano gradite, quelle a Diana
sgradite? Che cosa può essere così evidente come il fatto che, essendo
scelte a caso le vittime condotte al sacrifizio, le viscere saranno per
ciascun sacrificante tali quale sarà la vittima che gli capiterà? "Ma," tu
risponderai, "il fatto stesso che a ciascuno tocchi una determinata
vittima ha in sé qualcosa di profetico, come, a proposito delle sorti, il
fatto che a ciascuno ne càpiti una determinata." Delle sorti parleremo in
seguito, anche se, in verità, tu non rafforzi la causa dei sacrifici con
l'analogia delle sorti, ma svaluti le sorti paragonandole ai sacrifici. 39
O forse, se ho mandato a prendere all'Equimelio un agnello da immolare, mi
vien portato proprio quell'agnello che ha le viscere adatte al mio
proposito, e lo schiavo che ho mandato è attratto verso quell'agnello non
dal caso, ma da una divinità che lo guida? Ché se tu mi dici che anche in
questa circostanza il caso è una specie di sorte collegata con la volontà
degli dèi, mi dispiace che i nostri stoici abbiano offerto agli epicurei
una così ampia possibilità di prenderli in giro; sai certamente quanto gli
epicurei deridano codeste teorie. 40 E certo essi possono farlo con più
facilità degli altri: giacché Epicuro si è divertito a immaginare gli dèi
trasparenti e attraversabili dai soffi d'aria e abitanti tra due mondi,
come "tra i due boschi", per paura che uno dei mondi crolli loro addosso;
e dice che hanno le stesse nostre membra, ma senza alcuna occasione di
usarle. Egli perciò, togliendo di mezzo gli dèi con una sorta di raggiro,
coerentemente non esita a toglier di mezzo anche la divinazione; ma se
egli è d'accordo con se stesso, non lo sono altrettanto gli stoici. La
divinità di Epicuro, non avendo niente da fare né per se stessa né per gli
altri, non può concedere agli uomini la divinazione. La vostra divinità,
invece, può non concederla, senza per questo rinunciare a governare il
mondo e a prendersi cura degli uomini. 41 Perché, dunque, vi intricate in
quei cavilli, che non sarete mai capaci di risolvere? Quando vogliono
sbrigarsela più in fretta, gli stoici argomentano così: "se gli dèi
esistono, esiste la divinazione; ma gli dèi esistono; dunque esiste la
divinazione". Senonché riesce molto più convincente il dire: "ma non
esiste la divinazione; dunque non esistono gli dèi". Guarda con quale
avventatezza si espongono al pericolo che, se la divinazione si riduce a
nulla, si riducano a nulla anche gli dèi. Ché la divinazione si elimina
con tutta facilità, mentre l'esistenza degli dèi dev'essere tenuta ferma.
XVIII 42 E quando si sia eliminata questa divinazione degli scrutatori di
viscere, è eliminata tutta l'aruspicìna. Vengono poi i prodigi e i fulmini
o i lampi. Quanto a questi si fa valere l'osservazione assidua, quanto ai
prodigi si usa per lo più la previsione basata sul ragionamento. Che
osservazioni, dunque, si sono fatte riguardo ai fulmini e ai lampi? Gli
etruschi divisero il cielo in sedici parti. Fu cosa facile raddoppiare le
quattro parti a cui noi ci atteniamo, poi eseguire un ulteriore
raddoppiamento, in modo da poter dire, sulla base di questa ripartizione,
da quale parte venisse il fulmine. Ma, in primo luogo, che cosa importa
ciò? e in secondo luogo, che cosa significa? Non è evidente che in seguito
alla meraviglia degli uomini primitivi, poiché temevano i tuoni e il
precipitare dei fulmini, sorse in loro la credenza che ne fosse autore
Giove, assoluto dominatore di tutto l'universo? Perciò nei nostri libri si
trova scritto: "Quando Giove tuona e fulmina, è contrario alle leggi
divine tenere i comizi." 43 Forse ciò fu stabilito nell'interesse dello
Stato, poiché i nostri antenati vollero avere dei pretesti per non tenere
i comizi. Quindi solo per i comizi il fulmine è un segno sfavorevole: per
tutto il resto lo consideriamo un ottimo auspicio, se è caduto a sinistra.
Ma degli auspicii parleremo in seguito; ora proseguiamo sui fulmini e sui
lampi.
XIX Che cosa, dunque, gli studiosi della natura hanno il dovere di
astenersi soprattutto dal dire, se non questa, che fenomeni certi siano
preannunciati da segni incerti? Non credo, infatti, che tu sia capace di
credere che i Ciclopi foggiarono il fulmine per Giove nei recessi
dell'Etna: 44 sarebbe davvero strano che Giove lo scagliasse tante volte,
avendone a disposizione uno solo; né egli potrebbe, mediante i fulmini,
ammonire gli uomini su ciò che devono fare o non fare. Gli stoici
affermano che quelle esalazioni della terra che sono fredde, quando
incominciano a fluire, costituiscono i venti; quando poi penetrano in una
nube e incominciano a scindere e a squarciare le sue parti meno dense, e
fanno ciò con particolare frequenza e violenza, allora ecco che sorgono i
lampi e i tuoni; se, poi, un fuoco prodotto dal cozzo delle nubi si
sprigiona, ecco il fulmine. Dunque da ciò che vediamo prodursi per forza
di natura, senza alcuna regolarità, in nessun tempo determinato,
ricaveremo un presagio di necessari avvenimenti futuri? Sta a vedere che,
se Giove volesse dare simili preannunci, scaglierebbe inutilmente tanti
fulmini! 45 Che cosa ottiene quando scaglia un fulmine in alto mare? O su
monti altissimi, ciò che avviene molto spesso? O in sterminati deserti? O
nelle terre abitate da quei popoli che non osservano nemmeno questi
presagi?
XX "Ma la testa di quella statua fu rinvenuta nel Tevere." Come se io
negassi che codesti osservatori di fulmini abbiano una qualche perizia! È
la divinazione che io nego. La ripartizione in zone del cielo, a cui ho
accennato sopra, e l'esame di determinati fatti permettono di capire donde
un fulmine sia provenuto, dove sia andato a finire; quale significato
profetico abbia, però, nessuna dottrina sa spiegarcelo. Ma tu mi vuoi
mettere alle strette coi miei versi: "Ché il Padre altitonante, ergendosi
sull'Olimpo stellato, colpì col fulmine il colle una volta a lui caro e il
suo tempio, e appiccò il fuoco alla sua dimora sul Campidoglio."
Allora la statua di Natta, allora le immagini degli dèi e Romolo e Remo
con la belva che li allattò precipitarono colpiti dall'impeto del fulmine,
e riguardo a questi fatti furono pronunciati dagli arùspici responsi
esattissimi. 46 Un fatto straordinario fu anche quello, che proprio quando
avvenne la denuncia della congiura in senato, la statua di Giove fu
collocata in Campidoglio, due anni dopo che era stata commissionata. "Tu
dunque avrai il coraggio" così dicevi in polemica con me "di difendere
codesta tua causa contro quello che hai fatto e che hai scritto?" Sei mio
fratello; per questo ti devo rispettare. Ma in questo caso che cosa,
insomma, ti ferisce? La realtà delle cose, che è quella che ho detto, o
io, che voglio che la verità sia dimostrata? Io, a ogni modo, non dico
niente contro di te: chiedo conto a te di tutta l'aruspicina. Ma tu ti sei
rifugiato in un magnifico nascondiglio: siccome capivi che saresti stato
incalzato da presso quando io ti avessi chiesto le cause di ciascun tipo
di divinazione, hai detto e ridetto che, poiché vedevi i fatti, non ti
curavi di indagare la causa e il procedimento razionale; che l'importante
era l'accaduto, non il perché dell'accaduto; come se io ammettessi che
queste cose accadono, o come se fosse degno d'un filosofo non ricercare la
causa per cui ogni singolo fenomeno avviene! 47 E a questo proposito hai
recitato dei passi dei miei Prognostici e hai menzionato certe specie di
erbe, la scammonia e la radice dell'aristolochia, delle quali constatavi
l'effetto e il potere medicinale, pur ignorandone la causa.
XXI Ma la differenza è totale. Le cause dei pronostici le hanno indagate
lo stoico Boeto, da te rammentato, e anche il nostro Posidonio; e anche se
le cause di questi fatti non si fossero rintracciate, i fatti in quanto
tali si sono potuti osservare e registrare. Ma gli episodi della statua di
Natta o delle tavole delle Leggi colpite dal fulmine che cos'hanno che sia
stato osservato più volte e da gran tempo? "I Pinarii Natta sono nobili:
dalla nobiltà, dunque, veniva il pericolo." Davvero ingegnoso questo
presagio escogitato da Giove! "Romolo ancora lattante fu colpito dal
fulmine: questo è dunque un presagio del pericolo che correva quella città
che da lui fu fondata." Con quanta abilità Giove ci avverte mediante
simili indizi! "Ma la statua di Giove veniva collocata nello stesso tempo
in cui veniva denunciata la congiura." E tu, s'intende, preferisci credere
che ciò sia accaduto per volontà degli dèi anziché per caso; e
l'appaltatore che aveva ricevuto da Cotta e da Torquato l'incarico di
erigere quella colonna, non fu più lento del previsto per pigrizia o per
mancanza di denaro, ma fu fatto indugiare dagli dèi immortali fino a quel
preciso momento! 48 Non mi manca del tutto la speranza che cose di questo
genere siano vere; ma non ne so nulla e voglio una dimostrazione da te.
Siccome mi sembrava che per puro caso alcuni fatti fossero avvenuti così
com'erano stati predetti dagl'indovini, tu hai parlato a lungo del caso, e
hai detto, per esempio, che si può ottenere il "colpo di Venere" lanciando
a caso quattro dadi, ma, su quattrocento lanci, non può capitare cento
volte quel colpo. Innanzi tutto non saprei perché ciò sia impossibile, ma
su questo non mi soffermo a discutere, poiché hai una collezione di esempi
simili. Puoi citare i colori schizzati a caso, il grifo della scrofa,
tante altre cose. Dici che Carneade ricorre anch'egli al caso quanto alla
testa del piccolo Pan: come se ciò non sia potuto davvero accadere per
caso, e sia necessario che in ogni blocco di marmo non siano ascose
perfino teste degne di un Prassitele! Quelle sculture, difatti, si
eseguono anch'esse per detrazione di pezzi di marmo, e nemmeno un
Prassitele vi aggiunge alcunché; ma quando molto materiale è stato
eliminato dallo scalpello e si è arrivati ai lineamenti di un volto,
allora si può capire che quella statua, ormai perfettamente levigata, si
trovava dentro il blocco. 49 Dunque qualcosa del genere può essere
avvenuto anche spontaneamente nelle cave di pietra di Chio. Ma ammettiamo
pure che questo sia un esempio inventato: non hai mai visto nubi che
avevano assunto le forme di leoni o di Ippocentauri? Dunque può accadere
ciò che poco fa negavi: che il caso imiti la realtà.
XXII Ma poiché abbiamo discusso a sufficienza quanto alle viscere e ai
lampi, per portare a termine la trattazione di tutta l'aruspicìna
rimangono i prodigi. Hai rammentato il parto di una mula. È un fatto
straordinario, perché non accade spesso; ma se non fosse potuto accadere,
non sarebbe accaduto. E questo argomento valga contro tutti i prodigi: ciò
che non sarebbe potuto accadere non è mai accaduto; se invece è potuto
accadere, non c'è motivo di stupirsi. L'ignoranza delle cause produce
meraviglia dinanzi a un fatto nuovo; se la medesima ignoranza riguarda
fatti consueti, non ci meravigliamo. Colui che si meraviglia che una mula
abbia partorito, ignora egualmente in che modo partorisca una cavalla e,
in generale, quale processo naturale produca il parto di qualsiasi essere
vivente. Ma siccome vede che questi fatti avvengono di frequente, non si
meraviglia, pur non sapendone il perché; se invece avviene una cosa che
egli non ha ancora visto, ritiene che sia un prodigio. Il prodigio si è
dunque verificato quando la mula ha concepito, o quando ha partorito? 50
Il concepimento potrebb'essere contro natura, forse; ma il parto è
pressoché necessario.
XXIII Ma a che scopo dilungarci? Vediamo l'origine dell'aruspicìna; così
giudicheremo nel modo più facile quale autorità essa abbia. Si dice che un
contadino, mentre arava la terra nel territorio di Tarquinia, fece un
solco più profondo del solito; da esso balzò su all'improvviso, un certo
Tagete e rivolse la parola all'aratore. Questo Tagete, a quanto si legge
nei libri degli etruschi, aveva l'aspetto di un bambino, ma il senno di un
vecchio. Essendo rimasto stupito da questa apparizione il contadino, e
avendo levato un alto grido di meraviglia, accorse molta gente, e in poco
tempo tutta l'Etruria si radunò colà. Allora Tagete parlò a lungo dinanzi
alla folla degli ascoltatori, i quali stettero a sentire con attenzione
tutte le sue parole e le misero poi per iscritto. L'intero suo discorso fu
quello in cui era contenuta la scienza dell'aruspicìna; essa poi si
accrebbe con la conoscenza di altre cose che furono ricondotte a quegli
stessi principi. Ciò abbiamo appreso dagli etruschi stessi, quegli scritti
essi conservano, quelli considerano come la fonte della loro dottrina. 51
C'è dunque bisogno di Carneade per confutare cose del genere? O c'è
bisogno di Epicuro? Può esserci qualcuno tanto insensato da credere che un
essere vivente, non saprei dire se dio o uomo, sia stato tratto di
sotterra da un aratro? Se devo considerarlo un dio, perché, contro la
natura degli dèi, si era nascosto sotterra, sì da veder la luce solo
quando fu messo allo scoperto da un aratro? Non poteva, essendo un dio,
esporre agli uomini la sua dottrina dall'alto? Se, d'altra parte, quel
Tagete era un uomo, come poté vivere soffocato dalla terra? Da chi,
inoltre, poté aver appreso egli stesso ciò che andava insegnando agli
altri? Ma sono io più sciocco di quelli che credono a queste cose, io che
perdo tanto tempo a discutere contro di loro!
XXIV È molto spiritoso quel vecchio motto di Catone, il quale diceva di
meravigliarsi che un arùspice non si mettesse a ridere quando vedeva un
altro arùspice. 52 Quante delle cose predette da costoro si sono
verificate? E se qualche evento si è verificato, quali prove si possono
addurre contro l'eventualità che ciò sia accaduto per caso? Il re Prusia,
quando Annibale, esule presso di lui, lo esortava a far guerra a oltranza,
diceva di non volersi arrischiare, perché l'esame delle viscere lo
dissuadeva. "Dici sul serio?" esclamò Annibale; "preferisci dar retta a un
pezzetto di carne di vitella che a un vecchio condottiero?" E Cesare
stesso, dissuaso dal sommo arùspice dall'imbarcarsi per l'Africa prima del
solstizio d'inverno, non s'imbarcò egualmente? Se non l'avesse fatto,
tutte le truppe dei suoi avversari avrebbero avuto il tempo di
concentrarsi in un solo luogo. Devo mettermi a fare l'elenco (e potrei
fare un elenco davvero interminabile) dei responsi degli aruspici che non
hanno avuto alcun effetto o lo hanno avuto contrario alle previsioni? 53
In quest'ultima guerra civile, quante predizioni, per gli dèi immortali!,
ci delusero! Quali responsi di arùspici ci furono trasmessi da Roma in
Grecia! Quali cose furono predette a Pompeo! E in verità egli credeva
moltissimo alle viscere e ai prodigi. Non ho voglia di rammentare queste
cose, e non ce n'è bisogno, meno che mai a te, che eri presente; vedi
bene, tuttavia, che quasi tutto è accaduto al contrario di quel che ci era
stato predetto. Ma di ciò non parliamo più; ritorniamo ai prodigi.
XXV 54 Molti versi hai recitato, scritti da me, riguardanti l'anno del mio
consolato; molte cose avvenute prima della guerra màrsica, riferite da
Sisenna, hai rammentato; molte altre, narrate da Callistene, hai citato,
che sarebbero accadute prima della sconfitta subìta dagli spartani a
Leuttra. Di questi singoli fatti dirò qualcosa in seguito, entro i limiti
che mi sembreranno opportuni; ma bisogna discutere anche la questione nel
suo insieme. Che cos'è codesta indicazione e, direi, codesta minaccia di
sventure, inviata dagli dèi? E che cosa vogliono gli dèi immortali,
innanzi tutto col mandarci dei segni che non possiamo capire senza
interpreti, in secondo luogo col predirci sventure che non possiamo
evitare? Ma questo non lo fanno neppure gli uomini onesti, di
preannunciare agli amici sciagure incombenti alle quali essi non possono
sfuggire in alcun modo; per esempio i medici, pur rendendosene conto
spesso, tuttavia non dicono mai agli ammalati che la loro malattia li
condurrà certamente a morte: ché ogni predizione di un pericolo grave è da
approvarsi soltanto quando alla predizione si aggiunge l'indicazione dei
mezzi per poter guarire. 55 Che giovamento arrecarono i prodigi e i loro
interpreti agli spartani in quei tempi remoti, ai nostri poco tempo
addietro? Se dobbiamo ritenerli segnali divini, perché erano così oscuri?
Se erano mandati dagli dèi perché comprendessimo che cosa sarebbe
successo, bisognava che le predizioni fossero chiare; oppure, se gli dèi
non volevano che noi sapessimo, non dovevano mandarci nessun segno,
nemmeno occulto.
XXVI E in effetti ogni interpretazione, sulla quale la divinazione si
basa, spesso dalle diverse mentalità degli uomini è trascinata in
direzioni diverse o addirittura opposte. Come nei processi una è
l'interpretazione dell'accusatore, un'altra quella del difensore, e
nondimeno entrambe sono plausibili, così in tutti gli argomenti che sembra
si debbano investigare mediante interpretazioni congetturali si nota la
possibilità di discorsi dal significato ambiguo.
D'altra parte, di fronte a eventi prodotti talvolta dalla natura, talaltra
dal caso (e spesso anche la somiglianza tra effetti della natura e del
caso è fonte di errore), rivela una grande stoltezza chi li attribuisce
all'azione degli dèi, senza ricercarne le cause. 56 Tu credi che a Lebadia
gl'indovini della Beozia abbiano compreso, in base al canto dei galli, che
la vittoria sarebbe spettata ai tebani, perché i galli son soliti tacere
quando sono vinti, cantare quando sono vincitori. Dunque a una città di
quella fatta Giove avrebbe dato il segnale della vittoria servendosi di
miserabili galline? O forse quegli uccelli non sogliono cantare se non in
caso di vittoria? "Ma in quel caso cantavano, eppure non avevano ancora
vinto: in questo," tu dirai, "consiste il prodigio." Gran prodigio
davvero, come se avessero cantato non i galli, ma i pesci! E qual tempo
c'è in cui i galli non cantino, sia di notte sia di giorno? Se, quando
sono vincitori, si sentono spinti a cantare per una sorta di gioiosa
eccitazione, avrebbe potuto accadere lo stesso anche per un altro motivo
di allegrezza, che li incitasse al canto. 57 Democrito spiega con parole
molto appropriate la ragione per cui i galli cantano prima dello spuntare
dell'alba: una volta che il cibo sia stato smaltito dallo stomaco e
distribuito per tutto il corpo e assimilato, essi cantano dopo aver
raggiunto un riposo ristoratore. Nel silenzio della notte, come dice
Ennio, "cantano di gioia con le rosse gole e starnazzano battendo le ali".
Poiché, dunque, questa specie di animali è tanto canora per istinto, come
è venuto in mente a Callistene di dire che gli dèi hanno fatto cantare i
galli come segno profetico, dal momento che la natura o il caso avrebbero
potuto ottenere quello stesso effetto?
XXVII 58 Fu riferito al senato che era piovuto sangue, che anche le acque
del fiume Atrato si erano tinte di sangue, che le statue degli dèi avevano
sudato. Ritieni che Talete o Anassagora o qualsiasi altro filosofo della
natura avrebbe prestato fede a simili notizie? Non c'è né sangue né sudore
che non fuoriesca da un corpo vivente. Ma un mutamento di colore,
provocato da qualche commistione con terra, può render l'acqua
estremamente simile a sangue; e l'umidità proveniente dall'esterno, come
vediamo sugli intonachi dei muri quando soffia lo scirocco, può
rassomigliare al sudore. Questi fatti, del resto, appaiono più numerosi e
più gravi in tempo di guerra, quando c'è uno stato di paura; in tempo di
pace non ci si bada altrettanto. Si aggiunga anche un'altra cosa: in
momenti di terrore e di pericolo non solo ci si crede con più facilità, ma
si inventano più impunemente. 59 Ma noi siamo così leggeri e sconsiderati
che, se i topi han rosicchiato qualcosa (e questo è l'unico lavoro al
quale si dedicano!), lo consideriamo un prodigio. Prima della guerra
màrsica, siccome i topi, come hai rammentato, avevano rosicchiato degli
scudi a Lanuvio, gli arùspici dissero che questo era un prodigio dei più
terribili: come se ci fosse qualche differenza a seconda che i topi, i
quali giorno e notte rodono qualcosa, avessero rosicchiato degli scudi o
degli stacci! Se ci mettiamo per questa strada, dovrei disperare delle
sorti dello Stato per il fatto che, poco tempo fa, i topi hanno
rosicchiato in casa mia la Repubblica di Platone, oppure, se mi avessero
rosicchiato il libro di Epicuro Sul piacere, avrei dovuto prevedere che al
mercato i prezzi sarebbero rincarati.
XXVIII 60 O ci spaventeremo se talvolta ci dicono che qualche creatura
mostruosa è nata da un animale o da un essere umano? Di tutti questi
fenomeni (non voglio dilungarmi troppo) una sola è la spiegazione. Tutto
ciò che nasce, di qualunque genere sia, ha necessariamente origine dalla
natura, di modo che, anche se risulta inconsueto, non può tuttavia essere
sorto al di fuori della natura. Ricercane dunque la causa, se ci
riuscirai, in qualcosa di insolito e di strano; se non ne troverai alcuna,
tieni per fermo in ogni caso che nulla può avvenire senza causa, e scaccia
via dal tuo animo, senza ricorrere al soprannaturale, quel terrore che ti
avrà arrecato la stranezza del fatto. Così né i boati sotterranei né il
fendersi della volta celeste né la pioggia di pietre o di sangue né una
stella cadente né l'apparire di fiamme nel cielo ti spaventeranno. 61 Se
io chiedessi a Crisippo le cause di tutti questi fenomeni, anche lui, quel
famoso sostenitore della divinazione, non direbbe mai che sono avvenuti a
caso, e di tutti indicherebbe una causa naturale. Nulla, infatti, può
avvenire senza causa; né avviene cosa alcuna che non possa avvenire; né,
se è avvenuto ciò che poteva avvenire, si può considerarlo un prodigio;
dunque non esistono prodigi. Ché se si deve considerare come un prodigio
ciò che avviene di rado, un uomo saggio è un prodigio: credo, in effetti,
che una mula abbia partorito più spesso di quanto sia esistito un uomo
saggio. Si compie, dunque, questa argomentazione: né ciò che non può
essere esistito è giammai esistito, né ciò che può essere esistito è un
prodigio: pertanto, non esiste alcun prodigio. 62 Una risposta di questo
genere si dice che la desse, con molta arguzia, un interprete di prodigi a
un tale che gli aveva riferito, come se si trattasse di un prodigio, che
in casa sua un serpente si era avvolto intorno alla sbarra di chiusura
d'una porta: "Sarebbe stato un prodigio se la sbarra si fosse
attorcigliata intorno al serpente!" Con questa risposta fece intendere
chiaramente che nulla, che possa accadere, dev'essere considerato un
prodigio.
XXIX Gaio Gracco scrisse a Marco Pomponio che suo padre aveva chiamato gli
arùspici perché in casa sua erano stati presi due serpenti. Come mai tanto
trambusto per dei serpenti e non per delle lucertole, per dei topi? Perché
questi sono animali che càpita di vedere tutti i giorni, i serpenti no.
Come se, dal momento che un evento può accadere, abbia importanza il
considerare quanto spesso accada! Ma io non capisco una cosa: se il
lasciare andar via il serpente femmina era causa di morte per Tiberio
Gracco padre, il lasciare andar via il maschio era invece letale per
Cornelia, perché egli lasciò andar via uno dei due serpenti? Per quel che
scrive Gaio Gracco, gli arùspici non dissero affatto che cosa sarebbe
avvenuto se nessuno dei due animali fosse stato lasciato andare. "Ma" tu
dirai, "sta di fatto che sùbito dopo avvenne la morte del vecchio Gracco."
Morì, credo, a causa di qualche malattia particolarmente grave, non per
aver lasciato andar via un serpente; poiché gli arùspici non sono
sfortunati fino al punto che non possa accadere nemmeno una volta per caso
ciò che essi hanno predetto.
XXX 63 Di quest'altra cosa, sì, mi meraviglierei, se ci credessi, cioè del
fatto che, come hai ricordato, Calcante, secondo Omero, predisse il numero
degli anni della guerra di Troia in base al numero dei passeri. Su quella
sua profezia così parla Agamennone in Omero (te ne do la traduzione che ho
fatto in un momento di riposo):
"Non cedete, o guerrieri, e sopportate con coraggio i duri travagli, in
modo che possiamo sapere se le profezie del nostro indovino Calcante
abbiano una fonte d'ispirazione veridica o siano invece vane. Ché tutti
quelli che non hanno abbandonato la luce per un funesto destino serbano
bene nella memoria quel portento. Appena Aulide si era ricoperta di navi
argoliche, che recavano rovina e sterminio a Priamo e a Troia, noi, mentre
vicino a gelide acque ci propiziavamo la volontà degli dèi col sacrificio
di tori dalle corna dorate sulle are fumanti, al riparo di un platano
ombroso, donde sgorgava una sorgente d'acqua, vedemmo un drago
dall'aspetto feroce e dalle spire gigantesche, come se per volere di Giove
uscisse da sotto l'ara. Esso ghermì degli uccellini nascosti da fitte
foglie, su un ramo del platano; mentre ne divorava otto, il nono - la
madre degli altri - volava lì sopra con tremule strida; e anche a lei la
belva dilaniò le viscere con un orrendo morso. 64 Quando poi ebbe ucciso
gli uccellini così teneri e la loro madre, lo stesso padre Saturnio che lo
aveva fatto uscire alla luce, lo nascose alla nostra vista e lo irrigidì
ricoprendolo di una dura scorza di pietra della stessa sua forma. Noi,
paralizzati dal terrore, avevamo visto l'immane mostro aggirarsi frammezzo
alle are degli dèi. Allora Calcante disse con voce fiduciosa: 'Come mai, o
achivi, siete rimasti d'un tratto intorpiditi dal terrore? Il creatore
stesso degli dèi ci ha mandato questo prodigio, lento ad avverarsi e di
esito tardivo fin troppo, ma segno di fama e di gloria perenne. Giacché,
per quanti uccelli voi avete visti uccisi dall'orribile dente, per
altrettanti anni di guerra noi soffriremo sotto le mura di Troia; nel
decimo anno essa cadrà e pagando il fio sazierà gli achivi'. Queste cose
disse Calcante; vedete che ormai sono prossime a compiersi."
65 Ma che sorta di augurio è questo, che dal numero dei passeri deduce per
l'appunto il numero degli anni piuttosto che quello dei mesi o dei giorni?
E perché basa la sua profezia sui passerotti, che non costituivano nulla
di prodigioso, mentre non fa parola del drago, il quale, cosa che non poté
accadere, divenne, a quanto si legge, di pietra? E infine, che analogia
c'è tra un passero e un susseguirsi di anni? Giacché, quanto a quel
serpente che apparve a Silla mentre compiva un sacrificio, mi ricordo di
tutt'e due le cose: l'una, che Silla, in procinto di iniziare la
spedizione militare, fece un sacrificio, e un serpente sbucò da sotto
l'altare; l'altra, che in quello stesso giorno fu riportata una brillante
vittoria, per l'accortezza non dell'arùspice, ma del comandante.
XXXI 66 Questi tipi di prodigi non hanno niente di strano. Una volta
accaduti gli eventi, vengono utilizzati come profezia mediante qualche
interpretazione, sicché quei chicchi di grano ammucchiati in bocca a Mida,
o le api che, come hai detto, si posarono sulle labbra di Platone bambino,
non sono prodigi, ma piuttosto oggetto di previsione felicemente riuscita.
Del resto, fatti simili possono essere di per sé falsi, oppure le
predizioni che se ne trassero possono essersi verificate per caso. Anche
quanto a Roscio può essere falso che sia stato avvolto nelle spire di un
serpente, ma che nella sua culla vi fosse un serpente non è tanto strano,
specialmente nel Solonio, dove i serpenti sogliono radunarsi presso il
focolare, come noi al mercato. Quanto, poi, al responso degli arùspici -
che non vi sarebbe stato nessuno più famoso, nessuno più insigne di lui -
mi meraviglio che gli dèi immortali abbiano predetto la gloria a un futuro
attore, non l'abbiano minimamente predetta a Scipione l'Africano. 67 Hai
anche enumerato i prodigi riguardanti Flaminio. Che egli e il suo cavallo
siano caduti tutt'a un tratto, non è davvero un gran miracolo. Quanto al
fatto che l'insegna del primo manipolo di astati non poté essere divelta
da terra, può darsi che il portatore dell'insegna desse prova di una certa
timidezza nel divellerla, mentre l'aveva infissa di buona lena! Quanto al
cavallo di Dionisio, c'era tanto da meravigliarsi per il fatto che emerse
dal fiume e che delle api si posarono sulla sua criniera? Ma siccome poco
dopo divenne re, ciò che era accaduto per caso assunse il valore d'un
prodigio. "Ma," dirai ancora, "agli spartani accadde che le armi appese
nel tempio di Ercole risonassero e che a Tebe le porte del tempio di
questo stesso dio, che eran chiuse, si spalancassero all'improvviso e gli
scudi, che erano infissi tanto in alto nelle pareti, venissero trovati a
terra." Siccome nulla di tutto ciò poté avvenire senza qualche scossa, che
ragione c'è di dire che quegli eventi accaddero per volere della divinità
anziché per caso?
XXXII 68 "Ma a Delfi, sulla testa della statua di Lisandro, comparve una
corona di erbe selvatiche, e, per di più, improvvisamente." Davvero? Pensi
che una corona d'erba possa essere sorta prima che ne sia stato concepito
il seme? Del resto, io credo che dell'erba selvatica non sia stata
seminata da uomini, ma ammucchiata da uccelli; d'altronde, tutto ciò che
si trova su una testa può apparire simile a una corona. Quanto poi al
fatto che le stelle d'oro, insegne di Càstore e Pollùce, poste a Delfi,
caddero e non si trovarono più in nessun luogo, come hai rammentato,
questa mi pare un'impresa di ladri piuttosto che di dèi. Che, poi, la
dispettosità di una scimmia di Dodona sia stata tramandata dagli storici
greci, è cosa che non finisce di stupirmi. 69 Che c'è di strano in questo,
che quella bruttissima bestia abbia rovesciato l'urna e sparpagliato qua e
là le sorti? E gli storici dicono che agli spartani non accadde alcun
prodigio più malaugurante di questo! Quanto a quelle predizioni fatte ai
veienti, che, se il lago Albano fosse traboccato e si fosse riversato in
mare, Roma sarebbe andata incontro alla rovina; se invece l'acqua fosse
stata trattenuta, la rovina sarebbe toccata a Veio, ‹io credo che› l'acqua
del lago Albano fu incanalata per irrigare la campagna attorno a Roma, non
per salvare la roccaforte e la città. "Ma poco dopo fu udita una voce che
ammoniva i romani di provvedere perché Roma non fosse presa dai Galli;
perciò fu consacrata nella Via Nuova un'ara in onore di Aio Loquente. Ma
che dire del fatto che Aio Loquente, finché nessuno lo conosceva, parlava
e discorreva e in seguito a ciò ebbe questo nome; quando però ottenne la
sua ara e il suo nome, ammutolì? La stessa cosa si può dire della dea
Moneta; dalla quale, eccettuata l'esortazione a sacrificare una scrofa
gravida, quale ammonimento abbiamo mai ricevuto?
XXXIII 70 Dei prodigi ho parlato anche troppo; rimangono gli auspicii e le
sorti: intendo le sorti che vengono estratte a caso, non quelle che
vengono largite durante un vaticinio, le quali più appropriatamente si
chiamano responsi di oracoli; di questi parleremo quando saremo arrivati
alla divinazione naturale. Rimane da dire qualcosa anche sui Caldei; ma
innanzi tutto prendiamo in esame gli auspicii. "È un compito imbarazzante,
per un àugure, polemizzare su questo argomento!" Per un àugure marso forse
sì, ma per un romano è facilissimo. Noi non siamo di quegli àuguri che
predicono il futuro in base all'osservazione degli uccelli e degli altri
indizi. E tuttavia credo che Romolo, il quale fondò la città prendendo gli
auspicii, abbia creduto che esistesse una scienza augurale capace di
prevedere il futuro (su molte cose gli antichi erravano): una scienza che,
come vediamo, ha subito ormai dei mutamenti o, per l'uso stesso che se ne
è fatto, o per nuove dottrine, o per il lungo tempo trascorso; si
conservano però - per non urtare le credenze popolari e per il grande
vantaggio che ne deriva allo Stato - le pratiche, l'osservanza dei riti,
le regole, il diritto augurale e l'autorità del collegio. 71 Né io nego
che siano stati meritevoli di ogni più grave pena i consoli Publio Claudio
e Lucio Giunio, i quali presero il mare contro gli auspicii: era doveroso
obbedire alle prescrizioni religiose e non si doveva contravvenire alle
usanze patrie in modo così arrogante. Giustamente, dunque, l'uno fu
condannato per giudizio del popolo, l'altro si dette egli stesso la morte.
"Flaminio", tu ancora ricordi, "non obbedì agli auspicii, e perciò morì,
lui e il suo esercito." Ma l'anno dopo Paolo obbedì: e forse per questo
scampò alla morte con tutto l'esercito nella battaglia di Canne?
E invero, anche se gli auspicii valessero (e invece non valgono affatto),
certamente quelli ai quali ricorriamo noi, siano il "tripudio" o i segni
provenienti dal cielo, sono simulacri di auspicii, auspicii no di certo.
XXXIV "Quinto Fabio, voglio che tu mi assista nell'auspicio." Quello
risponde: "Ho udito." Al tempo dei nostri antenati, per questa funzione ci
si valeva d'un esperto; oggi si prende uno qualsiasi. L'esperto dev'essere
uno che sappia che cos'è il "silenzio"; chiamiamo "silenzio", nel
cerimoniale degli auspicii, la situazione in cui niente turba la
cerimonia. 72 Rendersi conto di ciò è còmpito del perfetto àugure; ma
quello a cui viene affidata al giorno d'oggi questa mansione, quando il
magistrato che prende gli auspicii ordina: "Dimmi quando ti sembrerà che
vi sia il 'silenzio'", non perde tempo né a guardare in alto né attorno;
risponde sùbito che gli sembra che il "silenzio" ci sia. Allora l'altro:
"Di' quando gli uccelli mangeranno". "Stanno mangiando." Ma quali uccelli?
E dove? Ha portato, dicono, i polli rinchiusi in una gabbia colui che, per
questo suo ufficio, viene chiamato pullario. Questi, dunque, sono gli
uccelli messaggeri di Giove! Se essi mangino o no, che valore ha? Ciò non
ha alcun rapporto con gli auspicii. Ma siccome, quando mangiano, è
inevitabile che qualche pezzetto di cibo caschi loro fuori dalla bocca e
percuota la terra (ciò fu detto dapprima "terripavio", poi "terripudio";
ora è chiamato "tripudio"), - quando dunque un pezzo di farina impastata
cade dalla bocca del pollo, ecco che a colui che prende gli auspicii viene
annunziato il "tripudio solìstimo".
XXXV 73 Può dunque aver qualcosa di divinatorio questo auspicio, così
coatto e tratto a forza? Che i più antichi àuguri non siano ricorsi a
esso, lo dimostra il fatto che conserviamo tuttora un vecchio decreto del
nostro collegio, secondo il quale da ogni uccello si può ottenere il
"tripudio". Allora, sì, sarebbe un vero auspicio, a condizione che
l'uccello fosse libero di mostrarsi; allora quell'uccello potrebbe
sembrare un interprete e ministro di Giove; ora invece, chiuso in gabbia e
stremato dalla fame, se si butta a divorare un pastone di farina, e se un
pezzetto di cibo gli cade di bocca, credi che questo sia un auspicio o che
in questo modo Romolo fosse solito trarre gli auspicii? 74 Non credi,
inoltre, che coloro che un tempo prendevano gli auspicii compissero da sé
l'osservazione di ciò che veniva dal cielo? Ora la fanno fare al pullario:
quegli riferisce che è caduto un fulmine proveniente da sinistra, che
consideriamo come il migliore auspicio, tranne per i comizi; questa
eccezione fu stabilita per motivi politici, perché i più potenti nello
Stato fossero gli interpreti dei comizi nei processi popolari o
nell'approvazione delle leggi o nell'elezione dei magistrati. "Ma," tu
obietterai, "in séguito a una lettera inviata da Tiberio Gracco i consoli
Scipione e Figulo dovettero rinunciare alla carica, perché gli àuguri
avevano sentenziato che erano stati eletti con una procedura irregolare."
Ma chi nega l'esistenza di una dottrina degli àuguri? È la divinazione che
io nego "Ma gli arùspici sono indovini; quando Tiberio Gracco, a causa
della morte improvvisa di colui che era stramazzato al suolo mentre
raccoglieva i voti della centuria che votava per prima, li convocò in
senato, essi dissero che il 'rogatore' non si era uniformato alle regole."
75 Innanzi tutto rifletti se non si siano voluti riferire a colui che era
stato il "rogatore" della prima centuria; quello, difatti, era morto, e
che ciò costituisse un'irregolarità potevano dirlo senza avere doti
divinatorie, per semplice interpretazione delle regole. In secondo luogo,
forse dissero così per caso, e il caso non si può mai escludere in fatti
di questo genere. E in effetti, che cosa potevano sapere degli arùspici
etruschi quanto al modo giusto di erigere la tenda o alle leggi
sull'attraversamento del pomerio? In verità, io mi trovo d'accordo con
Gaio Marcello piuttosto che con Appio Claudio - entrambi furono miei
colleghi come àuguri - e ritengo che il diritto augurale, sebbene
all'inizio sia stato costituito in base alla credenza nella divinazione,
sia stato poi conservato e rispettato per utilità politica.
XXXVI 76 Ma, su ciò, più a lungo altrove: ora basta. Esaminiamo piuttosto
gli augurii stranieri, che non appartengono tanto alla divinazione
artificiale, quanto alla superstizione. Gli stranieri, per lo più, badano
a tutti gli uccelli, noi a pochissimi. Alcuni augurii sono considerati
favorevoli da loro, altri dai nostri. Deiòtaro era solito chiedermi
notizie sulla nostra dottrina augurale, io sulla loro. Per gli dèi
immortali, quante differenze!, fino al punto che alcuni precetti erano
addirittura opposti. Ed egli ricorreva agli auspicii sempre: noi, tranne
nel periodo in cui abbiamo il diritto di trarre gli auspicii, ricevuto dal
popolo, in qual misura vi ricorriamo? I nostri antenati stabilirono che
non si procedesse ad alcuna azione di guerra senza aver prima tratto gli
auspicii; ma da quanti anni ormai vengono condotte guerre da proconsoli e
propretori, che non hanno diritto agli auspicii? 77 Perciò, né prendono
gli auspicii prima di attraversare corsi d'acqua, né ricorrono al
"tripudio". Dov'è andata a finire, dunque, la divinazione tratta dagli
uccelli? Dal momento che le guerre sono condotte da chi non ha alcun
diritto agli auspicii, sembra che tale divinazione sia stata mantenuta in
vigore da chi si occupa del governo civile, soppressa nelle azioni
militari. Ché quanto all'auspicio tratto dalle punte delle lance, che è
esclusivamente di carattere militare, già Marco Marcello, quello che fu
console cinque volte, lo trascurò del tutto: eppure fu ottimo comandante,
ottimo àugure. E invero egli diceva che se talvolta voleva portare a
compimento una spedizione militare, era solito viaggiare in una lettiga
coperta, per non essere impedito dagli auspicii. A questo comportamento
somiglia ciò che noi àuguri raccomandiamo, di far togliere dal giogo i
giumenti, perché non càpiti un "auspicio aggiogato". 78 Che cos'altro è,
questo non voler essere avvertiti da Giove, se non fare in modo che un
auspicio non possa avvenire o, qualora avvenga, non sia veduto?
XXXVII Quell'altra cosa, poi, è estremamente ridicola: che, secondo te,
Deiòtaro non si è pentito di aver dato retta agli auspicii che ricevette
al momento di partire per il campo di Pompeo, poiché, tenendo fede alla
lealtà e all'amicizia col popolo romano, compì il suo dovere, e considerò
più importante l'onore e la gloria che il mantenimento del suo regno e dei
suoi possessi. Questo io lo credo senz'altro, ma non ha niente a che
vedere con gli auspicii: non fu certo una cornacchia che col suo
gracchiare poté insegnargli che faceva bene a battersi per la libertà del
popolo romano: era lui che ne era convinto, come dimostrò coi fatti. 79
Gli uccelli predicono eventi sfavorevoli o favorevoli; Deiòtaro, io vedo
che ricorse agli auspicii della virtù, la quale vieta di badare alla
fortuna, quando si deve tener fede alla parola data. Ché se gli uccelli
gli predissero eventi favorevoli, lo ingannarono senza dubbio. Fu
sconfitto in battaglia e costretto alla fuga al pari di Pompeo: tempi
terribili! Si separò da lui: evento luttuoso! Accolse Cesare nello stesso
tempo come nemico e come ospite: quale situazione più umiliante di questa?
Cesare, dopo avergli strappato la tetrarchia dei Trocmi per darla a non so
quale suo servitorello di Pergamo, dopo avergli tolto l'Armenia datagli
dal senato, dopo essere stato da lui accolto con ospitalità suntuosissima,
lasciò ridotto in miseria e l'ospite e il re. Ma sto divagando un po'
troppo: ritornerò al mio argomento. Se badiamo agli eventi, che si cerca
di prevedere in base al volo degli uccelli, gli eventi non furono in alcun
modo favorevoli a Deiòtaro; se invece badiamo al compimento del dovere,
esso fu suggerito a quel re dalla sua virtù, non dagli auspicii.
XXXVIII 80 Lascia da parte, dunque, il lituo di Romolo, che, a quanto
dici, non bruciò nemmeno in quel grandissimo incendio; non tener conto
della cote di Atto Navio. Nella filosofia non dev'esserci spazio per
storielle inventate. Un'altra cosa, piuttosto, sarebbe stata compito di un
vero filosofo: innanzi tutto indagare la natura di tutta la teoria
augurale, poi rintracciarne l'origine, infine vedere se abbia una coerenza
interna. Qual è, dunque, la legge di natura che fa volare gli uccelli da
ogni parte, di qua e di là, allo scopo di dare dei segni e di vietare
talvolta di far qualcosa, di comandarlo talaltra, o col canto o col volo?
E perché ad alcuni uccelli è stato dato il potere di fornire un auspicio
valido dalla parte sinistra, ad altri da destra? E come, quando, da chi
diremo che siano state scoperte queste cose? Gli Etruschi, almeno,
considerano come fondatore della loro dottrina quel bimbetto spuntato su
dal solco durante un'aratura; noi a chi ci appelleremo? Ad Atto Navio? Ma
furono più antichi di vari anni Romolo e Remo, ambedue àuguri, come ci è
tramandato. Oppure diremo che queste dottrine sono state scoperte dai
pisidii o dai cilici o dai frigi? Ammetteremo dunque che genti prive di
civiltà umana siano state autrici di una scienza divina?
XXXIX 81 "Ma tutti i re, i popoli, le genti ricorrono agli auspicii. Come
se ci fosse qualcosa di tanto diffuso quanto il non capir nulla, o come se
anche tu, nel giudicare su qualche problema, ti attenessi all'opinione
della moltitudine! Quanti sono quelli che negano che il piacere sia un
bene? secondo i più, è addirittura il sommo bene. Dunque il loro gran
numero induce gli stoici ad abbandonare la loro dottrina? O, d'altra
parte, la moltitudine segue per lo più, nel modo di comportarsi,
l'autorità degli stoici? Qual meraviglia, dunque, se a proposito degli
auspicii e di ogni genere di divinazione le menti deboli accolgono tutte
queste credenze superstiziose e non sono capaci di scorgere la verità? 82
Quale coerenza, poi, basata su accordo e comunanza di idee, c'è fra gli
àuguri? Uniformandosi all'usanza della nostra pratica augurale, Ennio
disse: "Allora tuonò da sinistra nel cielo perfettamente sereno." Ma
l'Aiace omerico, lamentandosi con Achille della combattività dei troiani,
si esprime press'a poco così: "Ad essi Giove diede presagi favorevoli con
lampi inviati da destra." Dunque, a noi i segni da sinistra sembrano più
propizi, ai greci e ai barbari quelli da destra. Beninteso, non ignoro che
i presagi favorevoli li chiamiamo talvolta "sinistri", anche se vengono da
destra; ma certamente i nostri chiamarono sinistro l'auspicio e gli
stranieri lo chiamarono destro, perché nella maggior parte dei casi esso
sembrava loro migliore. Che grave discordanza! 83 E che dire del fatto che
dànno valore a uccelli diversi, a segni diversi, seguono metodi
d'osservazione diversi, pronunciano responsi diversi? Non bisognerà
ammettere che una parte di queste divergenze derivi da errori, un'altra da
superstizione, molte da volontà d'imbrogliare?
XL E a queste superstizioni non hai esitato ad aggiungere anche i presagi
tratti da certe frasi pronunciate senza intenzione: Emilia disse a Paolo
che Persa era morto, e il padre intese la frase come un presagio; Cecilia
disse alla figlia di sua sorella che le cedeva il proprio posto. E poi
quelle altre frasi: "Fate silenzio" e "la centuria prerogativa, presagio
dei comizi". Questa è proprio un voler essere eloquente e facondo contro
se stesso. Se ti metti a fare attenzione a codeste cose, quando potrai
aver l'animo tranquillo e sgombro da ansietà, in modo da avere come guida
nell'agire non la superstizione, ma la ragione? Ma davvero, se un tale
dirà qualcosa appartenente ai suoi affari e a un suo discorso, e una sua
parola si potrà adattare per caso a quel che farai o penserai tu, questa
coincidenza ti spaventerà o ti incoraggerà? 84 Quando Marco Crasso faceva
imbarcare il proprio esercito a Brindisi, un tale che, nel porto, vendeva
fichi secchi di Caria provenienti da Cauno, andava gridando: "Cauneas!"
Diciamo pure, se ti fa piacere, che quel tale ammoniva Crasso di guardarsi
dal partire, e che Crasso non sarebbe morto se avesse dato retta al
presagio involontario. Ma se accettiamo idee di questo genere, dovremo
stare attenti a tutte le volte che inciampiamo, che ci si rompe la stringa
d'una scarpa, che starnutiamo.
XLI 85 Rimangono ancora le sorti e i Caldei, per passare poi ai profeti
invasati e ai sogni. Credi dunque che ci si debba soffermare sulle sorti?
Che cos'è una sorte? È press'a poco lo stesso che giocare alla morra, ai
dadi, alle "tessere": cose nelle quali vale l'azzardo e il caso, non il
ragionamento o la riflessione. Tutta questa faccenda è un'invenzione
ingannatrice, allo scopo di far quattrini o di fomentare la superstizione
o di trarre in errore la gente. E, come abbiamo fatto a proposito
dell'aruspicina, vediamo un po' la tradizione sull'origine delle sorti più
famose. Gli annali di Preneste raccontano che Numerio Suffustio, uomo
onesto e bennato, ricevé in frequenti sogni, all'ultimo anche minacciosi,
l'ordine di spaccare una roccia in una determinata località. Atterrito da
queste visioni, nonostante che i suoi concittadini lo deridessero, si
accinse a fare quel lavoro. Dalla roccia infranta caddero giù delle sorti
incise in legno di quercia, con segni di scrittura antica. Quel luogo è
oggi circondato da un recinto, in segno di venerazione, presso il tempio
di Giove bambino, il quale, effigiato ancora lattante, seduto insieme con
Giunone in grembo alla dea Fortuna mentre ne ricerca la mammella, è
adorato con grande devozione dalle madri. 86 E dicono che in quel medesimo
tempo, là dove ora si trova il tempio della Fortuna, fluì miele da un
olivo, e gli arùspici dissero che quelle sorti avrebbero goduto grande
fama, e per loro ordine col legno di quell'olivo fu fabbricata un'urna, e
lì furono riposte le sorti, le quali oggidì vengono estratte, si dice, per
ispirazione della dea Fortuna. Che cosa di sicuro può esserci dunque in
queste sorti, che per ispirazione della Fortuna, per mano di un bambino
vengono mescolate e tratte su? E in che modo codeste sorti furono poste
entro quella rupe? Chi tagliò, chi squadrò quel legno di quercia, chi vi
incise quelle scritture? "Non c'è nulla," rispondono, "che la divinità non
possa fare." Magari la divinità avesse elargito la saggezza agli stoici,
per evitare che prestassero fede a tutto con superstiziosa ansia e
infelicità! Ma ormai l'opinione pubblica non dà più credito a questo
genere di divinazione: la bellezza e l'antichità del tempio mantiene
ancora in vita la fama delle sorti prenestine, e soltanto tra il popolino.
87 Quale magistrato, oggi, o quale uomo di un certo prestigio ricorre a
quelle sorti? In tutti gli altri luoghi, poi, l'interesse per le sorti si
è raffreddato completamente. Ciò appare dal detto di Carneade, riferito da
Clitomaco, che non aveva visto in nessun luogo una Fortuna più fortunata
di quella di Preneste.
Lasciamo perdere, dunque, questa forma di divinazione, (XLII) veniamo alle
mostruose immaginazioni dei Caldei. Eudosso, seguace di Platone, superiore
a tutti nell'astronomia per concorde giudizio dei più dotti, ritiene, e lo
ha scritto, che non bisogna minimamente credere ai Caldei quanto alla
predizione e alla determinazione della vita di ciascuno in base ai segni
del giorno della nascita. 88 Anche Panezio, l'unico degli stoici che negò
fede alle predizioni astrologiche, ricorda Anchialo e Cassandro, i
maggiori astronomi suoi contemporanei, i quali, mentre eccellevano in
tutte le altre branche dell'astronomia, non vollero servirsi di questo
genere di predizioni. Scilace di Alicarnasso, amico intimo di Panezio,
astronomo eccellente e capo eminente della sua città, ripudiò tutto questo
genere caldàico di predizione. 89 Ma lasciamo da parte gli autori e
ricorriamo al ragionamento. Codesti difensori delle "predizioni natalizie"
dei Caldei argomentano così: è insita, dicono, nel cerchio delle
costellazioni che in greco si chiama "zodiaco", una forza di tal natura,
che ciascuna parte di quel cerchio influenza e trasforma il cielo in un
modo diverso, a seconda delle diverse stelle che si trovano in quelle
parti e nelle parti finitime in un dato tempo; e quella forza viene
variamente modificata da quelle stelle che son chiamate erranti; e quando
le costellazioni sono venute in quella parte dello zodiaco coincidente con
la nascita di colui che viene alla luce, oppure in una che abbia qualche
contiguità o affinità con quella, le figure che allora si formano sono
chiamate dagli astrologi triangoli e quadrati. Inoltre, poiché nel corso
di un anno e delle varie stagioni avvengono così notevoli rivolgimenti e
mutamenti del cielo per l'avvicinarsi e l'allontanarsi delle stelle, e
poiché questi fenomeni che vediamo sono causati dall'influsso del sole,
gli astrologi ritengono non solo verosimile, ma vero, che, a seconda della
composizione dell'aria, i bambini che nascono siano animati e conformati
in un certo modo, e che da essa risultino plasmati i caratteri, le qualità
morali, l'anima, il corpo, lo svolgersi della vita, i casi e gli eventi di
ciascuno.
XLIII 90 Oh delirio incredibile! (ché non ogni errore può esser chiamato
semplicemente "stoltezza"). E ad essi anche Diogene stoico concede
qualcosa, cioè che sappiano predire soltanto quale carattere avrà ciascun
singolo nato e a quale attività sarà particolarmente idoneo; nega, invece,
che si possa in alcun modo sapere tutto il resto che essi pretendono di
determinare: difatti, egli dice, i gemelli hanno costituzione fisica
eguale, ma vita e sorte quasi sempre differenti. Procle ed Euristene,
entrambi re di Sparta, furono fratelli gemelli; ma non vissero lo stesso
numero di anni (Procle morì un anno prima di suo fratello) e Procle fu
molto superiore al fratello per la gloria delle imprese compiute. 91 Ma io
sostengo che è impossibile sapere anche quelle cose che l'ottimo Diogene
concede ai Caldei per una specie di accordo sottobanco. Se la luna, come
essi stessi dicono, regola le nascite dei bambini, e i Caldei osservano e
prendono nota di quelle costellazioni che influiscono sulle nascite e che
appaiono in congiunzione con la luna, allora essi giudicano con
l'ingannevolissima sensazione della vista ciò che avrebbero dovuto vedere
col ragionamento e con l'intelletto. I calcoli degli astronomi, che
costoro avrebbero dovuto conoscere, mostrano quanto sia bassa l'orbita
della luna, tanto da sfiorare quasi quella della terra, quanto la luna sia
lontana da Mercurio, che è la stella più vicina, e molto più lontana da
Venere, e ancora un grande intervallo la separi dal sole, dalla cui luce
si ritiene che sia illuminata; gli altri tre intervalli, poi, sono
infiniti ed immensi: dal sole a Marte, da Marte a Giove, da Giove a
Saturno; e di qui alla volta celeste, che è il limite estremo e ultimo
dell'universo. 92 Quale influsso, dunque, vi può essere da una distanza
pressoché infinita fino alla luna, o, piuttosto, alla terra?
XLIV E ancora: quando dicono - e devono dirlo per forza - che tutte le
nascite di tutti coloro che son generati in ogni parte della terra abitata
sono identiche, e che necessariamente accadranno le stesse cose a tutti
quelli che siano nati sotto la stessa posizione del cielo e degli astri,
non rivelano, codesti interpreti del cielo, di non conoscerne neanche la
struttura? Poiché quelle circonferenze che dividono, per così dire, il
cielo a metà e limitano la nostra visuale (i greci le chiamano horízontes,
noi possiamo con tutta esattezza chiamarle "limitanti") hanno la massima
varietà e sono diverse da un luogo all'altro, ne consegue che la nascita e
il tramonto delle costellazioni non può avvenire dappertutto nello stesso
tempo.
93 E se per il loro influsso il cielo assume ora una, ora un'altra
composizione, come possono quelli che nascono ricevere una medesima
impronta, dal momento che tanto grande è la dissimiglianza del cielo? In
questa parte del mondo che noi abitiamo la Canicola sorge dopo il
solstizio d'estate, anzi parecchi giorni dopo; ma nel paese dei
trogloditi, a quanto si legge, sorge prima del solstizio; cosicché, se
anche ammettiamo che l'influsso del cielo si esplichi in qualche modo su
coloro che nascono in terra, gli astrologi dovrebbero pur riconoscere che
coloro che nascono contemporaneamente possono avere caratteri diversi per
la dissimiglianza del cielo. Ma non hanno alcuna voglia di riconoscerlo:
pretendono che tutti i nati nel medesimo tempo, qualunque sia il luogo
della loro nascita, siano votati alla stessa -sorte.
XLV 94 Ma che follìa è questa, di credere che, mentre si prendono in
considerazione i più grandi movimenti e mutamenti del cielo, non importino
nulla le differenze tra i venti, le piogge, i climi di ciascun luogo?
Perfino in località vicine tra loro tante sono le disparità tra questi
fenomeni, che spesso le condizioni meteorologiche a Tuscolo sono diverse
da quelle di Roma. I naviganti se ne accorgono più che mai quando, nel
doppiare un promontorio, avvertono spesso un grandissimo cambiamento del
vento. Perciò, se il clima è così variabile, ora sereno, ora perturbato,
si può considerare sano di mente chi non dice che ciò influisca sulle
nascite dei bambini (e in verità non vi influisce), ma sostiene poi che
eserciti un influsso sulle nascite stesse quel non so che di evanescente,
che non può in alcun modo essere oggetto di sensazione, a mala pena anche
di attività pensante, cioè la composizione del cielo prodotta dalla luna e
dagli altri astri? E il non capire che, ragionando così, si riduce a nulla
l'influsso dei semi generativi, che ha un'importanza decisiva nel
concepimento e nella procreazione, è forse un errore di poco conto? Chi,
infatti, non vede che i figli ritraggono dai genitori la complessione
fisica, il carattere, tanti modi di atteggiarsi da fermi e di muoversi?
Ciò non accadrebbe se queste caratteristiche non provenissero
dall'influsso e dall'efficacia dei generanti, ma dal potere della luna e
dalla composizione del cielo. 95 E il fatto che i nati nell'identico
istante hanno caratteri e vicende della vita dissimili, è forse una prova
di poco conto a favore della tesi che il tempo della nascita non c'entra
nulla con lo svolgimento successivo della vita? A meno che, forse,
riteniamo che nessuno sia stato concepito e sia nato nello stesso momento
di Scipione l'Africano. C'è stato, in effetti, qualcuno da mettergli a
confronto?
XLVI 96 Può esser messo in dubbio, poi, che molti, nati con qualche parte
del corpo deforme e anormale, siano stati guariti e riportati alla
normalità dalla Natura, che ha corretto se stessa, o dalla chirurgia e
dalla medicina? Per esempio, ad alcuni, che avevano la lingua attaccata al
palato così da non poter parlare, quell'organo è stato reso libero con un
taglio di bisturi. Molti altri eliminarono un difetto di natura mediante
la continua applicazione e l'esercizio, come Demetrio Falereo riferisce
quanto a Demostene, il quale, non essendo in grado di pronunciare la
lettera erre, col continuo esercizio riuscì a pronunciarla perfettamente.
Se quei difetti fossero stati prodotti e trasmessi da un influsso astrale,
niente li avrebbe potuti correggere. E la differenza dei luoghi non
produce differenti tipi umani? Di tali differenze è facile dare esempi,
mostrare quanto son diversi nel corpo e nel carattere gli indiani e i
persiani, gli etìopi e i siri, a tal punto che le varietà e le
dissimiglianze sono addirittura incredibili. 97 Da ciò si comprende che,
riguardo alle nascite, le diverse località della terra valgono più dei
contatti della luna. E quanto a ciò che si dice, che i babilonesi
continuarono a osservare e a sperimentare tutti i bambini che via via
nascevano per la durata di 470.000 anni, è una menzogna: se lo avessero
fatto davvero per tanto tempo, non avrebbero smesso. Non abbiamo,
d'altronde, alcun testimone autorevole che ci assicuri che ciò venga fatto
o sappia che sia stato fatto in passato.
XLVII Come vedi, non riferisco le argomentazioni di Carneade, ma quelle di
Panezio, il più eminente degli stoici. Io, poi, domando anche se tutti
quelli che caddero nella battaglia di Canne erano nati sotto la stessa
costellazione: poiché certo ebbero tutti una morte uguale. E quelli che
hanno in dote un ingegno e una virtù eccezionali, nascono anche loro sotto
la stessa costellazione? Quale istante c'è, in cui non nascono
innumerevoli bambini? Eppure nessuno di loro è stato all'altezza di Omero.
98 E se ha importanza sapere sotto quale composizione del cielo e
congiunzione delle stelle ciascun essere vivente nasca, bisogna che ciò
valga non solo a proposito degli uomini, ma anche delle bestie. Si
potrebbe dire una cosa più assurda di questa? Lucio Taruzio di Fermo, mio
intimo amico, perfetto conoscitore della dottrina caldèa, faceva risalire
anche il giorno natalizio della nostra città a quelle feste di Pale, in
concomitanza delle quali si dice che essa fu fondata da Romolo, e diceva
che Roma era nata mentre la luna si trovava nella costellazione della
Libra, e non esitava a cantarne i destini. 99 Oh straordinaria potenza
dell'errore! Anche il giorno natalizio d'una città dipendeva dall'influsso
delle stelle e della luna? Ammetti pure che, riguardo a un bambino, abbia
qualche importanza lo stato del cielo nel quale egli abbia tratto il primo
respiro; ma la stessa cosa avrebbe potuto valere anche per i mattoni o per
le pietre con cui Roma fu costruita? Ma a che scopo dilungarsi? Ogni
giorno simili profezie risultano smentite. Quante cose mi ricordo che
furono predette dai caldei a Pompeo, quante a Crasso, quante a Cesare
stesso, poc'anzi ucciso! Nessuno di loro sarebbe morto se non da vecchio,
se non nel suo letto, se non nel pieno splendore della sua gloria.
Cosicché mi sembra estremamente strano che vi sia qualcuno che ancora
creda a costoro, le cui predizioni egli stesso, ogni giorno, vede che sono
confutate dalla realtà e dagli avvenimenti.
XLVIII 100 Rimangono due forme di divinazione, che, a quanto si dice, ci
provengono dalla natura, non dall'arte: i vaticinii e i sogni.
Discutiamone," dissi, "Quinto, se ti piace." Rispose Quinto: "Certo che mi
piace. In effetti io mi sento del tutto d'accordo con quel che hai
sostenuto finora e, per esser sincero, quantunque le tue parole abbiano
rafforzato la mia opinione, tuttavia anche prima, dentro di me,
consideravo troppo superstiziosa la dottrina stoica sulla divinazione. Mi
seduceva di più quest'altra teoria, quella dei peripatetici: del vecchio
Dicearco e di Cratippo che attualmente è nel pieno fiore della sua fama.
Essi ritengono che vi sia nelle menti degli uomini una sorta di oracolo
che faccia presentire il futuro, quando l'anima o è esaltata da una divina
follìa o, rilassatasi nel sonno, può muoversi liberamente e senza vincoli
corporei. Sarei davvero desideroso di sentire che cosa pensi di queste
forme di divinazione e con quali argomenti le confuti."
XLIX 101 Quando egli ebbe detto ciò, io a mia volta, quasi rifacendomi di
nuovo dall'inizio, così presi a dire: "Non ignoro, Quinto, che tu hai
sempre pensato così: sei stato dubbioso sulle altre forme di divinazione,
hai ritenuto vere soltanto queste due, dell'esaltazione profetica e del
sogno, che sembrano derivate dalla mente libera dal gravame del corpo.
Dirò, dunque, il mio parere anche su questi due generi di divinazione; ma
prima cercherò di esaminare il valore dell'argomentazione logica degli
stoici e del nostro Cratippo. Hai detto che Crisippo, Diogene stoico e
Antipatro argomentano così: "Se gli dèi esistono e non fanno sapere in
anticipo agli uomini il futuro, o non amano gli uomini, o ignorano ciò che
accadrà, o ritengono che non giovi affatto agli uomini sapere il futuro, o
stimano indegno della loro maestà preavvertire gli uomini delle cose che
avverranno, o nemmeno gli dèi stessi sono in grado di farle sapere. 102 Ma
non è vero che non ci amino (sono, infatti, benèfici e amici del genere
umano), né è possibile che ignorino ciò che essi stessi hanno stabilito e
predisposto, né si può ammettere che non ci giovi sapere il futuro (ché,
se lo sapremo, saremo più prudenti), né essi ritengono che ciò non si
confaccia alla loro maestà (niente è, difatti, più glorioso che fare il
bene), né possono essere incapaci di prevedere il futuro. Dunque, dovremmo
concludere, non esistono gli dèi e non ci predìcono il futuro. Ma gli dèi
esistono; dunque predìcono. E se dànno indizi del futuro, non è
ammissibile che ci precludano ogni mezzo di interpretare tali indizi (ché
darebbero gli indizi senza alcun frutto), né, se essi ci forniscono quei
mezzi d'interpretazione, è possibile che non vi sia la divinazione. Dunque
c'è la divinazione." 103 Oh, uomini acuti! Come credono che in poche
parole l'affare sia bell'e sbrigato! Per giungere alla loro conclusione,
dànno per accettate delle premesse nessuna delle quali vien data loro per
buona. Si deve approvare la conclusione di un ragionamento solo se il
problema controverso viene risolto partendo da premesse sicure.
L Guarda un po' come Epicuro, che gli stoici sogliono considerare sciocco
e rozzo, ha dimostrato che quello che nella natura chiamiamo "il tutto" è
infinito. "Ciò che è finito" egli dice "ha un'estremità." Chi non è
disposto ad ammettere questo? "Ciò che ha un'estremità si può vedere da un
punto che si trovi al di fuori." Anche questo bisogna ammetterlo. "Ma ciò
che è il tutto non può essere veduto da un punto che si trovi al di fuori
del tutto." Nemmeno questo si può negare. "Non avendo, dunque, alcuna
estremità, è necessariamente infinito." 104 Vedi come, prendendo le mosse
da premesse che tutti ammettono, giunge a dimostrare una cosa di cui si
dubitava? Non così procedete voi dialettici; e non solo non partite, per
svolgere le vostre argomentazioni, da premesse che tutti concedono, ma
presupponete cose che, anche se vi venissero concesse, egualmente non vi
farebbero raggiungere la conclusione da voi voluta. Incominciate, difatti,
con questo presupposto: "Se gli dèi esistono, sono benèfici verso gli
uomini." Chi ve lo darà per sicuro? Forse Epicuro, il quale nega che gli
dèi abbiano alcuna preoccupazione sia per gli altri, sia per se stessi?
Oppure il nostro Ennio, il quale fa dire a un suo personaggio, mentre la
folla degli spettatori dimostra il proprio assenso con grandi applausi:
"Io ho sempre detto e sempre dirò che esiste la stirpe degli dèi celesti,
ma credo che essi non si curino di quel che fa il genere umano." E
aggiunge sùbito il motivo di questa sua opinione; ma non è necessario che
io reciti il seguito; basta solamente che si capisca che costoro
presuppongono come certo ciò che è dubbio e controverso.
LI 105 Segue quest'altro assunto: che gli dèi non ignorano niente, perché
tutto è stato stabilito da loro. Ma su questo punto quanta polemica c'è da
parte di uomini dottissimi, i quali non ammettono che questa realtà sia
stata stabilita dagli dèi! 106 "Ma è nel nostro interesse sapere il
futuro." C'è un'ampia opera di Dicearco che sostiene che è meglio ignorare
il futuro che saperlo. Ancora, gli stoici negano che sia alieno dalla
maestà degli dèi.... certo, andare a spiare dentro le casupole di tutti
noi mortali, per giudicare che cosa sia utile a ciascuno! "Né possono
essere incapaci di prevedere il futuro." E invece ciò è contestato da quei
pensatori che ritengono che il futuro non sia predeterminato con certezza.
Vedi, dunque, che i punti dubbi sono dati per certi e per ammessi da
tutti? Poi rovesciano l'argomentazione e ragionano così: "Dunque, dovremmo
concludere, gli dèi non esistono né indicano il futuro": credono che non
sia ammissibile altra possibilità. Poi soggiungono: "Ma gli dèi esistono";
e anche questo non è ammesso da tutti. "Dunque predìcono"; nemmeno questa
è una conseguenza necessaria: potrebbero non darci alcuna predizione e
tuttavia esistere. Aggiungono anche che, se inviano segni premonitori, non
è possibile che non ci forniscano qualche mezzo per interpretarli. Ma
invece anche questo è possibile, che conoscano questi mezzi, ma non li
forniscano agli uomini; perché, in effetti, li avrebbero dati agli
etruschi più che ai romani? "Né, se essi ci forniscono quei mezzi
d'interpretazione, è possibile che non esista la divinazione." Ammetti
pure che gli dèi ce li forniscano, il che è già assurdo: a che serve, se
noi non possiamo comprenderli? Ed ecco il finale: "Dunque la divinazione
esiste." Sia pure il finale, ma non è il raggiungimento della
dimostrazione: ché da false premesse, come abbiamo appreso proprio da
loro, non si può giungere alla verità. Tutta l'argomentazione, dunque,
giace a terra.
LII 107 Veniamo ora al nostro amico e ottimo uomo, Cratippo. Dice: "Se
senza occhi non può svolgersi la funzione e il còmpito degli occhi, e
tuttavia può accadere talvolta che gli occhi non adempiano bene al loro
còmpito, chi anche una volta sola ha usato gli occhi in modo da scorgere
le cose come sono in realtà, possiede il senso della vista capace di
percepire la realtà. Allo stesso modo, dunque, se, non esistendo la
divinazione, non può svolgersi la funzione e il còmpito della divinazione
stessa, e tuttavia può accadere talvolta che qualcuno, pur dotato di
capacità divinatorie, erri e non veda la realtà, è sufficiente a
dimostrare l'esistenza della divinazione che anche una volta sola un fatto
sia stato divinato in modo tale da non sembrare che ciò possa in alcun
modo attribuirsi al caso. Ma ci sono esempi innumerevoli di questo genere:
bisogna dunque ammettere che la divinazione esiste." Arguto e conciso! Ma
dopo che per due volte ha enunciato un presupposto arbitrario, per quanto
possa aver trovato in noi degli amici disposti a concedergli molto, non è
tuttavia assolutamente possibile concedergli ciò che vuole "aggiungere"
nella sua argomentazione. 108 Egli dice, dunque: "Se qualche volta gli
occhi vedono male, tuttavia, siccome qualche volta hanno visto bene, sono
forniti della capacità di vedere; del pari, se uno ha detto anche una
volta sola qualcosa di giusto nel divinare, sebbene altre volte si sbagli,
dev'essere ritenuto dotato della capacità di divinare."
LIII Guarda un po', ti prego, caro Cratippo, quale somiglianza ci sia tra
queste due argomentazioni; poiché io non riesco a vederla. Gli occhi,
quando vedono giusto, si servono di una sensazione dataci dalla natura; le
anime, se qualche volta o nell'esaltazione o nel sogno han visto cose che
poi si avverano, hanno avuto dalla loro la fortuna e il caso; a meno che
tu non creda che quelli che considerano i sogni nient'altro che sogni, ti
concederanno che, se talvolta un sogno si avvera, ciò non sia accaduto
fortuitamente. Ma concediamoti pure quei due presupposti (che i dialettici
chiamano "lemmi" con parola greca, ma io preferisco parlar latino); in
ogni caso l'"aggiunta" (che quelli chiamano próslepsis) non ti sarà
concessa. 109 L'aggiunta di Cratippo è questa: "Vi sono innumerevoli
presentimenti non casuali". Io, invece, dico che non ce n'è nemmeno uno:
vedi quanto è grande il dissenso; e, una volta che quell'aggiunta non
viene concessa, nessuna conclusione si può raggiungere. Ma, secondo lui,
sono io uno sfrontato, nel non voler ammettere quell'aggiunta, mentre è
tanto evidente. Che cosa è evidente? "Che molte predizioni risultano
vere," risponde. E che dire allora del fatto che molte di più risultano
false? Proprio questa incostanza di risultati, che è caratteristica del
caso, non dovrà dimostrarci che dal caso, noti da una legge di natura,
essi dipendono? Inoltre, se codesta tua argomentazione è vera, caro
Cratippo (dal momento che è con te che sto attualmente discutendo), non ti
accorgi che di essa possono servirsi egualmente gli arùspici, gli
interpreti dei fulmini e dei prodìgi, gli àuguri, gli estrattori di sorti,
i caldei? Di tutte queste forme di divinazione non ce n'è nemmeno una in
base a cui, una volta su tante, l'evento non sia stato conforme alla
predizione. Dunque o anche queste forme di divinazione, che tu
giustissimamente ripudii, sono valide, o, se non lo sono, non capisco
perché lo siano quelle due sole che tu ammetti. Grazie allo stesso
ragionamento con cui tu dài il benestare a quelle, possono avere il
diritto di esistere anche quelle che neghi.
LIV 110 Quale autorità, d'altronde, può avere codesto stato di folle
eccitazione che chiamate divino, in virtù del quale ciò che il savio non
vede, lo vedrebbe il pazzo, e colui che ha perduto le facoltà sensoriali
umane avrebbe acquisito quelle divine? Noi crediamo ai carmi della
Sibilla, che essa, si dice, pronunciò in stato di esaltazione. Si credeva
poco tempo fa, per una dicerìa infondata diffusasi tra la gente, che un
interprete di tali carmi si apprestasse a dire in senato che colui che di
fatto era già nostro re avrebbe dovuto anche ricevere il titolo regale, se
volevamo esser salvi. Se questo è scritto nei libri sibillini, a quale
uomo e a quale tempo si riferisce? Colui che aveva scritto quei versi
aveva agito furbescamente: omettendo ogni precisazione di persona e di
tempo, aveva fatto in modo che, qualunque cosa accadesse, sembrasse
l'avveramento di una profezia. 111 Aveva aggiunto anche l'oscurità
dell'espressione, perché gli stessi versi potessero adattarsi ora ad una
cosa, ora a un'altra in diverse circostanze. Che quel carme, poi, non sia
il parto di uno spirito invasato, lo rivela sia la fattura dei versi
stessi (che sono un prodotto di arte raffinata e accurata, non di
eccitazione e di impeto), sia quel tipo di composizione che si suol
chiamare "acrostico", nella quale, leggendo di séguito le prime lettere di
ciascun verso, si mette insieme un'espressione di senso compiuto, come in
alcune poesie di Ennio: "QUINTO ENNIO FECE". Un simile artifizio è
certamente caratteristico di una mente attenta, non furente! 112 E nei
libri sibillini, l'intero carme risulta dal primo verso di ciascuna frase,
mettendo di séguito le prime lettere di quella frase. Questo è il modo di
procedere di uno scrittore, non di un invasato; di uno che lavora con
minuta accuratezza, non di un folle. Perciò teniamo ben appartata e
segregata la Sibilla, in modo che, come ci è stato tramandato dai nostri
antenati, senza un ordine esplicito del senato non vengano nemmeno letti i
suoi libri, e servano a far abbandonare i timori superstiziosi anziché a
farli sorgere. Coi sacerdoti addetti all'interpretazione di quei carmi
facciamo un patto: che da quei libri tirino fuori qualsiasi cosa tranne un
re, poiché d'ora in poi né gli dèi né gli uomini permetteranno che un re
vi sia a Roma.
LV "Ma" obietterai, "molti hanno spesso vaticinato il vero, come
Cassandra: 'E già nel vasto mare...', e poco dopo: 'Ahimè, guardate!'" 113
Mi costringi dunque anche a credere alle invenzioni delle tragedie? Esse
arrecheranno diletto artistico quanto vorrai, si faranno ammirare per le
parole, per le frasi, per i ritmi, per la musica; ma nessuna autorità né
credibilità dobbiamo attribuire a cose inventate. E allo stesso modo io
sostengo che non si debba credere né a quel tale ignoto Publilio né ai
vati Marcii né agli enigmi di Apollo: alcune di queste profezie sono
chiaramente delle invenzioni, altre sono state proferite senza
discernimento; nessuno, neanche di mediocre levatura, vi ha creduto, meno
ancora le persone dotate d'ingegno. 114 "Ma come," dirai, "quel rematore
della flotta di Coponio non predisse appunto ciò che poi avvenne?" Certo!
Predisse appunto ciò che tutti, allora, temevano che accadesse. Sentivamo
dire che in Tessaglia gli accampamenti dei due eserciti erano ormai l'uno
di fronte all'altro; ritenevamo che l'esercito di Cesare avesse più
sfrenato ardire, poiché aveva preso le armi contro la patria, e più forza
per la lunga esperienza nel guerreggiare; l'esito della battaglia, nessuno
di noi c'era che non lo temesse; ma, come si conveniva a persone dotate di
fermezza d'animo, non davamo segni di timore. Quel greco invece, che c'è
di strano se per un eccesso di paura, come tante volte accade, perse il
controllo e il senno e uscì fuori di sé? In séguito a questa perturbazione
d'animo, quelle cose che, finché era sano di mente, temeva, andava dicendo
che sarebbero avvenute quand'ebbe perso la ragione. Ma, per tutti gli dèi
e gli uomini, è più verosimile che la volontà degli dèi immortali sia
stata prevista da un rematore impazzito o da qualcuno di noi che allora
eravamo lì, da me, da Catone, da Varrone, da Coponio stesso?
LVI 115 Ma eccomi giunto a te, "O venerando Apollo, che occupi il vero
ombelico del mondo, donde primamente uscì la profetica voce orrida,
terribile." Dei tuoi oracoli Crisippo ha riempito un intero libro: alcuni
falsi, a mio parere, altri avveratisi per caso, come spessissimo avviene
in qualsiasi discorso, altri tortuosi e oscuri (cosicché l'interprete ha,
a sua volta, bisogno di un interprete, e la sorte stessa va indagata
ricorrendo alle sorti), altri ancora a doppio senso e bisognosi
dell'indagine di un dialettico. Quando fu dato quel famoso responso al più
ricco dei re d'Asia: "Creso attraversando l'Halys manderà in rovina una
grande potenza" egli credette che avrebbe mandato in rovina la potenza dei
nemici, mandò invece in rovina la propria: 116 si fosse verificata l'una o
l'altra delle due possibilità, l'oracolo sarebbe egualmente apparso vero.
Perché, d'altra parte, dovrei credere che Creso abbia mai ricevuto
realmente questo responso? O perché dovrei considerare Erodoto più verace
di Ennio? Erodoto non poté forse essere stato meno fantasioso a proposito
di Creso di quanto lo fu Ennio a proposito di Pirro? Chi è disposto a
credere che Pirro ricevé dall'oracolo di Apollo il responso: "Dico te,
Eacide, poter vincere i romani"? Innanzi tutto, Apollo non parlò mai in
latino; poi, di questo responso gli autori greci non sanno nulla; inoltre,
al tempo di Pirro Apollo aveva già smesso di far versi; e infine, sebbene
sia sempre stata, come Ennio dice, "Stolta la stirpe degli Eacidi - son
potenti in guerra più che nella saggezza -", tuttavia Pirro avrebbe potuto
capire che il doppio senso contenuto in quel verso, "te vincere i romani",
non era per nulla più favorevole a lui che ai romani. Ché quel doppio
senso che ingannò Creso avrebbe potuto ingannare anche un Crisippo, ma
questo, relativo a Pirro, non avrebbe ingannato neanche Epicuro.
LVII 117 Ma, e questa è la cosa principale, come mai a Delfi non vengono
più pronunciati oracoli di questo genere, e non solo ai nostri tempi, ma
già da molto, di modo che niente può essere ormai oggetto di maggior
disprezzo? Quando vengono messi alle strette su questo punto, rispondono
che per l'antichità è svanita la forza di quel luogo, la quale produceva
quelle esalazioni che esaltavano l'anima della Pizia e le facevano
proferire gli oracoli. Diresti che costoro parlino del vino o della
salamoia, che perdono sapore col tempo. Si tratta della. forza
sprigionantesi da un luogo, e di una forza non meramente naturale, ma
addirittura divina; come mai, dunque, essa è potuta svanire? "Per il lungo
tempo trascorso," tu dirai. Ma quale durata di tempo può essere in grado
di esaurire una forza divina? E, d'altra parte, che cosa può esserci di
tanto divino quanto un afflato prorompente dalla terra, capace di eccitare
la mente umana in modo da renderla presàga del futuro, in modo che la
mente non solo lo veda con grande anticipo, ma anche lo reciti in versi
ben ritmati? E quando codesta forza è svanita? Forse quando gli uomini
incominciarono a essere meno crèduli? 118 Demostene, che visse circa
trecento anni fa, già allora diceva che la Pizia "filippeggiava", cioè,
per così dire, prendeva le parti di Filippo. Questa frase mirava a far
intendere che la Pizia era stata corrotta da Filippo. È dunque lecito
credere che anche in altri responsi dell'oracolo di Delfi vi sia stato
qualcosa di non veritiero. Ma, non so come, sembra che questi filosofi
superstiziosi e, starei per dire, fanatici vogliano a tutti i costi far la
figura degli sciocchi. Vi ostinate a sostenere che è svanita ed estinta
una forza che, se mai vi fosse stata, sarebbe senza dubbio eterna,
piuttosto che rinunciare a credere cose incredibili.
LVIII 119 Un errore analogo si commette a proposito dei sogni. Da quanto
lontano prendono le mosse nel difenderli! Sostengono che le nostre anime
siano divine, e derivino dal di fuori di noi, e che il mondo sia pieno di
una moltitudine di anime "consenzienti": quindi, in virtù della natura
divina dell'anima in quanto tale e della sua connessione con le anime che
riempiono l'universo, sarebbe possibile vedere il futuro. Zenone ritiene
che l'anima si contragga e, in certo senso, scivoli giù e giaccia, e che
appunto in ciò consista il sonno. Già Pitagora e Platone, autori di sommo
valore, consigliano di andare a dormire predisposti da un regime di vita e
da un'alimentazione appropriata, allo scopo di vedere in sogno cose più
rispondenti al vero; i pitagorici prescrivono di astenersi assolutamente
dal mangiar fave, come se quel cibo gonfiasse l'anima, non il ventre. Ma,
non so come, non si può immaginare nulla di tanto assurdo che non sia
sostenuto da qualche filosofo. 120 Riteniamo dunque che le anime dei
dormienti si muovano da sé mentre sognano, oppure che, come sostiene
Democrito, siano colpite da visioni esterne ed estranee? Sia vera questa
opinione o quell'altra, rimane il fatto che moltissime cose false possono
apparir vere a chi sogna. Anche ai naviganti sembra che si muovano cose
che stanno ferme; e, per una sensazione degli occhi deviati, l'unica luce
di una lucerna può apparire doppia. E che dire dei pazzi, o degli
ubriachi? Quante visioni fallaci essi hanno! Ma se non si deve credere a
visioni di questo genere, non capisco perché si debba credere ai sogni.
Giacché, se volessimo, potremmo sostenere a proposito di questi errori
visivi le stesse cose che si sostengono a proposito dei sogni, e, di
conseguenza, potremmo dire che le cose ferme, qualora sembrino in
movimento, siano il segno premonitore di un terremoto o di una qualche
sconfitta improvvisa, e che il veder doppia la fiamma di una lucerna sia
presagio di discordie civili e di sedizioni.
LIX 121 E ancora, dalle visioni dei pazzi o degli ubriachi si potrebbero,
con l'arte congetturale, dedurre innumerevoli cose che dovrebbero accadere
in futuro. Chi, in effetti, tirando l'arco per una giornata intera, non
finirà col far centro una buona volta? Noi sogniamo per notti intere, e
non c'è quasi nessuna notte nella quale non dormiamo; e ci meravigliamo
che una volta o l'altra ciò che abbiamo sognato si avveri? Che c'è di
tanto incerto quanto un colpo di dadi? Eppure non c'è nessuno che,
lanciandoli più volte, ottenga una volta il "colpo di Venere", talora
anche due, anche tre volte. Diremo allora, come gli sciocchi, che ciò
avviene per un intervento di Venere, non per caso? E se nelle altre ore
del giorno non bisogna credere alle visioni false, non vedo quale
condizione privilegiata abbia il sonno, tale che in esso le cose valgano
per vere. 122 E se la natura avesse predisposto le cose in modo che i
dormienti dovessero fare ciò che sognano, bisognerebbe legare tutti quelli
che vanno a dormire: ché durante il sogno si abbandonerebbero ad atti più
inconsulti di quelli di qualsiasi pazzo. Se, d'altra parte, non dobbiamo
prestar fede alle visioni dei pazzi perché sono false, non capisco perché
si creda alle visioni di quelli che sognano, le quali sono molto più
confuse; forse perché i pazzi non narrano le loro visioni all'interprete,
mentre le narrano quelli che han fatto un sogno?
Domando anche: se io voglio scrivere o leggere qualcosa, o cantare o
sonare la cetra, o risolvere un problema di geometria, di fisica, di
dialettica, dovrò aspettare l'ispirazione dàtami da un sogno, o sarà
meglio che usi le mie cognizioni, senza le quali non si può fare né
portare a soluzione nessuna di quelle attività? E ancora: nemmeno se
volessi navigare, reggerei il timone basandomi su precetti ricevuti in
sogno; ché ne pagherei sùbito un duro prezzo! 123 Come, dunque, è
plausibile che gli ammalati chiedano la cura all'interprete di sogni
anziché al medico? Forse Esculapio, forse Serapide ci può prescrivere
durante il sonno la cura per recuperare la salute, e invece Nettuno non
può dare egli stesso i precetti ai naviganti? E se Minerva prescriverà la
medicina senza bisogno del medico, le Muse non daranno in sogno la
capacità di scrivere, di leggere, di esercitare tutte le altre arti? Ma se
ci venisse concessa in questo modo la facoltà di curarci la salute, ci
verrebbero concesse anche le altre doti a cui ho accennato; e siccome
quelle non ci sono concesse, non ci è concessa l'arte medica; esclusa la
quale, risulta confutata ogni autorità dei sogni.
LX 124 Ma ammettiamo che anche queste siano osservazioni superficiali;
scaviamo ora più a fondo. O un potere divino che si prende cura di noi ci
dà direttamente i precetti per mezzo dei sogni, o gli interpreti,
basandosi su una coerenza e concordanza della natura, che chiamano
sympátheia, comprendono che cosa, nei sogni, corrisponda a un determinato
evento e quale ulteriore risultato consegua da ciascun evento; o nessuna
di queste due cose è vera, e tutto si fonda su un'osservazione lunga e
costante di ciò che suole avvenire come conseguenza di una visione
avvenuta durante il sonno. In primo luogo, dunque, bisogna comprendere che
non esiste alcuna forza divina produttrice dei sogni. E questo, in
effetti, è evidente: che nessuna visione apparsa nel sonno proviene dalla
volontà degli dèi. Per il nostro bene, infatti, gli dèi farebbero sì che
noi potessimo prevedere il futuro. 125 Ma quanti sono quelli che davvero
obbediscono ai sogni, li comprendono, li ricordano? Quanto più numerosi,
invece, quelli che li disprezzano e li considerano una superstizione degna
di un animo debole, da vecchierelle? Quale motivo c'è, dunque, per cui la
divinità, premurosa verso tutti costoro, li avverta mediante sogni, mentre
essi non ritengono quei sogni meritevoli non dico di attenzione, ma
nemmeno di ricordo? Ché da un lato la divinità non può ignorare come la
pensa ciascuno di noi, dall'altro non è degno della divinità fare qualcosa
inutilmente e senza motivo; perfino gli uomini che agissero così si
mostrerebbero poco seri! Perciò, se la maggior parte dei sogni sono
ignorati o trascurati, una delle due: o la divinità non sa che le cose
stanno così, o ricorre senza frutto agli avvertimenti dei sogni; ma né
l'una né l'altra cosa si addice alla divinità; bisogna quindi riconoscere
che la divinità non ci dà alcun segno premonitore mediante i sogni.
LXI 126 Un'altra cosa vorrei sapere: se la divinità ci manda queste
visioni per il nostro bene, perché non ce le manda mentre siamo svegli,
non mentre dormiamo. O che un impulso esterno ed estraneo ecciti le anime
dei dormienti, o che le anime si eccitino da sé, o che vi sia qualunque
altra causa che ci dia l'impressione di vedere, udire, fare qualcosa
durante il sonno, la medesima causa poteva valere riguardo a noi durante
la veglia; e se gli dèi facessero ciò per il nostro bene mentre dormiamo,
farebbero altrettanto mentre siamo svegli, tanto più in quanto Crisippo,
polemizzando contro gli accademici, dice che sono molto più chiare e
sicure le cose da noi viste in stato di veglia che quelle che ci appaiono
in sogno. Sarebbe stato quindi più degno della bontà divina - se davvero
gli dèi intendessero con questo mezzo curarsi di noi - inviare visioni più
chiare a chi è sveglio, non più oscure a chi dorme. Ma siccome ciò non
accade, i sogni non sono da considerare di origine divina. 127 E insomma,
che bisogno ci sarebbe di tortuosità e di raggiri, tali da costringerci a
ricorrere agli interpreti dei sogni? La divinità, se voleva davvero
giovarci, non poteva dirci senza intermediari "Fa' questo, non fare
quest'altro", e apparirci mentre eravamo svegli, non mentre dormivamo?
LXII Del resto, chi oserebbe dire che tutti i sogni sono veri? "Alcuni
sogni sono veri," dice Ennio, "ma tutti veri non è necessario che siano."
Ma che distinzione è mai questa? Quali sogni dovremo annoverare fra i
veri, quali fra i falsi? E se i veri sono inviati dalla divinità, i falsi
donde nascono? Se anch'essi sono divini, che cosa c'è di più incoerente
della divinità? E che cosa di più sciocco che turbare le menti dei mortali
con visioni false e menzognere? Se poi le visioni vere sono divine, le
false e inconsistenti umane, che cos'è codesta arbitraria facoltà di
attribuzione, tale che un sogno sarebbe prodotto dalla divinità, un altro
dalla natura, e non piuttosto o tutti dalla divinità (ma voi dite di no),
o tutti dalla natura? Dal momento che negate la prima alternativa, è
necessario ammettere la seconda. 128 Chiamo natura quella condizione per
cui l'anima, non mai ferma, non può essere esente da agitazione e da moto.
Quando, per la stanchezza del corpo, l'anima non può fare uso né delle
membra né dei sensi, incorre in visioni varie e confuse, derivanti, come
dice Aristotele, dalla persistenza delle tracce di ciò che ha fatto o ha
pensato durante la veglia. Dal mescolarsi incoerente di questi ricordi
sorgono talvolta stranissime immagini di sogni; se alcuni di questi sogni
sono falsi, altri veri, sarei davvero curioso di sapere con quale criterio
si possano discernere gli uni dagli altri. Se un tale criterio non c'è, a
che pro andiamo a consultare quegli interpreti? Se invece ce n'è uno,
bramerei di sapere qual è; ma rimarranno in imbarazzo.
LXIII 129 È venuto ormai il momento di discutere quale di queste
alternative sia più probabile: che gli dèi immortali, superiori a
qualsiasi altro essere, scorrazzino e vadano a visitare non solo i letti
ma anche i miseri giacigli di tutti i mortali, dovunque essi si trovino,
e, ogni qual volta vedono uno che russa, gli ispirino delle visioni
confuse e oscure, che quel tale, svegliatosi in preda al terrore, la
mattina dopo riferisca all'interprete, oppure che per un fenomeno naturale
l'anima, continuamente mossa, abbia l'impressione di vedere mentre dorme
ciò che ha visto da sveglia. Che cosa si addice di più alla filosofia,
interpretare questi fatti ricorrendo alla superstizione delle fattucchiere
o alla spiegazione secondo la natura? Sicché, se pur potesse esistere una
verace interpretazione dei sogni, costoro, che la professano, non
sarebbero capaci di compierla: sono infatti gente del tutto priva di
serietà e ignorantissima. I tuoi stoici, d'altra parte, dicono che
nessuno, tranne il sapiente, può essere indovino. 130 Crisippo definisce
la divinazione con queste parole: "Una facoltà di conoscere, ravvisare e
spiegare i segni che vengono mostrati dagli dèi agli uomini"; e aggiunge
che il còmpito della divinazione è di sapere in precedenza quali
predisposizioni abbiano gli dèi verso gli uomini, di che cosa li avvisino
con quei segni, in che modo si possa ovviare ai cattivi presagi ed
espiarli. Ancora Crisippo definisce così l'interpretazione dei sogni: una
capacità di scorgere e di spiegare che cosa gli dèi intendono presagire
agli uomini nei sogni. E che, dunque? Per raggiungere un simile scopo
basta un'intelligenza mediocre o ci vuole un ingegno eccezionale e un
sapere perfetto? Ma un interprete fornito di tali doti non l'ho conosciuto
mai.
LXIV 131 Attento, dunque: anche se un giorno ti avrò concesso che la
divinazione esiste - ma non lo farò mai -, rischieremo di non trovare
nessun vero indovino. Di che sorta è, poi, codesta provvidenza degli dèi,
dal momento che nei sogni non ci indicano né cose che siamo capaci di
comprendere da noi, né cose per le quali possiamo ricorrere a un
interprete degno di fede? Se gli dèi ci mettono innanzi dei segni dei
quali non abbiamo né conoscenza né qualcuno che ce li spieghi, si
comportano come cartaginesi o spagnoli i quali venissero a parlare nel
nostro senato senza interprete. 132 E insomma, a che servono le oscurità e
gli enigmi dei sogni? Gli dèì avrebbero dovuto volere che noi
comprendessimo ciò di cui ci preavvisavano per il nostro bene. "Ma," tu
dirai, "forse nessun poeta, nessun filosofo della Natura è oscuro?" 133
Certo, quel famoso Euforione è oscuro anche troppo; ma non lo è Omero:
quale dei due è miglior poeta? È estremamente oscuro Eraclìto, non lo è
per nulla Democrito: si può fare tra loro un paragone? Per il mio bene mi
dai un avvertimento che io non sono in grado di capire: con che frutto,
dunque, mi avverti? Sarebbe come se un medico prescrivesse a un malato di
prender come cibo "la nata dalla terra, strisciante sull'erba, portatrice
della propria casa, priva di sangue" invece di dire, come diciamo tutti,
"lumaca". E dopo che l'Anfione della tragedia di Pacuvio ha detto in modo
assai oscuro: "Una bestia quadrupede, dal cammino lento, selvatica, bassa
di statura, ruvida, dalla testa corta, dal collo simile a quello d'un
serpente, dall'aspetto truce, privata delle viscere, inanimata eppure
capace di emettere un suono come un essere animato," gli attici replicano:
"Non comprendiamo, se non lo dici apertamente." E quegli, allora, con una
sola parola: "una tartaruga." Non avresti dunque potuto, o citaredo, dire
ciò fin dal principio?
LXV 134 Un tale riferisce all'interprete di aver sognato che un uovo era
appeso a una fascia del suo letto (il sogno è narrato da Crisippo nel suo
libro). L'interprete risponde che sotto il letto è seppellito un tesoro.
Quello scava, trova una certa quantità d'oro, circondata d'argento. Manda
come compenso all'interprete un pochino di argento, non più di quanto gli
sembrava bastante. Allora l'interprete: "E del tuorlo dell'uovo non mi dài
niente?"; poiché riteneva che questa parte dell'uovo designasse l'oro, il
resto l'argento. Nessun altro, dunque, sognò mai un uovo? Perché, allora,
soltanto questo tale trovò un tesoro? Quanti poveri, meritevoli d'un aiuto
degli dèi, non sono indotti da alcun sogno a trovare un tesoro! E per qual
motivo quel tale fu messo sull'avviso da un sogno così difficile, in modo
che dall'immagine dell'uovo sorgesse per analogia l'idea del tesoro, e non
gli si consigliò apertamente di cercare un tesoro, come apertamente
Simonide fu ammonito a non imbarcarsi? 135 I sogni oscuri, dunque, non si
addicono affatto alla maestà degli dèi.
LXVI Eccoci ai sogni chiari e palesi, come quello riguardante l'amico
ucciso dall'oste a Megara, come quello toccato a Simonide, il quale fu
sconsigliato di imbarcarsi da quel tale che egli aveva seppellito, come
anche quello concernente Alessandro, che mi meraviglio tu abbia omesso. Un
suo amico intimo, Tolomeo, era stato colpito in battaglia da una freccia
avvelenata e a causa di quella ferita, con sommo dolore di Alessandro,
stava morendo. Mentre gli sedeva accanto, a un certo momento Alessandro fu
vinto dal sopore. Allora, si narra, gli apparve in sogno quel serpente che
sua madre Olimpiade teneva con sé: esso recava in bocca una piccola
radice, e nello stesso tempo disse ad Alessandro in quale luogo nasceva
(era non molto distante da dove si trovavano allora); tale era il potere
di quella radice, da guarire facilmente Tolomeo. Alessandro, svegliatosi,
narrò agli amici il sogno; furono mandati in giro degli uomini a cercare
la radice; fu trovata, e si dice che da essa furono guariti sia Tolomeo,
sia molti soldati che erano stati feriti da frecce intinte in quel
medesimo veleno. 136 Tu hai menzionato anche molti altri sogni tratti da
narrazioni storiche: della madre di Falaride, di Ciro il vecchio, della
madre di Dionisio, del cartaginese Amilcare, di Annibale, di Publio Decio;
notissimo è inoltre quel sogno riguardante il prèsule, e così pure quello
di Gaio Gracco e l'altro, recente, di Cecilia figlia di Metello Balearico.
Ma questi sogni sono estranei a noi e perciò ci rimangono ignoti; alcuni
forse sono anche inventati: chi ne è il garante? Quanto ai nostri sogni,
che cosa possiamo dire? Tu puoi menzionare quello riguardante me e il mio
cavallo che vedesti riemergere e venire a riva, io quello di Mario, che,
coi fasci ornati d'alloro, ordinava che io fossi condotto nel tempio da
lui edificato.
LXVII Di tutti i sogni, caro Quinto, una sola è la causa; e noi, per gli
dèi immortali, stiamo attenti a non oscurarla con la nostra superstizione
e con le nostre idee distorte. 137 Quale Mario tu pensi che io abbia visto
in sogno? Una sua sembianza, credo, una sua immagine, come ritiene
Democrito. Donde sarebbe provenuta codesta immagine? Democrito sostiene
che dai corpi solidi e da oggetti ben delimitati si emanano le immagini; a
che cosa si era, dunque, ridotto ormai il corpo di Mario? "L'immagine,"
replicherà un democriteo, "provenne da quello che era stato il corpo di
Mario." Era dunque codesta l'immagine di Mario che mi si fece incontro
nella pianura di Atina? "Tutto lo spazio è pieno d'immagini: nessuna
percezione è concepibile senza che qualche immagine colpisca la nostra
vista." 138 Ma, dunque, codeste immagini sono talmente obbedienti ai
nostri ordini da accorrere appena noi lo vogliamo? Anche le immagini di
quelle cose che non esistono? Ma quale figura c'è, tanto giammai veduta,
tanto inesistente, che l'anima non possa costruirsi con la fantasia, di
modo che noi possiamo rappresentarci dentro di noi cose che non abbiamo
mai visto, città collocate in una data posizione, sembianze di uomini? 139
Quando, dunque, penso alle mura di Babilonia o al volto di Omero, è forse
una loro immagine che viene a colpirmi? In tal caso, tutto ciò che
vogliamo può esserci noto, poiché non c'è niente a cui non possiamo
pensare; nessuna immagine, dunque, s'insinua dal di fuori nelle anime dei
dormienti, né, in generale, si distacca dai corpi solidi; e io non ho
avuto notizia di alcuno che con maggiore autorità dicesse cose senza
senso. Alle anime appartiene il potere e la caratteristica di essere
sempre attive e vigilanti, non per un impulso esterno, ma per il proprio
movimento straordinariamente veloce. Quando le anime hanno al loro
servizio le membra, il corpo, i sensi, vedono, pensano, percepiscono tutto
con più nitidezza. Quando questi ausilii vengono meno e l'anima rimane
sola per il sopore del corpo, rimane da sola in stato di attività. Perciò
in essa si presentano visioni e azioni, e all'anima sembra di ascoltare
molte cose, di dirne molte. 140 Queste numerose impressioni, confuse e
modificate in ogni maniera, si agitano nell'anima indebolita e abbandonata
a se stessa; e quelli che soprattutto si muovono e agiscono nelle anime
sono i resti di ciò che abbiamo pensato o fatto quando eravamo svegli. Per
esempio, in quell'epoca io pensavo molto a Mario, ricordando con quale
grandezza d'animo, con quale fermezza aveva affrontato la sua grave
sventura. Questa, credo, fu la ragione per cui io lo sognai.
LXVIII In un periodo, poi, in cui tu pensavi a me con preoccupazione, ti
apparii in un sogno, improvvisamente emerso da un fiume. Nell'anima tua
come nella mia, dunque, c'erano tracce di pensieri che avevamo avuto da
svegli. Ma nei nostri sogni si aggiunse qualcosa in più: nel mio sogno il
tempio fatto edificare da Mario, nel tuo il fatto che il cavallo sul quale
io viaggiavo, sommerso insieme a me, riemerse anch'esso all'improvviso.
141 O tu credi che ci sarebbe mai stata anche una sola vecchierella tanto
svanita di mente da credere ai sogni, se non capitasse qualche volta che
essi, per puro caso, corrispondessero alla realtà? Ad Alessandro sembrò
che un serpente parlasse. La cosa può essere completamente falsa, può
essere anche vera; ma, anche ammesso che sia vera, non è prodigiosa:
Alessandro non sentì parlare il serpente, ma gli parve di sentirlo; e,
perché il fatto sembri ancor più straordinario, parlò tenendo in bocca una
radice; ma nulla è straordinario per chi sogna! Vorrei sapere, poi, perché
ad Alessandro capitò un sogno così chiaro, così sicuro, ma egli stesso non
ne ebbe mai in altre circostanze, e non ne ebbero molti di questa sorta le
altre persone. A me, certo, tranne quel sogno di Mario, non ne sono
capitati altri, che io ricordi. Invano, dunque, ho consumato tante notti,
in una vita così lunga! 142 Adesso, per l'interruzione dell'attività
forense, ho eliminato le veglie trascorse nel preparare i discorsi e mi
sono concesso dei sonnellini pomeridiani, ai quali prima non ero abituato;
e, pur dormendo tanto, non sono stato preavvisato da alcun sogno,
nonostante tutto quel che è accaduto; quando vedo i magistrati nel foro o
il senato nella Curia, allora sì, mi sembra di sognare come non mai.
LXIX Inoltre (passiamo, secondo la nostra ripartizione, al secondo punto)
che cos'è questa compattezza e concordia generale della natura, che, come
ho detto, chiamano sympátheia, tale che un uovo debba essere il segno di
un tesoro nascosto? I medici comprendono, in base a certi sintomi,
l'approssimarsi e l'aggravarsi di una malattia; dicono anche che alcuni
tipi di sogni possono fornire certe indicazioni sullo stato di salute, per
esempio anche questa, se siamo ben pasciuti o denutriti. Ma un tesoro,
un'eredità, un conseguimento d'una carica, una vittoria in battaglia, e
molte altre cose di questo genere, da quale affinità naturale sono
collegate ai sogni? 143 Si narra che un tale, mentre sognava di
congiungersi sessualmente con una donna, emise dei calcoli dalla vescica.
Qui vedo la sympátheia: in sogno gli apparve una visione tale che l'evento
realmente accaduto fu prodotto da un impulso della natura, non da
un'illusione erronea. Ma quale forza naturale fece apparire a Simonide
quel sogno dal quale fu sconsigliato di imbarcarsi? O quale connessione
con la natura può aver avuto il sogno che, a quanto si tramanda, fece
Alcibiade? Egli, poco prima di morire, sognò di essere ravvolto nel
mantello della sua amante. Quando il suo cadavere giacque buttato a terra
con spregio, insepolto e abbandonato da tutti, l'amante lo ricoprì col suo
mantello. Ciò dunque era stato determinato in precedenza e aveva cause
naturali, oppure per un mero caso avvennero sia il sogno, sia l'evento?
LXX 144 Del resto, le previsioni degli interpreti non indicano anch'esse
le varie sottigliezze di costoro anziché il potere e l'interconnessione
della natura? Un corridore che si riprometteva di andare alle Olimpiadi
sognò di esser trasportato da una quadriga. La mattina dopo, eccolo
dall'interprete. "Vincerai," gli disse costui; "la velocità e l'impeto dei
cavalli hanno questo significato." Poi si recò da Antifonte. "È destinato"
gli rispose "che tu perda; non capisci che nel sogno quattro corridori ti
precedevano?" Ecco un altro corridore (e di questi sogni e di altri della
stessa specie è pieno il libro di Crisippo, pieno quello di Antipatro; ma
ritorniamo al nostro corridore): riferì a un interprete che aveva sognato
di essere trasformato in un'aquila. E quello: "Hai bell'e vinto; ché
nessun uccello vola con più impeto di questo." Ma Antifonte: "Stupido! Non
capisci che sei già sconfitto? Quest'uccello, l'aquila, poiché insegue e
dà la caccia agli altri uccelli, vola sempre per ultima rispetto a loro."
145 Una matrona che desiderava aver figli, incerta se fosse o no incinta,
sognò di aver la natura sigillata. Lo disse a un interprete. Quello
rispose che, poiché era sigillata, non aveva potuto concepire. Ma un altro
le disse che era incinta, perché non si usa sigillare alcun recipiente
vuoto. Che razza d'arte è questa, dell'interprete che con le sue
sottigliezze si fa beffe della gente? Gli esempi che ho citato, e gli
innumerevoli altri che gli stoici hanno raccolto, dimostrano forse qualche
altra cosa se non l'acume di uomini che, in base a una certa analogia,
rivolgono la loro interpretazione ora in un senso, ora in un altro? I
medici conoscono certi sintomi tratti dalle pulsazioni delle vene e dal
respiro del malato, e in base a molti altri indizi prevedono l'andamento
della malattia; i navigatori, quando vedono i tòtani guizzare a fior
d'acqua o i delfini affrettarsi verso il porto, capiscono che è indizio di
burrasca. Questi fatti possono essere spiegati razionalmente ed essere
ricondotti a cause naturali; ma quelli che ho citato poco fa non lo
possono in alcun modo.
LXXI 146 "Ma l'assidua osservazione, con la registrazione dei fatti, creò
l'arte divinatoria": questa è l'ultima difesa che resta. da prendere in
esame. Ma lo credi davvero? "I sogni si possono osservare." In che modo?
Ve ne sono innumerevoli varietà. Non si può immaginare niente di così
assurdo, incoerente, mostruoso che non possa apparirci in sogno: in che
modo queste visioni infinite e sempre nuove si possono ricordare o
registrare mediante l'osservazione? Gli astronomi hanno potuto notare i
movimenti dei pianeti: nei loro movimenti, infatti, si è scoperta una
regolarità di cui prima non si aveva alcuna idea. Ma dimmi un po' quale è
l'ordine o la coincidenza dei sogni; in che modo, poi, si possono
distinguere i sogni veri dai falsi, poiché gli stessi sogni dànno luogo a
risultati diversi per le diverse persone, e nemmeno per la stessa persona
l'evento è sempre uguale? Sicché mi sembra stranissimo che, mentre a un
bugiardo siamo soliti non credere nemmeno quando dice la verità, codesti
fautori dei sogni, se una volta tanto un sogno si è avverato, non neghino
fede a quell'unico fra tanti, invece di legittimarne innumerevoli sul
fondamento di uno solo.
147 Se, dunque, né la divinità è causa dei sogni, né vi è alcuna
connessione fra la natura e i sogni, né la scienza dei sogni si è potuta
stabilire mediante l'osservazione, la conclusione è che ai sogni non si
deve attribuire assolutamente alcun valore, tanto più che quelli che fanno
sogni non sanno prevedere nulla in base a essi, quelli che li interpretano
ricorrono a spiegazioni vaghe, non a leggi naturali, e il caso, nel
volgere di innumerevoli secoli, ha prodotto in ogni campo più effetti
mirabili che nelle visioni dei sogni, e niente è più incerto
dell'interpretazione, la quale si può trascinare in varie direzioni,
spesso in direzioni addirittura opposte.
LXXII 148 Si cacci via, ‹dunque,› anche la divinazione basata sui sogni,
al pari delle altre. Ché, per parlare veracemente, la superstizione,
diffusa tra gli uomini, ha oppresso gli animi di quasi tutti e ha tratto
profitto dalla debolezza umana. L'ho detto nell'opera Della natura degli
dèi e ne ho trattato più particolarmente in questa discussione. Ho pensato
che avrei arrecato grande giovamento a me stesso e ai miei concittadini se
avessi distrutto dalle fondamenta la superstizione. Né, d'altra parte
(questo voglio che sia compreso e ben ponderato), con l'eliminare la
superstizione si elimina la religione. Innanzi tutto è doveroso per
chiunque sia saggio difendere le istituzioni dei nostri antenati
mantenendo in vigore i riti e le cerimonie; inoltre, la bellezza
dell'universo e la regolarità dei fenomeni celesti ci obbliga a
riconoscere che vi è una possente ed eterna natura, e che il genere umano
deve alzare a essa lo sguardo con venerazione e ammirarla. 149 Perciò,
come bisogna addirittura adoprarsi per diffondere la religione che è
connessa con la conoscenza della natura, così bisogna svellere tutte le
radici della superstizione. Essa incalza e preme e, dovunque tu ti volga,
ti perseguita, sia che tu abbia dato ascolto a un indovino, sia a un detto
casuale, sia che abbia compiuto un sacrificio o abbia veduto un uccello, o
abbia appena scòrto un caldeo, un arùspice, o abbia visto lampi o udito
tuoni, o un luogo sia stato colpito dal fulmine, o sia nato o si sia
prodotto qualcosa di simile a un prodigio. Qualcuno di questi eventi è
inevitabile che spesso accada, cosicché non è mai possibile sostare con
animo pacato. 150 Può sembrare che lo scampo da tutti i travagli e le
ansie sia il sonno. Ma anche da esso sorgono in gran copia affanni e
timori, i quali, di per se stessi, avrebbero minor forza e si potrebbero
più facilmente trascurare, se i filosofi non avessero assunto il còmpito
di avvocati difensori dei sogni. E non parlo di quei filosofi disprezzati
da tutti, ma di quelli particolarmente acuti e capaci di vedere le
coerenze e le contraddizioni, di quelli che sono ormai ritenuti perfetti e
superiori a tutti. Se alla loro arroganza non avesse fatto fronte
Carneade, forse sarebbero ormai considerati gli unici filosofi degni di
questo nome. Contro di essi è rivolta quasi tutta questa mia veemente
discussione, non perché io li disprezzi più degli altri, ma perché può
sembrare che essi difendano le loro idee con più acume e dottrina di
tutti. Siccome, d'altra parte, è un principio basilare dell'Accademia non
imporre mai alcun proprio giudizio, dare il proprio assenso a quelle tesi
che più appaiono vicine alla verità, mettere a confronto le ragioni di
ciascuno ed esporre ciò che si può dire contro ciascuna opinione, lasciare
agli uditori il loro giudizio libero e illeso senza far pesare in alcun
modo su di essi la propria autorità, manterremo questa consuetudine
ereditata da Socrate e la metteremo in pratica tra di noi - se a te,
fratello mio Quinto, piacerà - il più spesso possibile."
«Per me,» rispose Quinto, «nulla può essere più piacevole.» E, detto ciò,
ci alzammo.

1 commento:

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