giovedì 14 giugno 2007

Cicerone - In difesa di Milone (in italiano)

Cicerone: Difesa di Milone


DIFESA DI MILONE


I 1 Sebbene, giudici, io tema che non mi faccia onore essere qui pronto a
parlare in difesa di un uomo molto coraggioso, e avere la voce paralizzata
dalla paura, e che, mentre Tito Annio è più preoccupato del benessere
della repubblica che del suo, sia per me disdicevole non mostrare nella
causa la stessa grandezza d'animo, tuttavia questa nuova e particolare
procedura giuridica inquieta i miei occhi che si volgono ovunque a
ricercare nel foro l'atmosfera di un tempo e il consueto modo di fare
processi. 2 Voi giudici non siete circondati, come al solito, da una
cerchia di uditori e noi avvocati non siamo stretti dalla folla consueta;
quei soldati, poi, che vedete dinanzi a tutti i templi, sebbene siano
stati schierati per contrastare la violenza, incutono tuttavia un po' di
paura all'oratore. E così, sebbene noi siamo protetti nel foro e nel
tribunale da salutari e indispensabili presidi armati, non posso non
essere in apprensione. Se sapessi che si è allestito tutto questo
schieramento per contrastare Milone, mi arrenderei all'evidenza dei fatti,
giudici; non reputerei che vi sia spazio per un'orazione di difesa in
mezzo a così tante armi. Ma mi risolleva e mi conforta un po' il progetto
di Gneo Pompeo, uomo molto saggio e giusto: egli non riterrebbe consono ai
suoi principi di giustizia consegnare alle armi dei soldati l'imputato che
aveva affidato alle decisioni dei giudici; inoltre considererebbe cosa
indegna della sua saggezza armare, con la sua autorità di uomo pubblico,
il furore della folla esagitata. 3 Ecco perché la presenza di tutte quelle
armi, dei centurioni e delle coorti non costituisce un pericolo per noi,
ma, al contrario, ci tutela, ci induce a star tranquilli e ad avere
coraggio, e garantisce appoggio e silenzio alla mia difesa. Quanto al
resto della folla, composto di cittadini, esso è tutto dalla nostra parte;
sin dove può estendersi lo sguardo su una qualunque parte del foro, voi
potete leggere sui loro visi la trepida attesa di un equo responso da
parte di questa giuria e il vivo interesse per le varie fasi del processo:
in effetti, sanno bene quanto valga Milone e considerano questa una buona
occasione per meglio assicurarsi, lottando, la propria salvaguardia,
quella dei figli, della patria e dei propri beni.
II Esiste poi una genia che ci è contraria e ostile: quella che la follia
di Publio Clodio ha nutrito di rapine, incendi e pubbliche sciagure.
Questi uomini, anche nel corso dell'assemblea preliminare al processo, che
si è tenuta ieri, sono stati istigati a imporre con le loro grida il
verdetto che voi dovete emettere. Ma le loro urla, se si leveranno,
dovranno esservi più che mai di monito a non scacciare da Roma questo
cittadino che non si è mai lasciato intimorire da quella gentaglia e dalle
loro alte grida, a garanzia della vostra salvezza. 4 Quindi, non
preoccupatevi, giudici, e abbandonate ogni timore, se ne avete. D'altra
parte, se mai vi è capitato di giudicare uomini buoni e coraggiosi e
cittadini che hanno ben meritato la vostra stima, se mai a persone scelte
tra i ceti più autorevoli è stata offerta l'occasione di confermare a
fatti e a parole tutta la simpatia, più volte già trapelata da sguardi e
discorsi, per quegli stessi cittadini forti e valenti, ebbene, in questa
circostanza avete il potere di decidere se noi, che siamo sempre stati
rispettosi della vostra autorità, saremo costretti a un'infelicità eterna
o se, grazie a voi, alla vostra lealtà, al vostro coraggio e alla vostra
saggezza, potremo sentirci rinati, dopo tante vessazioni da parte di gente
senza scrupoli. 5 Che si potrebbe dire o inventare, giudici, di più
molesto, infelice o doloroso per noi due che, attratti alla vita politica
dalla speranza dei più alti riconoscimenti, non possiamo liberarci dal
terrore delle più crudeli vendette? Certo, io ho sempre pensato che
destino di Milone fosse di affrontare tempeste e uragani, almeno quelli
che si scatenano in mezzo ai flutti delle assemblee popolari, perché si
era sempre schierato dalla parte dei cittadini onesti contro i soprusi dei
prepotenti. Ma non ho mai pensato che all'interno del tribunale,
nell'ambito di un processo dove a giudicare sono gli esponenti più
autorevoli dei vari ordini romani, i nemici di Milone avessero qualche
speranza, attraverso uomini come voi, di mettere in pericolo la sua vita o
di sminuire la sua fama. 6 Del resto, in questa causa non mi avvarrò,
giudici, del tribunato di Tito Annio e di quanto ha fatto per la salvezza
della repubblica, per difenderlo. Se non vi apparirà chiaro che è stato
Clodio a tendere un tranello ai danni di Milone io non insisterò affatto
che ci assolviate da questo assassinio in virtù delle nostre numerose ed
eccezionali benemerenze nei riguardi dello stato; né, sebbene la morte di
Publio Clodio sia stata per voi la salvezza, vi chiederò di attribuirla al
coraggio di Milone anziché alla fortuna del popolo romano. Se però
l'agguato di Clodio risulterà evidente e più chiaro di questa luce, allora
diventerò insistente e vi supplicherò - anche se avrò perso ogni altro
diritto - di lasciarci almeno difendere la nostra vita dalla prepotenza e
dalle armi degli avversari, senza per questo correre il rischio di essere
puniti dalla legge.
III 7 Ma prima di passare alla parte della mia orazione attinente alla
vostra accusa, credo di dover confutare certe affermazioni avanzate in
senato a più riprese dai nostri nemici, poi ripetute nel corso
dell'assemblea popolare da gente senza scrupoli e infine poco fa ribadite
dalla parte civile, perché, cancellato ogni equivoco, possiate esaminare
con chiarezza la causa su cui dovete pronunciarvi. Gli accusatori
sostengono che la legge divina non consente che contempli la luce del sole
chi confessa di aver ucciso un uomo. Ma, mi domando, in quale città
asseriscono una cosa del genere uomini tanto stupidi? Proprio a Roma, che
vide quel primo processo che prevedeva la pena capitale per il grande
Marco Orazio, uomo valorosissimo; egli, però, quando la città non era
ancora stata liberata, fu assolto dal popolo romano raccolto in assemblea,
sebbene ammettesse di aver ucciso di propria mano la sorella. 8 C'è forse
tra voi qualcuno che non sappia come, quando si celebra un processo per
omicidio, l'imputato sia solito o negare di aver commesso il fatto o
sostenere di averlo commesso con ragione e secondo una legge? A meno che
giudichiate pazzo Publio Africano, quando, interrogato provocatoriamente
in assemblea dal tribuno della plebe Caio Carbone su cosa pensasse della
morte di Tiberio Gracco, rispose che gli sembrava un'uccisione legittima.
D'altra parte, non si potrebbero non considerare colpevoli il famoso
Servilio Ahala, Publio Nasica, Lucio Opimio, Caio Mario o il senato stesso
ai tempi del mio consolato, se fosse contro ogni diritto uccidere
cittadini scellerati. Non senza ragione, giudici, uomini dottissimi hanno
affidato al ricordo, attraverso le loro invenzioni, Oreste, che, accusato
di aver ucciso la madre per vendicare il padre, quando il giudizio degli
uomini non era concorde, fu dichiarato innocente dagli dèi, anzi, dalla
dea più saggia.
9 Anche le dodici Tavole hanno stabilito che si può uccidere in qualunque
modo, senza timore di incorrere in sanzioni penali, il ladro sorpreso a
rubare di notte; quello che, invece, agisce in piena luce del sole, solo
se prova a difendersi con un'arma. C'è ancora qualcuno, quindi, che
continua a esser convinto della punibilità di ogni omicidio, in qualunque
circostanza commesso, quando sono proprio le leggi che talvolta ci
forniscono l'arma per agire? IV Comunque, tra le tante occasioni in cui ci
può capitare di uccidere un uomo ed avere la ragione dalla nostra parte,
una è davvero giusta e ineluttabile: la legittima difesa, quando, cioè, si
risponde alla violenza con la violenza. Un tribuno militare, che prestava
servizio nell'esercito del comandante Caio Mario, di cui, per altro, era
nipote, aveva tentato di fare violenza sessuale su un semplice soldato.
L'onesto giovane, ribellatosi, lo uccise, preferendo reagire a proprio
rischio e pericolo piuttosto che rassegnarsi a subire le voglie altrui. E
Mario, mosso da un vivo senso di giustizia, lo scagionò da ogni colpa e lo
lasciò libero. 10 Ma come si può chiamare ingiusta la morte inferta a chi
ci tende insidie e ruba le nostre sostanze? E, ditemi, come si spiegano
queste nostre scorte armate di pugnali? È ovvio che, se non fosse permesso
in alcun caso di usarle, non sarebbe permesso nemmeno di tenerle. Esiste,
dunque, giudici, questa legge non scritta, ma insita in noi, che non
abbiamo letto o imparato sui banchi di scuola né ereditato dai padri: al
contrario, l'abbiamo desunta dalla natura, assimilata completamente e
fatta nostra: non ce l'hanno insegnata, ce la siamo presa ed è ormai
connaturata in noi. Così, se dovessimo subire un agguato, una violenza,
magari anche armata, per opera di un brigante da strada o di un avversario
politico, ogni mezzo per salvare la nostra vita sarebbe lecito. 11 Le
leggi, infatti, tacciono in mezzo alle armi e non prescrivono di affidarsi
a loro, perché chi decidesse in tal senso dovrebbe comunque subire una
pena immeritata prima di avere giustizia. Se vogliamo, c'è una legge che
tutela la legittima difesa: essa, nella sua oculatezza, seppure
implicitamente, non proibisce di uccidere un uomo, ma vieta che si vada in
giro armati con l'intenzione di uccidere. E dunque, quando si indaga sulle
cause e non sull'arma del delitto, chi ha usato un'arma solo per
difendersi, non deve essere imputato di avere avuto con sé l'arma con
l'intenzione di uccidere. Perciò, giudici, vorrei che questa mia
riflessione restasse un punto fermo nel corso del dibattito; infatti, sono
sicuro di convincervi con le mie parole di difesa, a patto che teniate
sempre presente un dato che non si può dimenticare: si può legittimamente
uccidere chi tende insidie.
V 12 E passiamo ora a un altro argomento. Gli avversari di Milone hanno
più volte ripetuto che il senato avrebbe giudicato come un attentato
contro la repubblica la rissa in cui fu ucciso Clodio. Al contrario, il
senato si è dichiarato favorevole a questa azione non solo a parole, ma
anche con manifestazioni di simpatia. Io, poi, lo so bene perché in più
occasioni ho discusso quella causa nella curia e sempre ho riscosso palesi
consensi da parte di tutti i senatori. Anzi, vi dirò di più: mai, nemmeno
durante le riunioni più affollate, sono riuscito a trovare quattro, cinque
persone che non fossero dalla parte di Milone! Lo attestano i discorsi,
peraltro non conclusi, di questo bruciacchiato tribuno della plebe, nei
quali puntualmente ogni giorno si scagliava con astio contro di me,
invidioso del mio potere, e sosteneva che il senato non decideva secondo
le proprie convinzioni, ma secondo la mia volontà. Certo, se si vuole
chiamare potere, piuttosto che modesta autorità nelle giuste cause, quello
che mi sono guadagnato per i miei meriti politici nei confronti della
repubblica, o la simpatia che ispiro agli uomini probi per la mia faticosa
attività, comunque sia, al di là delle definizioni, la cosa importante è
che io me ne possa servire nell'interesse di chi è onesto e contro la
follia dei malvagi. 13 Il senato, tuttavia, non ha mai deliberato di
adottare questo tipo di tribunale, per altro conforme alla legge.
Esistevano già provvedimenti, esistevano commissioni d'inchiesta preposti
a indagare sulle stragi e sui fatti di violenza; oltre a ciò, la morte di
Clodio non era stata per il senato così dolorosa da indurlo a istituire un
nuovo tipo di procedura. Chi potrebbe pensare che il senato abbia ritenuto
necessario istituire una procedura straordinaria per la morte di Clodio
quando gli era stata strappata la facoltà di creare un tribunale per
giudicarlo in merito a quella odiosa violazione ? Perché, quindi, il
senato stabilì che si era agito contro la repubblica incendiando la curia,
facendo incursione nella casa di Marco Lepido e assassinando Clodio? La
risposta è una sola: in una città libera non ci può essere scontro tra
cittadini senza che lo stato non ne rimanga coinvolto. 14 Sì, lo so, non
si dovrebbe mai rispondere alla violenza con la violenza, ma a volte è
necessario; a meno che il giorno dell'uccisione di Tiberio Gracco, di
Caio, o quello in cui fu repressa la rivolta armata di Saturnino, benché
utili alla repubblica, siano stati a essa dannosi. VI E così, quando
iniziò a circolare la voce della strage della via Appia, io ritenni che
chi si era difeso non avesse agito contro l'ordine costituito; tuttavia,
poiché c'erano state premeditazione e ferocia, io biasimai il fatto e ne
rimandai ai giudici l'accertamento. E se il senato non fosse stato
ostacolato nell'attuazione dei suoi piani da quel tribuno della plebe
completamente pazzo, adesso non ci ritroveremmo con una nuova procedura da
seguire. Il senato ha fatto il possibile perché il processo si svolgesse
secondo le antiche leggi, proponendo solo di discutere subito la causa. La
decisione fu presa votando separatamente i due articoli, perché così aveva
preteso qualcuno, non so chi: non è richiesto in questa sede che io sia
troppo esplicito sulle gravi responsabilità dei singoli. Così, grazie a
un'opposizione prezzolata, la seconda parte della proposta del senato
decadde. 15 Ma ecco che Gneo Pompeo avanzò una proposta di legge relativa
al fatto in questione e alle cause che lo avevano determinato. Parlò
infatti del massacro avvenuto lungo la via Appia, in cui trovò la morte
Clodio. Qual è stato lo scopo del suo intervento? Evidentemente dare
inizio all'inchiesta. Ma cosa c'era da scoprire? Se il fatto sia avvenuto?
Ma tutti lo sanno. Forse il nome del responsabile? Anche questo è noto.
Pompeo, però, è dell'idea che il reo, benché confesso, abbia la
possibilità di difendersi. Se non la pensasse così, non avrebbe permesso
di istruire un processo, che prevede anche la possibile assoluzione di
Milone, nonostante questi abbia ammesso tutto, come, e lui lo sa, faccio
io; e neanche vi avrebbe consegnato questa tavoletta che rappresenta per
l'imputato la salvezza o la condanna. Quindi, mi pare che Pompeo per primo
non sia troppo maldisposto o prevenuto nei confronti di Milone, ma vi
abbia indicato ciò che dovete valutare per esprimere il vostro giudizio.
Infatti, Pompeo non ha punito il reo confesso, ma gli ha concesso una
difesa e ha creduto che si dovessero vagliare le cause dell'omicidio, non
l'omicidio in sé. 16 Ma sarà Milone stesso che, tra poco, ci dirà se pensa
che la responsabilità di ciò che ha fatto vada attribuita a Publio Clodio
o alle circostanze. VII Qualche tempo fa, un uomo di nobili natali, che
sempre si era schierato a difesa del senato e quasi ne era diventato un
patrono, fu barbaramente ucciso in casa propria durante l'anno del suo
tribunato. Sto parlando di Druso, zio dell'illustre Marco Catone, presente
tra noi in qualità di giudice. In occasione della sua morte il popolo non
venne consultato né, tanto meno, il senato aprì un'inchiesta. Dai nostri
padri abbiamo saputo quanto dolore abbia provocato in questa città la
tragica scomparsa dell'Africano, ucciso in piena notte mentre dormiva
tranquillo nel suo letto! Chi dinanzi a un simile atto di violenza non
pianse, chi non fu fortemente colpito vedendo che non si era atteso che
morisse per cause naturali quell'uomo che tutti, se fosse stato possibile,
avrebbero desiderato immortale? Si è forse avviata un'istruttoria
sull'uccisione di Publio Africano? No, nel modo più assoluto. 17 E perché
mai? Perché nessuna differenza intercorre tra la morte di un nobile e
quella di un comune cittadino. È evidente che, finché si è vivi, la
condizione di chi ha potere e di chi non ne ha non è la stessa: però,
quando c'è di mezzo un delitto, è giusto che lo si sottoponga alle
medesime leggi e, di conseguenza, alle medesime pene. A meno che voi non
vogliate considerare un po' più assassino chi ha ucciso un padre ex
console rispetto a chi ha tolto la vita a un padre oscuro! Oppure, come
qualcuno afferma con insistenza, riteniate la morte di Clodio più atroce
perché avvenuta lungo la via Appia, che è la testimonianza dell'operato
dei suoi antenati. Come se l'ideatore della strada, il famoso Appio
Claudio Cieco, la avesse costruita non pensando all'utilità pubblica, ma
perché i suoi discendenti vi potessero tendere agguati impunemente! 18
Forse per questo, quando Publio Clodio ha ucciso lungo la via Appia un
illustre cavaliere romano, Marco Papirio, si è pensato bene di non punirlo
per il delitto commesso, perché lui, un nobile aveva sì ucciso un
cavaliere, ma lo aveva fatto sulla strada degli antenati! Ora, invece,
basta pronunciare il nome della via ed ecco che subito si scatena una
tragedia degna del miglior teatro greco! Quante scene patetiche quando si
parla di questa via Appia - e non si fa altro, ultimamente -, bagnata del
sangue di un assassino, sovvertitore dello stato! Niente, invece, neanche
una parola, quando era insanguinata per l'uccisione di un uomo onesto e
innocente! Ma probabilmente non è il caso che io torni tanto indietro con
la memoria: poco tempo fa è stato catturato nel tempio di Castore un servo
di Clodio, inviato dal suo padrone per uccidere Pompeo; sorpreso con un
pugnale in mano, ha confessato tutto. Ecco perché Pompeo, da quel momento,
ha preferito tenersi lontano dal foro, dal senato, dai luoghi pubblici.
Barricato in casa sua, si è dovuto difendere con le spranghe alle porte,
non con l'autorità della legge e del tribunale. 19 Tuttavia, si è forse
avanzata qualche proposta di legge particolare? Si è stabilita una nuova
procedura? Niente affatto. Eppure, erano presenti tutti i requisiti
richiesti per giustificare un'istruttoria straordinaria: il fatto, l'uomo,
l'occasione, insomma gli elementi fondamentali di una causa giuridica.
Quel servo stava in agguato nel foro, anzi proprio nella sala d'ingresso
del senato, pronto a dare la morte a un uomo, sulla vita del quale
poggiava la salvezza di questa città: e per di più in un momento tanto
delicato per la repubblica che la sua morte avrebbe significato la fine
per Roma e per tutte le sue genti! A meno che non si dovesse punire quel
crimine perché non era stato portato a termine, come se le leggi punissero
soltanto la riuscita degli atti criminosi e non le intenzioni degli
uomini. Certo, buon per noi che il crimine non sia stato commesso: una
punizione, nondimeno, sarebbe stata necessaria. 20 Quante volte io stesso,
giudici, sono sfuggito alle armi e alle mani lorde di sangue di Publio
Clodio! E se la mia buona stella, o quella dello stato, non mi avesse
sempre salvato, chi avrebbe istruito il processo per la mia morte? VIII Ma
noi siamo proprio pazzi: abbiamo il coraggio di mettere a confronto Druso,
l'Africano, Pompeo, me stesso, con Publio Clodio! Tutti quei misfatti
furono tollerati, ma nessuno rimane insensibile pensando alla morte di
Clodio: il senato è addolorato, l'ordine equestre versa lacrime amare, la
cittadinanza intera è in preda alla disperazione; i municipi sono in
lutto, le colonie afflitte e persino le campagne si struggono nel
rimpianto di quell'uomo tanto incline al bene, indispensabile per lo
stato, dall'indole tanto mite! 21 Non fu certo quello il motivo, giudici,
perché Pompeo stabilisse di dover istituire un processo, ma quell'uomo
saggio e dotato di una mente acutissima, addirittura divina, considerò
molti aspetti: che Clodio gli era stato nemico, Milone, invece, amico;
ebbe timore che, se anche lui nell'euforia generale si fosse rallegrato,
sembrasse troppo incerta la sincerità della sua riconciliazione. Fece
molte altre riflessioni, ma si preoccupò in modo particolare della
severità con cui avreste giudicato, per quanto egli stesso avesse aperto
l'inchiesta con inflessibilità. E così dalle classi sociali più alte
scelse persone eminenti, e non è affatto vero che nella scelta dei giudici
abbia escluso, come alcuni vanno dicendo, i miei amici. Infatti, non pensò
a questo un uomo così giusto, e scegliendo tra persone perbene, non
sarebbe riuscito, anche se lo avesse voluto. Infatti il favore di cui godo
non è limitato entro l'ambito dei miei amici più intimi, che non possono
essere numerosi, visto che è impossibile avere dimestichezza con molte
persone; ma, se ho un qualche potere, lo devo al fatto che mi ha unito
agli onesti la mia attività politica. Pompeo, scegliendo tra loro gli
uomini migliori, e credendo che soprattutto tale dovere riguardasse la sua
lealtà, non poté scegliere uomini che non fossero ammiratori del mio
operato.
22 Ma, quanto al fatto che volle a tutti i costi che tu, Lucio Domizio,
fossi presidente di questo processo, non chiese nient'altro se non
giustizia, serietà, bontà d'animo e lealtà. Io credo che Pompeo ritenne
necessario un ex console, perché stimava che dovere dei cittadini più
autorevoli fosse opporsi alla mutevolezza della folla e alla temerarietà
di gente senza scrupoli. Tra tutti gli ex consoli ha eletto te; infatti,
già da ragazzo avevi fornito esemplari testimonianze del tuo disprezzo per
il furore popolare.
IX 23 Perciò, per giungere finalmente alla discussione del capo d'accusa,
giudici, se è vero che non è inconsueto confessare un delitto e se, a
proposito della nostra causa, il senato espresse un giudizio non diverso
da quello che noi avremmo voluto; se, infine, l'autore stesso della legge,
pur non essendovi alcuna contestazione del fatto, tuttavia volle che ci
fosse una discussione, e si scelsero tali giudici e si prepose un tale
presidente, perché decidessero con giustizia e oculatezza, non vi resta,
giudici, che stabilire chi tra Clodio e Milone tese l'agguato. Pertanto,
affinché attraverso la mia argomentazione possiate più facilmente
comprendere, vi prego di prestare attenzione mentre vi espongo brevemente
i fatti.
24 Publio Clodio, deciso a sovvertire lo stato con qualunque mezzo
illecito durante la pretura, vedendo che nel corso dell'anno precedente i
comizi erano stati differiti e che perciò non avrebbe potuto esercitare la
pretura per molti mesi, e dato che non aspirava alla carica, come gli
altri, ma voleva evitare di avere come collega Lucio Paolo, cittadino di
straordinario valore, e aveva bisogno di un anno intero per rovesciare il
sistema repubblicano, con mossa improvvisa rinunciò alla candidatura per
quell'anno e si ripropose per il successivo; e ciò non, come accade, per
una qualche credenza superstiziosa, ma, stando alle sue parole, per avere
a disposizione un anno tutto intero in cui esercitare la carica di pretore
- cioè, sovvertire lo stato. 25 Gli veniva il pensiero che la sua pretura
sarebbe stata molto indebolita se Milone fosse stato eletto console;
vedeva infatti che stava per diventare console con il pieno consenso del
popolo romano. Si schierò allora dalla parte degli avversari politici di
Milone, ma in modo da organizzare da solo, e anche senza il loro consenso,
tutta la campagna elettorale, e in modo da reggere sulle sue spalle, come
ripeteva, tutti i comizi. Radunava le tribù, faceva da tramite, istituiva
una seconda tribù Collina arruolando masse di disperati. Ma quanto più
Clodio fomentava disordini, tanto più Milone prendeva forza di giorno in
giorno. Quando quell'uomo, dispostissimo a compiere ogni atto illecito, si
accorse che il suo irriducibile nemico, dotato di grandissimo coraggio,
sarebbe divenuto sicuramente console, e vide che veniva considerato tale
non solo a parole, ma anche era stato spesso designato dai voti del popolo
romano, iniziò ad agire apertamente e a dichiarare senza alcuna remora che
occorreva eliminare Milone. 26 Aveva fatto scendere dall'Appennino schiavi
rozzi e incivili, che anche voi avete conosciuto, con i quali aveva
devastato i boschi di proprietà dello stato e aveva saccheggiato
l'Etruria. Lo scopo non era per nulla oscuro: andava infatti dicendo che a
Milone non si poteva certo portar via la sua carica di console, ma la vita
sì. Lo fece capire spesso in senato, lo disse durante le assemblee del
popolo; addirittura, quando Marco Favonio, un uomo dotato di grande
coraggio, gli chiese con quale speranza infuriasse così finché Milone era
in vita, gli rispose che Milone sarebbe morto nell'arco di tre, quattro
giorni al massimo; Favonio allora riferì immediatamente queste sue parole
al qui presente Marco Catone. X 27 Intanto quando Clodio venne a sapere, e
non era difficile saperlo, che, secondo la legge, Milone entro il 18
gennaio doveva necessariamente compiere il viaggio annuale a Lanuvio,
poiché ne era supremo magistrato, per eleggere il flàmine, partì
immediatamente da Roma il giorno innanzi con l'intenzione, come si capì
dallo svolgimento dei fatti, di tendere un agguato a Milone davanti al
proprio podere. E partì così in fretta da abbandonare una riunione assai
animata, che si stava svolgendo proprio in quel giorno, nel corso della
quale si sentì la mancanza del suo vigore polemico; non l'avrebbe mai
lasciata se non avesse voluto approfittare del momento e dell'occasione
opportune per il suo piano criminoso. 28 Milone, dal canto suo, dopo
essere stato quel giorno in senato finché l'assemblea fu sciolta, tornò a
casa, cambiò i calzari e gli abiti, poi aspettò un poco mentre la moglie,
come accade, terminava di prepararsi, infine partì a un'ora tale che
Clodio avrebbe potuto già essere di ritorno, se mai in quel giorno avesse
voluto tornare a Roma. Gli si fa incontro, libero da ogni impaccio, Clodio
a cavallo: niente carrozza, né bagagli, neanche, come era solito, i
compagni di viaggio di origine greca, non c'era neppure la moglie, cosa
che non capitava quasi mai. Questo assalitore, invece, che avrebbe
organizzato quel viaggio con il solo scopo di fare una strage, procedeva
sul carro in compagnia della moglie, avvolto in un mantello, impacciato da
un grande e lento séguito femminile di ancelle e giovinetti. 29 Si imbatte
in Clodio dinanzi al suo podere all'incirca alle cinque del pomeriggio e
immediatamente da una collinetta parecchi uomini armati di pugnale si
slanciano contro di lui; altri, attaccando di fronte uccidono il
conducente del carro. Milone, allora, gettato dietro le spalle il
mantello, salta giù dalla vettura e si difende accanitamente; quelli che
stavano con Clodio, sguainate le spade, in parte tornano di corsa alla
carrozza per assalire Milone alle spalle, altri, invece, poiché lo
credevano già morto, incominciano ad ammazzare i suoi schiavi, che
chiudevano la fila. E di costoro, che erano stati d'animo coraggioso e
fedele nei confronti del padrone, una parte fu trucidata; altri, invece,
vedendo che era scoppiata una rissa intorno al carro, ma si impediva loro
di portare aiuto al loro signore, convinti che Milone fosse stato ucciso
davvero - lo avevano sentito dire da Clodio in persona -, questi servi di
Milone dunque, (parlerò in tutta franchezza, non per eludere l'accusa, ma
secondo i fatti), senza che il padrone lo ordinasse, senza che fosse
presente, senza che lo sapesse, fecero quanto ciascuno avrebbe desiderato
dai suoi uomini in una simile circostanza.
XI 30 Le cose sono andate così come le ho raccontate, giudici: chi ha teso
insidie fu sconfitto, la violenza fu vinta dalla violenza, o meglio un
atto oltraggioso fu schiacciato da uno di valore. Non dico nulla sui
vantaggi che ne ricavò la repubblica, nulla sui vostri e su quelli degli
onesti cittadini. A Milone non ha giovato; egli nacque con questo destino:
non poter salvare la sua vita senza salvare al tempo stesso voi e la
repubblica. Se ciò non poté accadere secondo la legge, è inutile che io lo
difenda. Se invece la ragione agli uomini colti, la necessità ai barbari,
la consuetudine agli uomini civili, l'istinto agli animali, prescrissero
di respingere con qualunque mezzo la violenza dal loro corpo, dalla loro
testa, dalla loro vita, non potete giudicare criminoso il fatto in
questione, senza al tempo stesso decretare morte certa, o di mano
dell'aggressore o con verdetto vostro, per tutti quelli che si siano
imbattuti in un malintenzionato. 31 Ché se Milone avesse ragionato così,
sarebbe stato per lui preferibile offrire la gola a Publio Clodio, che la
desiderava da tempo, e non era quella la prima volta che lo dimostrava,
piuttosto che venire ucciso da voi, perché non si era consegnato al nemico
per farsi ammazzare! Se nessuno di voi la pensa così, la cosa da stabilire
in questo giudizio non è se sia stato ucciso, cosa che riconosciamo, ma se
sia stato ucciso a torto o a ragione - cosa che spesso è stato oggetto di
discussione in molti processi. Che ci sia stato un agguato è cosa certa e
il senato lo ha considerato un vero e proprio attacco allo stato; non è
chiaro chi dei due avversari lo abbia teso. Ecco perché si propose di
istruire un processo; così il senato mise sotto accusa l'episodio, non
l'uomo, e Pompeo ha voluto che si accertasse la legalità del fatto, non il
fatto in sé. XII Che cosa vi è, dunque, da definire se non chi dei due
tese quell'imboscata all'altro? Niente, ne sono certo; se risulterà che
responsabile è il qui presente Milone, che sia punito; in caso contrario,
assolviamolo.
32 In che modo si può quindi provare che è stato Clodio a tendere un
agguato a Milone? Basta riuscire a dimostrare che quella belva tanto
sfrenata e irriverente aveva un valido motivo e una grande speranza nella
morte di Milone, da cui gli sarebbero venuti grandi vantaggi. Valga per
questi personaggi il famoso detto di Cassio «a chi fu di vantaggio», anche
se chi è onesto non è spinto all'inganno da alcun tornaconto, mentre i
delinquenti spesso si accontentano di uno piccolo. Ebbene, se Milone fosse
stato ucciso, Clodio avrebbe ottenuto questi vantaggi: non solo sarebbe
stato pretore senza quel console, con cui non avrebbe potuto commettere
alcuna scelleratezza, ma pretore sarebbe diventato con dei consoli che, se
non lo avessero proprio appoggiato, certamente l'avrebbero lasciato fare,
e gli consentivano di sperare nella realizzazione dei suoi folli progetti.
Quei due, secondo il suo punto di vista, non avrebbero desiderato
soffocare i suoi tentativi, pur potendolo fare, poiché ritenevano di
essergli debitori di un così grande favore, ma se anche avessero voluto,
si sarebbe forse rivelato quasi impossibile domare la spregiudicatezza,
rafforzata ormai dal passare degli anni, di un uomo così scellerato. 33 O
forse solo voi, giudici, non siete al corrente e vivete in questa città
come stranieri? La vostra attenzione vaga altrove e non si sofferma su
quanto in città si va dicendo sulle leggi - se leggi si devono chiamare e
non fiamme incendiarie della città, peste della repubblica -, quelle che
Clodio stava per imporre e marchiare a fuoco su noi tutti? Ti prego, Sesto
Clodio, mostra, mostra la cassettina delle vostre leggi, perché dicono che
te la sei portata via da casa e che l'hai messa in salvo, quasi fosse il
Palladio, dal baccano notturno delle armi, per poterla consegnare come
preziosissimo dono e strumento del tribunato, se per caso ti fossi
imbattuto in uno disposto a condurre il tribunato seguendo i tuoi
desideri. Ecco che mi ha lanciato un'occhiata delle sue solite di un
tempo, quando minacciava tutti di ogni sorta di mali. Che paura mi fa,
questo splendore della curia! XIII Ma come? Tu pensi che io sia adirato
con te, Sesto, che hai anche inferto al mio più grande nemico una
punizione ben più crudele di quella che, data la mia umanità, avrei osato
chiedere? Tu hai trascinato fuori di casa il cadavere insanguinato di
Publio Clodio, tu lo hai buttato tra la gente, tu lo hai spogliato delle
immagini degli antenati, delle esequie, del corteo, dell'elogio, e, già
mezzo bruciacchiato da un incendio funesto, lo hai lasciato in pasto ai
notturni cani randagi. Perciò, se anche ti sei comportato empiamente,
tuttavia, considerando che hai scatenato la tua ferocia contro un mio
nemico, non posso complimentarmi, ma non devo affatto prendermela con te.
34 Avete sentito, giudici, quanto vantaggio avesse Clodio dall'uccisione
di Milone; rivolgete ora il vostro animo a Milone. Che interesse poteva
avere che Clodio fosse ucciso? Quale ragione c'era perché non dico
commettesse il fatto, ma lo desiderasse? «Per Milone Clodio costituiva un
ostacolo alla sua speranza di divenire console». Ma, nonostante
l'opposizione di Clodio, Milone sarebbe diventato console, anzi, per
questa lo sarebbe diventato più facilmente; e non si serviva di me come
sostenitore migliore di Clodio. Grande efficacia su di voi aveva, giudici,
il ricordo dei meriti di Milone nei confronti miei e della repubblica;
grande efficacia avevano le mie preghiere e le mie lacrime, da cui allora
mi accorgevo che vi lasciavate sinceramente commuovere, ma molto più
valeva la paura dei pericoli sovrastanti. Quale cittadino c'era, infatti,
che pensasse alla pretura sfrenata di Publio Clodio, e non provasse una
terribile paura di sconvolgenti novità? Eravate consapevoli che sarebbe
stata senza freni, se non ci fosse stato un console che avesse osato e
potuto tenerlo a bada. Siccome tutto il popolo romano riteneva che solo
Milone potesse essere quel console, chi avrebbe esitato con il suo voto a
liberare se stesso dal timore e lo stato dal pericolo? Ora, invece, che
Clodio è uscito di scena, per salvaguardare la dignità della sua
posizione, Milone deve ricorrere ai soliti espedienti; ormai con la morte
di Clodio è finita quella gloria particolare che giorno dopo giorno
aumentava e che era concessa a lui solo perché lui domava i furori dei
Clodiani. Voi avete ottenuto di non temere di alcun cittadino; costui ha
perso la possibilità di esercitare il suo valore e l'appoggio che lo
avrebbe portato al consolato, fonte per lui di gloria eterna. E così il
consolato di Milone, che non poteva essere indebolito finché Clodio era
vivo, ora che è morto, ha incominciato a vacillare. Quindi, la morte di
Clodio non solo a Milone non è servita a niente, ma gli crea problemi. 35
«Ma fu l'odio a prendere il sopravvento, agì in preda all'ira, si comportò
da nemico, vendicò i torti, sfogò il proprio risentimento». E allora? Se
questi sentimenti furono, non dico più vivi in Clodio che in Milone, ma
fortissimi nell'uno e completamente assenti nell'altro, cosa volete
ancora? Perché mai Milone avrebbe dovuto avere avversione per Clodio,
nutrimento e mezzo della sua gloria, se non a causa di quell'odio civile
che ci spinge a odiare tutti i malvagi? Clodio sì che aveva motivi per
detestarlo: innanzitutto era stato difensore della mia salvezza, poi
persecutore della sua furia, vincitore di scontri armati, infine, anche
suo accusatore; infatti, per tutto il tempo che visse, Clodio fu accusato
da Milone secondo la legge Plauzia. Con quale animo pensate che abbia
sopportato tutto ciò quel despota? Quanto odio - odio giustificato, dal
punto di vista di un uomo ingiusto - credete che avesse maturato?
XIV 36 Resta un argomento: a difendere Clodio intervengono la sua natura e
il suo modo di vivere, e questi stessi elementi accusano invece Milone!
«Clodio non ha mai fatto nulla con la violenza, Milone, al contrario, se
ne è sempre servito per tutto!». Cosa? Quando nel cordoglio generale,
giudici, mi sono allontanato dalla città ho avuto forse paura di un
processo? o di schiavi, di armi, di reazioni violente? Quale giusto motivo
per farmi tornare si sarebbe trovato, se quello della mia espulsione non
fosse stato ingiusto? Lui, credo, mi aveva fissato il giorno, mi aveva
inflitto una multa, aveva intentato un processo di alto tradimento e io
avrei dovuto temere il processo in una causa così malvagia o fatta apposta
per me, e non illustre e diretta a tutti voi! Non volli che al posto mio i
miei concittadini, salvati con pericolo dai miei consigli, fossero esposti
alle armi di schiavi, di miserabili, di scellerati. 37 Io ho visto, ho
visto davanti a me Quinto Ortensio qui presente, faro e onore dello stato,
che a momenti veniva trucidato da una schiera di servi, perché prendeva le
mie parti; in quella confusione il senatore Caio Vibieno, ottimo uomo,
dato che si trovava con lui fu conciato talmente male che morì. Quando
dunque, dopo di allora si riposò quel suo pugnale, che aveva ereditato da
Catilina? Contro di me fu puntato, - ma non ho permesso che veniste
coinvolti voi al posto mio -, fu rivolto contro Pompeo, macchiò di sangue
con la strage di Papirio questa famosa via Appia, ricordo del nome di
Clodio, infine, dopo un lungo intervallo di tempo, fu di nuovo puntato
contro la mia persona; recentemente quasi mi uccise, come sapete, nei
pressi della reggia. 38 Si può dire lo stesso di Milone? Lui ha speso
sempre ogni energia per impedire a Publio Clodio di tenere questa città
schiacciata con la violenza, visto che non lo si poteva trarre in
giudizio. Ma se avesse voluto ucciderlo, quali e quante splendide
occasioni ci sarebbero state! Forse non avrebbe potuto a buon diritto
vendicarsi, nel tentativo di difendere la sua casa e gli dèi penati,
quella volta in cui Clodio fece irruzione in casa sua? Non avrebbe potuto
farlo quando fu ferito un cittadino illustre e uomo fortissimo, il suo
collega Publio Sestio? E la volta in cui Quinto Fabrizio, persona
irreprensibile, fu cacciato durante una ferocissima rissa nel foro, poiché
proponeva una legge circa il mio ritorno? E quando fu assalita la casa di
Lucio Cecilio, valorosissimo e integerrimo pretore? Non avrebbe potuto
farlo nel giorno in cui fu presentata la legge relativa al mio rientro,
quando la gente, accorsa da ogni parte d'Italia, spinta dalla volontà di
salvarmi, avrebbe appreso con gioia la notizia di tale azione, al punto
che tutta la cittadinanza, se anche l'avesse fatto Milone, avrebbe
rivendicato come sua quella gloria? XV 39 Ma quali erano le circostanze?
Vi era un console, [Publio Lentulo], molto forte e famoso, nemico di
Clodio, vendicatore di quella scellerata proposta di legge, sostenitore
del senato, difensore della vostra volontà, protettore della concordia
pubblica, mio salvatore; c'erano i sette pretori e gli otto tribuni della
plebe, avversari politici di Clodio, schierati a mia difesa; c'era Gneo
Pompeo, artefice e promotore del mio rientro, a lui ostile; le sue parole
in favore della mia salvezza, assai ponderate ed eleganti, tutto il senato
le approvò: proprio Pompeo, che si rivolse al popolo romano, che, quando a
Capua emanò il provvedimento sul mio ritorno, a tutta l'Italia che
desiderava e implorava la sua fiducia, diede in prima persona il segnale
di accorrere in folla a Roma a votare perché fossi ripristinato nei miei
diritti. Nei confronti di Clodio, infatti, ardeva l'odio di tutti i
cittadini per il rimpianto che avevano di me, al punto che se qualcuno
allora lo avesse ucciso, non si sarebbe discusso della sua impunità, ma
del premio da dargli. 40 Milone, in quella occasione, si trattenne e citò
Publio Clodio in giudizio due volte, senza provocarlo mai al
combattimento. E allora? Quando Milone ritornò a essere un privato
cittadino e Publio Clodio gli scagliò contro accuse davanti al popolo,
quando fu assalito Gneo Pompeo che parlava in difesa dell'amico, allora
sarebbe stata non solo una splendida occasione, ma anche un ragionevole
motivo per eliminarlo! Qualche tempo fa, poi, quando Marco Antonio
rappresentò la più grande speranza di salvezza per tutte le persone
oneste, e, giovane dai nobilissimi natali, si assunse con tanta
risolutezza una gravissima responsabilità nei confronti dello stato, e già
teneva nelle reti quella belva, che tentava di sfuggire ai lacci di
un'azione giudiziaria, quale opportunità, dèi immortali, quale occasione
favorevole fu quella! Quando Clodio, fuggendo, riuscì a nascondersi nel
buio di un sottoscala, sarebbe stato molto facile per Milone uccidere quel
flagello di uomo senza attirare su di sé alcuna inimicizia, ma anzi
attirando grande gloria su Marco Antonio! 41 Ma come? Quante volte Milone
avrebbe potuto ucciderlo durante i comizi in campo Marzio, quando lui
aveva fatto irruzione nei recinti e aveva creato l'occasione per sguainare
le spade e scagliar sassi; ma, all'improvviso, terrorizzato dallo sguardo
di Milone, si era dato alla fuga verso il Tevere, mentre voi e tutta la
gente onesta facevate voti perché a Milone piacesse servirsi del suo
coraggio.
XVI Quell'uomo che non volle uccidere con l'approvazione di tutti, è
logico, forse, che l'abbia voluto con la disapprovazione di alcuni? Lui,
che non osò farlo a buon diritto, in luogo favorevole, in una circostanza
idonea e godendo dell'impunità, non avrebbe esitato a uccidere a torto, in
luogo sfavorevole, in tempo inopportuno, col rischio della propria vita?
42 Oltretutto, giudici, quando si avvicinava il momento della lotta per la
più alta carica ed erano imminenti i giorni dei comizi, nel tempo in cui -
so infatti quanto inquieta sia la brama di popolarità e quanto grande e
ansiosa sia la voglia di diventar console -, abbiamo paura di tutto, non
solo di poter essere criticati apertamente, ma anche di ciò che può essere
pensato in segreto, ci spaventiamo per vaghe chiacchiere sciocche, per
false storielle, scrutiamo le espressioni e gli sguardi di tutti. Non
esiste, infatti, niente di così instabile e aleatorio, di fragile e
incostante come la disposizione d'animo e il sentimento dei cittadini nei
nostri confronti - cittadini che non solo tuonano contro il degrado morale
dei candidati, ma trovano spesso anche da ridire su comportamenti onesti.
43 Quindi Milone, che teneva fisso davanti agli occhi il giorno dei
comizi, desiderato e rincorso, poteva presentarsi con le mani sporche di
sangue ai sacri auspici delle centurie, ostentando e per nulla celando
un'azione delittuosa? Quanto non è credibile in lui questo comportamento,
quanto, invece, lo stesso fatto non deve creare alcun dubbio nel caso di
Clodio, che pensava, una volta ucciso Milone, di spadroneggiare come un
re. E che? O giudici, nel compiere atti temerari è di capitale importanza
- chi non lo sa? - la speranza di rimanere impuniti. Chi dei due poté
nutrire, quindi, questa speranza? Milone, che è chiamato a rispondere
anche ora di un'azione giusta, gloriosa, di certo inevitabile? O Clodio,
che aveva disprezzato processi e punizioni al punto da amare solo ciò che
non è consentito dalla natura o non è lecito per le leggi?
44 Ma perché devo addurre delle prove, perché devo discutere ancora? Mi
rivolgo a te, Quinto Petilio, validissimo e ottimo cittadino, e a te,
Marco Catone, chiedo testimonianza, a voi che la sorte veramente divina
concesse a me in qualità di giudici. Avete ascoltato da Marco Favonio le
parole di Clodio e avete sentito, quando Clodio era vivo, che Milone
sarebbe morto da lì a tre giorni; il fatto avvenne tre giorni dopo che
egli aveva parlato. Poiché egli non esitò a svelare il suo piano, potete
avere dei dubbi sulla sua azione? XVII 45 Come mai, dunque, non sbagliò il
giorno? L'ho già spiegato poco fa. Non era affatto difficile conoscere i
giorni stabiliti per i sacrifici del dittatore di Lanuvio. Si rese conto
che Milone doveva partire per Lanuvio proprio in quella data in cui se ne
andò, e così lo precedette. E che giorno era? Proprio quello, come ho
detto prima, in cui si svolse un'assemblea popolare tra le più turbolente,
agitata da un tribuno della plebe, pagato da Clodio; e quel giorno Clodio,
se non avesse avuto fretta di portare a termine il suo piano, calcolato
nei particolari, non avrebbe mai lasciato quella riunione e quei clamori.
Egli non ebbe un motivo per andare, ebbe, anzi, un motivo per rimanere;
Milone, invece, non ebbe alcuna possibilità di restare: non solo aveva un
motivo, addirittura era obbligato a lasciare la città. E che direste se io
vi convincessi che, come Clodio sapeva che quel giorno Milone sarebbe
passato per quella via, così Milone non poteva proprio sospettarlo? 46 In
primo luogo vi domando come potesse esserne al corrente - obiezione che
non potete muovere a Clodio. Anche se non l'avesse chiesto ad altri tranne
che al suo grande amico Tito Patina, avrebbe potuto sapere che in quel
preciso giorno a Lanuvio il dittatore Milone doveva necessariamente
eleggere il flàmine. Ma c'erano molti altri da cui informarsi con estrema
facilità, a cominciare da tutti gli abitanti di Lanuvio. A chi Milone
avrebbe potuto chiedere notizie a proposito del ritorno di Clodio? Poniamo
che abbia pure interpellato qualcuno - vedete quanto vi concedo -, o che
abbia persino corrotto un servo, come ha detto il mio amico Quinto Arrio.
Leggete le deposizioni dei vostri testimoni. Caio Causinio Scola di
Interamna, vicinissimo a Clodio e suo compagno d'avventure - secondo la
cui testimonianza tempo fa Clodio si trovava alla stessa ora sia a
Interamna che a Roma -, ha dichiarato che in quel famoso giorno Publio
Clodio aveva tutte le intenzioni di fermarsi nella sua villa albana; ma
all'improvviso gli venne annunciata la morte dell'architetto Ciro, e così
decise di tornare subito a Roma. La stessa versione dei fatti ci è stata
fornita da Caio Clodio, un altro compagno di Publio Clodio. XVIII 47
Vedete, giudici, quanto siano importanti le precisazioni di questi
testimoni. In primo luogo, scagionano certamente Milone dall'accusa di
essere partito con la chiara intenzione di far cadere Clodio in
un'imboscata lungo la strada: incontrarlo non era affatto prevedibile.
Inoltre, - non vedo infatti perché non debba trattare anche la mia causa -
voi sapete, giudici, che c'è stato chi, parlando in favore di questa
procedura legale, ha detto che la strage è stata compiuta per mano di
Milone, ma su istigazione di qualcuno più importante. Evidentemente questi
uomini spregevoli e corrotti alludevano a me come brigante e assassino.
Eccoli inchiodati dalle loro testimonianze, le quali negano che Clodio
avrebbe fatto ritorno a Roma quel giorno, se non avesse appreso la notizia
di Ciro. Ho tirato un sospiro di sollievo, libero dal sospetto; non temo
più che mi si accusi di aver ideato quello che neppure potevo sospettare.
48 Proseguirò ora con i rimanenti argomenti, poiché mi si può fare la
seguente obiezione: «Quindi neanche Clodio meditò sul suo piano insidioso,
perché intendeva rimanere nella villa di Alba!». D'accordo, se la sua
intenzione non fosse stata quella di uscire dalla villa per compiere la
carneficina! Credo infatti che il messo, il quale si dice gli abbia
annunziato la morte di Ciro, non gli abbia riferito ciò, ma che Milone si
stava avvicinando. In effetti, cosa avrebbe dovuto annunziare a proposito
di Ciro, che Clodio, partendo da Roma, aveva lasciato più morto che vivo?
Fui insieme con lui, sigillai il testamento di Ciro insieme con Clodio,
perché aveva fatto pubblicamente testamento e aveva designato come eredi
lui e me. Il giorno prima, alle nove, Clodio lo aveva lasciato che era lì
lì per andarsene: il giorno dopo, alle quattro del pomeriggio, gli si
annunciava che era morto? XIX 49 D'accordo, ammettiamo pure che le cose
siano andate così: per quale motivo, però, si affrettò a tornare a Roma,
perché si avventurò per la strada in piena notte? Quale causa poteva
addurre per la sua fretta? Il fatto che fosse un erede? Innanzitutto, non
c'era motivo che rendesse necessaria tanta fretta; inoltre, se ce ne fosse
stato uno, cosa vi era, insomma, che egli potesse guadagnare in quella
notte e che potesse perdere, se fosse giunto a Roma la mattina del giorno
dopo? E come Clodio, invece di tentare quel viaggio, avrebbe dovuto
evitare di arrivare di notte in città, così Milone, ammesso che volesse
tendere un agguato, se sapeva che Clodio stava per arrivare in città di
notte, avrebbe dovuto appostarsi e aspettare. Lo avrebbe ucciso di notte.
Chiunque gli avrebbe creduto, se avesse negato. Lo avrebbe ucciso in un
luogo pericoloso e pieno di briganti. 50 Chiunque gli avrebbe creduto, se
avesse negato: tutti lo vogliono salvo, persino adesso che confessa.
Sarebbe stato incolpato del delitto anzitutto quel luogo, riparo di
sbandati: quindi né la muta solitudine né la notte scura avrebbero tradito
Milone. In séguito, si sarebbero concentrati i sospetti su molti che erano
stati da Clodio offesi, derubati, privati dei loro beni, su molti che
anche solo lo temevano, infine si sarebbero citati in giudizio tutti gli
abitanti dell'Etruria. 51 E quel giorno Clodio, di ritorno da Aricia, si
fermò certamente nella sua villa di Alba. Ebbene: se davvero Milone sapeva
che quello era stato ad Aricia, doveva tuttavia immaginare che Clodio, pur
volendo tornare a Roma quel giorno, si sarebbe concesso una sosta nella
sua abitazione, che si trovava sulla strada. Perché non gli andò incontro
prima, per impedirgli di fermarsi nella villa, e perché non si appostò nel
luogo dove sarebbe giunto a notte fonda?
52 Fin qui vedo che è tutto chiaro, giudici; Milone aveva ogni interesse
che Clodio fosse vivo, l'altro non desiderava altro che la morte di Milone
per realizzare i progetti a cui aspirava ardentemente; lo odiava, quindi,
con tutte le sue forze, mentre in Milone non c'era odio per lui; Clodio
aveva la costante abitudine di agire con violenza, Milone, invece,
soltanto di respingerla; a Milone la morte era stata da lui annunciata e
apertamente resa nota, nulla di simile fu mai udito per bocca di Milone;
Clodio, inoltre, conosceva il giorno di quella partenza, mentre Milone non
era al corrente del suo ritorno; per lui il viaggio era necessario, ma per
Clodio era piuttosto fuori luogo; Milone aveva annunciato a tutti che quel
giorno avrebbe lasciato Roma, Clodio aveva nascosto che quel giorno
sarebbe tornato; uno non mutò la decisione presa in nessun particolare,
l'altro inventò un pretesto per motivare il suo cambiamento di programma;
infine, se Milone avesse voluto tendere un agguato, avrebbe dovuto
aspettare la notte nei pressi della città; Clodio, se anche non avesse
temuto Milone, avrebbe dovuto tuttavia provare un po' di paura ad
avvicinarsi in piena notte alla città!
XX 53 Vediamo ora un punto di capitale importanza: a quale dei due sia
stato più favorevole il luogo dell'agguato, quello dove vennero alle mani.
Ma davvero vi sembra, giudici, che su questo si debba dubitare e
discutere? Davanti alla proprietà di Clodio, nella proprietà dove, grazie
a sotterranei costruiti con il criterio di un pazzo, potevano comodamente
stare mille uomini pronti a tutto, vale a dire in un luogo alto ed elevato
appartenente all'avversario, Milone poteva pensare di riuscire vincitore e
scegliere perciò quel luogo come il più adatto per combattere? O non fu
invece atteso proprio lì da Clodio, che aveva architettato di tendere un
agguato confidando proprio in quel luogo? I fatti parlano da soli e nulla
conta di più.
54 Se voi queste azioni non le sentiste narrare, ma le vedeste dipinte,
apparirebbe chiaro chi dei due tese l'imboscata, chi, invece, non ebbe
alcuna cattiva intenzione: perché uno viaggiava sul carro, avvolto nel
mantello, e con lui sedeva la moglie: quale di queste condizioni non è
tale da creare ostacoli, l'abbigliamento, il mezzo di trasporto o la
compagnia? Quale delle tre è meno consona a una battaglia, il fatto che
fosse impedito nei movimenti dalla veste, svantaggiato dal veicolo o che
fosse trattenuto dalla moglie ? Vedete ora l'altro che esce dalla villa,
all'improvviso - perché? - di sera - è così necessario? - con lentezza -
gli conviene, soprattutto considerando l'ora ? Si dirige verso la villa di
Pompeo. Per incontrare Pompeo? Sapeva che era nel suo podere di Alsio. Per
visitare la villa? - Ma se c'era già stato migliaia di volte! E allora,
qual era il motivo? Perder tempo e tergiversare: fino al passaggio di
Milone non ha voluto abbandonare il luogo.
XXI 55 Avanti, fate ora un confronto tra il viaggio di quel bandito,
libero di agire, e gli impedimenti di Milone. In precedenza Clodio era
sempre accompagnato dalla moglie, allora era senza di lei; non si spostava
se non in carrozza, ma quel giorno era a cavallo; quanto ai giovinetti
greci che lo seguivano, ovunque andasse, persino quando si recava di
fretta nei suoi possedimenti etruschi - niente di frivolo, quel giorno,
nella sua scorta. Milone, che non aveva mai séguito, quella volta per puro
caso recava con sé alcuni giovani musici schiavi della moglie e un gruppo
di ancelle. L'altro, che invece conduceva sempre con sé sgualdrine,
prostitute e ragazzetti, allora non aveva nessuno, se non uomini che
avresti detto scelti a uno a uno. Perché dunque fu vinto? Perché non
sempre chi viaggia viene ucciso dal brigante che lo assale, talvolta è il
brigante a cadere per mano del viaggiatore; e poi perché Clodio, per
quanto pronto ad assalire chi proprio non se l'aspettava, era come una
femminuccia che si fosse imbattuta in uomini pieni di coraggio. 56
D'altronde Milone era preparato quasi a sufficienza a incontrarlo anche
quando era impreparato. Sapeva bene quanto Publio Clodio ci tenesse a
vederlo morto e quanto lo odiasse e di che cosa fosse capace. Per questo
non esponeva mai al pericolo, senza una scorta o una guardia del corpo, la
sua vita, che sapeva messa all'incanto con premi vantaggiosissimi e quasi
aggiudicata. Si aggiunga il capriccio del destino, si aggiungano la sorte
incerta delle battaglie e l'imparzialità di Marte, che spesso fa abbattere
e colpire da chi era già caduto chi sta già spogliando il vinto ed esulta
per la gioia; si aggiunga la mancanza di buon senso di un comandante che,
insonnolito dal cibo e dal vino, dopo aver lasciato il nemico tagliato
fuori alle spalle, non si preoccupò minimamente dei suoi compagni che
chiudevano la fila: quando poi si imbatté in questi uomini che, accecati
dalla rabbia, disperavano per la vita del loro padrone, incappò in quelle
pene che servi fedeli gli fecero pagare in cambio della vita del loro
signore. 57 Allora perché poi lì affrancò? Temeva di essere denunciato, è
evidente, temeva che non potessero sopportare il dolore fisico, che
fossero costretti dagli strumenti di tortura a confessare di avere ucciso
loro, servi di Milone, Publio Clodio lungo la via Appia. Che bisogno c'è
di un carnefice? Cosa vuoi sapere? Se Milone ha ucciso? Sì, l'ha fatto; a
torto o a ragione? Non sono affari che riguardino il boia; l'indagine
sull'accaduto va svolta sul tavolaccio delle torture, quella sul diritto
spetta ai giudici.
XXII Quanto, dunque, si deve ricercare in una causa, lo si cerchi qui;
quanto si vuole trovare servendosi della tortura, lo dichiariamo noi. Se
uno mi domanda perché Milone ha reso liberi i suoi servi anziché colmarli
di doni più generosi, non sa criticare il gesto del suo nemico. 58 Lo
stesso Marco Catone qui presente, che ha sempre parlato in modo coerente e
coraggioso, ha già espresso il suo parere, e ha asserito, durante una
turbolenta assemblea popolare, resa tuttavia tranquilla dal suo autorevole
intervento, che erano assolutamente degni non solo della libertà, ma anche
di regali di ogni genere, gli schiavi che avessero difeso la vita del loro
padrone. Quale ricompensa, infatti, è abbastanza generosa per servi così
devoti, così virtuosi, così fedeli, ai quali deve la sua vita? Del resto,
essere scampato alla morte non è così rilevante come, grazie a loro, il
non aver saziato con il suo sangue e con le sue ferite l'animo e gli occhi
di un nemico estremamente crudele. Se Milone non li avesse affrancati, si
sarebbero dovuti sottoporre alle torture quelli che avevano salvato il
loro padrone e, vendicando un atto delittuoso, tenuta lontana da lui la
morte. Ma costui, nelle sue disgrazie, almeno una cosa non sopporta a
malincuore: il pensiero che, indipendentemente da quello che gli accadrà,
ha pagato il premio che loro si sono meritati. 59 Eppure, gli
interrogatori che si stanno svolgendo adesso nel palazzo della Libertà,
aggravano la posizione di Milone. Di quali schiavi si tratta? E me lo
chiedi? Di quelli di Publio Clodio. Chi ha richiesto il loro
interrogatorio? Appio. Chi li ha accompagnati a testimoniare? Appio. E da
dove venivano? Dalla casa di Appio. Bontà degli dèi! Quale procedura più
rigorosa si potrebbe seguire? [Non è per nulla legale far domande ai servi
a proposito del loro padrone: a meno che non si tratti di un atto
sacrilego come quello di Clodio.] Ecco Clodio a un passo dagli dèi, a loro
più vicino di quanto lo fosse allora, quando penetrò sino a loro: si
indaga sulla sua morte come se si fossero violate cerimonie sacre.
Tuttavia i nostri predecessori non vollero che si indagasse sul padrone,
non perché non si potesse giungere alla verità, ma perché sembrava una
cosa ignobile e più triste della morte stessa del padrone: quando contro
l'accusato si interroga un servo dell'accusatore, si può giungere alla
verità? 60 Su, avanti, di che tenore poteva essere l'interrogatorio?
Facciamo un esempio: «Ehi tu, Rufione! Stai attento a non mentire. È stato
Clodio a tendere un'imboscata a Milone?» - «Sì»: gli tocca certamente la
forca. - «No»: ed è sua la sospirata libertà. Che cosa esiste di più serio
di questo interrogatorio? Loro, quelli tratti a testimoniare, in quattro e
quattr'otto sono separati dai compagni, gettati in cella perché nessuno
possa parlare con loro. Dopo essere stati per cento giorni a disposizione
dell'accusatore, da quello stesso vengono presentati come suoi testimoni
in tribunale. C'è un interrogatorio più imparziale e più onesto? XXIII 61
Se non vedete ancora ben chiaro, con mente limpida e imparziale, e
nonostante tante prove e indizi illuminanti, che Milone, senza essere
macchiato da alcun delitto, senza provare alcuna paura, per nulla
tormentato dal rimorso, se ne tornò a Roma, non dimenticate, in nome degli
dèi immortali, con quanta fretta rientrò, quale fu il suo ingresso nel
foro mentre la curia andava a fuoco, quali la grandezza del suo animo,
l'espressione del volto e le parole. E si consegnò non solo al popolo, ma
anche al senato, non solo al senato, ma anche alle scorte armate che
presiedono all'ordine pubblico, e poi non solo a queste, ma anche al
potere di colui al quale il senato aveva affidato tutta la repubblica,
tutta la gioventù italica, tutto il potere militare romano. Certamente
Milone, se non avesse confidato nella sua causa, non si sarebbe mai
consegnato a Pompeo, tanto più che Pompeo ascoltava ogni chiacchiera, era
pieno di timori, era molto sospettoso, e talvolta gli piaceva credere a
quel che gli si raccontava. Grande è la forza della coscienza, giudici,
grande per il colpevole e per l'innocente, così chi non ha commesso nulla
non ha da temer nulla, e chi si è reso colpevole crede che gli si presenti
sempre davanti agli occhi la punizione. 62 Il senato, inoltre, appoggiò
sempre la causa di Milone e non senza una valida ragione. Erano, infatti,
uomini molto saggi e coglievano il motivo della sua azione, la prontezza
d'animo e la determinatezza nel difendersi. Non avrete dimenticato,
giudici, i discorsi e le opinioni non solo degli avversari politici di
Milone, ma anche di alcuni male informati, non appena fu annunciata la
morte di Clodio? Dicevano che non si sarebbe più fatto vedere a Roma. 63
Se, infatti, per l'ira e la disperazione avesse agito così, se accecato
dall'odio avesse massacrato il nemico, avrebbe dato alla morte di Publio
Clodio - essi pensavano - così importanza da privarsi, dopo aver saziato
il suo odio col sangue nemico, serenamente della patria; se avesse voluto
con quella morte liberare la patria, dopo aver salvato a suo rischio il
popolo romano, non avrebbe esitato a rimettersi alla legge con animo
sereno, a portar via con sé una fama eterna, a lasciare a noi la
possibilità di godere dei beni da lui messi al sicuro. Molti parlavano
anche di Catilina e delle sue atrocità: «Piomberà qua all'improvviso, si
impadronirà di qualche punto strategico, dichiarerà guerra alla patria».
Come sono sfortunati, a volte, i cittadini che hanno ben meritato dello
stato: gli uomini non solo dimenticano le loro azioni più nobili, ma anche
nutrono nei loro confronti sospetti infamanti! 64 Sospetti che, per altro,
si rivelarono infondati; ma che sarebbero, invece, stati veri, se Milone
avesse fatto qualcosa che non poteva difendere con onestà e sincerità.
XXIV E poi? Con quanto ardore, dèi immortali, tenne fronte a quelle accuse
che gli fecero ricadere addosso, accuse che avrebbero schiacciato anche
chi avesse avuto sulla coscienza colpe da nulla. Le respinse? No, anzi, le
disdegnò e non diede alcuna importanza a quelle accuse che né un
delinquente incallito né un innocente, se non fosse stato un uomo forte e
coraggioso, avrebbero potuto ignorare. Si denunciava l'esistenza di una
gran quantità di scudi, di spade, di giavellotti, persino di catene, che
gli si sarebbero potuti sequestrare; correva voce che non ci fosse un solo
quartiere o vicolo in tutta la città in cui non fosse stata affittata una
casa per Milone; si sosteneva che armi fossero state trasportate lungo il
Tevere sino alla villa di Ocricoli, che la sua casa alle pendici del
Capitolino fosse stipata di scudi e traboccante di ogni sorta di
proiettili incendiari fabbricati apposta per dar fuoco alla città. Cose
del genere non solo furono riferite, ma quasi credute, e non furono
respinte prima di aver indagato. 65 Io lodavo il comportamento
estremamente scrupoloso di Gneo Pompeo, ma ora parlerò in tutta
franchezza, giudici. Troppe voci sono costretti ad ascoltare, e non
possono fare diversamente, quelli a cui si è affidata tutta la repubblica.
Egli dovette persino ascoltare la deposizione di un popa, un non so quale
Licinio della zona del Circo Massimo, secondo cui nella sua taverna alcuni
servi di Milone, completamente ubriachi, avevano confessato di avere
ordito una congiura per uccidere Gneo Pompeo; in séguito, uno di loro lo
avrebbe accoltellato perché non andasse a denunciarli. Pompeo viene
informato della cosa nei suoi giardini; tra i primi sono convocato io: su
consiglio degli amici riferisce la faccenda al senato. Di fronte a un
sospetto così grave, da parte dell'uomo che vegliava sulla sicurezza mia e
della patria, non potevo non essere paralizzato dalla paura; nondimeno ero
meravigliato che si prestasse fede a un popa, si ascoltasse la confessione
di servi, si considerasse una ferita nel fianco, che sembrava una puntura
d'ago, come fosse il colpo di un gladiatore. 66 In realtà, credo, Pompeo
più che avere timore, prendeva delle precauzioni non solo nei confronti di
ciò che si doveva temere, ma nei confronti di tutto, per evitare che a
dover temere qualcosa foste voi. Si sparse la notizia che per molte ore
della notte si era presa d'assalto la casa di Caio Cesare, uomo famoso e
di grandissimo coraggio. Nessuno aveva sentito, pur trattandosi di un
luogo tanto frequentato, nessuno se ne era accorto; tuttavia, vi si
prestava ascolto. Io non potevo immaginare che Gneo Pompeo, uomo di così
grande coraggio, fosse pavido; non consideravo per nulla esagerati i suoi
scrupoli, anche perché le sorti dell'intera repubblica dipendevano da lui.
Poco tempo fa, in una seduta del senato assai affollata, tenutasi sul
Campidoglio, fu trovato un senatore il quale sosteneva che Milone aveva un
pugnale; si spogliò nel bel mezzo del tempio sacro, e, dato che la
condotta di vita di un tale cittadino e di un tale uomo non era una
sufficiente garanzia, tacque e furono i fatti a parlare.
XXV 67 Tutte le dicerie si rivelarono false e perfidamente inventate. Se,
tuttavia, oggi si teme Milone, non è perché è accusato di avere ucciso
Clodio: per i tuoi sospetti proviamo orrore, Gneo Pompeo, - parlo con te,
e ad alta voce, perché tu possa udirmi distintamente sì, per i tuoi
sospetti. Se hai paura di Milone, se credi che lui ora mediti qualche
azione funesta per la tua vita o che abbia un tempo tramato qualche gesto
inconsulto, se hai armato contro l'attacco di Milone le leve arruolate in
tutta Italia, come andavano dicendo alcuni tuoi incaricati, questi uomini,
le coorti di stanza al Campidoglio, le sentinelle notturne e diurne e uno
scelto gruppo di giovani, che sorveglia la tua casa e te stesso, se hai
allestito, disposto e diretto contro lui solo tutto ciò, allora certamente
si attribuiscono a costui una grande energia, un incredibile coraggio,
forze e mezzi non di un solo uomo; non può essere che così se si è scelto
il miglior comandante e si sono fornite armi all'intero stato contro di
lui solo. 68 Ma, chi non capisce che tutte le parti della repubblica
indebolite e traballanti ti sono state affidate, perché le risanassi e le
consolidassi anche con queste armi? Se, però, tu avessi dato a Milone la
possibilità, ti avrebbe sicuramente dimostrato che mai nessun uomo fu più
caro a un altro uomo di quanto tu lo sei a lui; che non fuggì mai alcun
rischio pur di guadagnarsi la tua stima; che per difendere la tua gloria
più e più volte lottò contro quella terribile piaga; che il suo tribunato
fu guidato dai tuoi consigli per la mia salvezza, che ti era carissima;
che successivamente fu da te difeso quando in gioco c'era la sua vita, e
aiutato durante la campagna elettorale per la pretura; che aveva sperato
di poter contare per sempre su due solide amicizie, la tua per i benefici
tuoi, la mia per i suoi. Se, comunque, non fosse riuscito a convincerti,
se questo sospetto si fosse così profondamente radicato in te, da non
poterlo in alcun modo smuovere, se infine l'Italia non avesse mai trovato
pace dagli arruolamenti e la città dalle armi senza la rovina di Milone,
allora sì che Milone non avrebbe esitato a lasciare la sua patria, lui che
così è nato e così fu solito vivere; ma prima avrebbe chiamato te, Magno,
come testimone, cosa che fa anche ora. XXVI 69 Vedi quanto sia varia e
mutevole l'essenza stessa della vita, quanto capricciosa e instabile la
sorte, quanto grandi le infedeltà nelle amicizie, quante le ipocrisie
dovute alle circostanze, quante le fughe delle persone più intime nel
pericolo, quanti i gesti vigliacchi. Ma verrà, verrà certo il tempo e
spunterà prima o poi il giorno in cui tu, ti auguro senza danno per le tue
cose, forse per un certo mutamento della situazione generale, - e con
quanta frequenza ciò accada dovremmo per esperienza saperlo -, sentirai la
mancanza della devozione di un vero amico, della fedeltà di una persona
molto seria, e della grandezza d'animo dell'uomo più coraggioso che si
conosca. 70 Del resto, chi potrebbe credere che Gneo Pompeo, fine
conoscitore del diritto pubblico, delle tradizioni degli antichi e degli
affari di stato, ricevuto dal senato il compito di fare in modo che la
repubblica non andasse in rovina -, e sulla base di questa formula
concisa, i consoli furono sempre sufficientemente armati, senza dar loro
altre armi -, ricevuto un esercito e il potere di fare arruolamenti,
sarebbe ricorso a un processo per punire i disegni di chi con la sua
violenza impediva i processi stessi? Pompeo si è poi pronunciato in modo
sufficientemente chiaro sulla falsità delle accuse contro Milone; ha
avanzato una proposta di legge con cui, da quanto capisco, vi obbliga ad
assolvere Milone, e voi - sono tutti concordi nell'ammetterlo - lo potete
fare. 71 Il fatto che Pompeo se ne stia seduto là, circondato da un
pubblico presidio, dimostra ampiamente che non vuole spaventarvi, - non
sarebbe indegno di lui costringervi a condannare voi Milone, che egli
stesso potrebbe punire secondo la tradizione dei nostri antenati e in
virtù dei suoi poteri? -, ma vuole difendervi e aiutarvi a capire che
siete liberi di esprimere le vostre opinioni, opponendovi all'assemblea
popolare di ieri.
XXVII 72 Quanto a me, giudici, tutto il trambusto fatto dai Clodiani non
mi scompone affatto, e non sono così folle, così all'oscuro ed estraneo
alle vostre idee da ignorare la vostra opinione sulla morte di Clodio. Se
già non avessi confutato l'accusa, come ho fatto, a Milone sarebbe
tuttavia lecito, senza temere punizioni, proclamare davanti a tutti questa
gloriosa menzogna: «Sono stato io, sono stato io a uccidere non Spurio
Melio, che, facendo calare il prezzo del grano e sperperando il patrimonio
familiare, venne sospettato di aspirare al potere assoluto perché sembrava
abbracciare un po' troppo la causa della plebe romana; non Tiberio Gracco,
che privò il suo collega della carica di tribuno per mezzo di una rivolta,
e i cui assassini riempirono il mondo della gloria del loro nome, ma
colui» - non avrebbe, infatti, vergogna a dirlo, perché ha liberato la
patria a suo rischio e pericolo - «il cui nefando adulterio, consumato sui
pulvinari votati agli dèi, fu scoperto dalle più nobili matrone; 73 colui,
con la cui condanna il senato spesso ritenne che si dovessero espiare le
solenni cerimonie violate; colui, che Lucio Lucullo, fatte le debite
ricerche, denunciò sotto giuramento, dicendo di avere scoperto che si era
unito carnalmente in uno scandaloso incesto con la sorella; colui, che
cacciò dalla patria con le armi dei suoi servi un cittadino, ritenuto dal
senato, dal popolo romano, da tutte le genti salvatore della città di Roma
e della vita dei suoi abitanti; colui, che diede, tolse, spartì regni e
terre con chi volle; colui, che, dopo innumerevoli stragi nel foro, con la
forza delle armi fece barricare in casa un uomo di particolare valore e
fama; colui, per il quale non vi fu mai cosa illecita, né nei suoi
delitti, né nelle sue passioni; colui, che diede fuoco al tempio delle
Ninfe per distruggere l'elenco ufficiale del censo, trascritto nei
registri pubblici; 74 colui, per cui, infine, non esisteva alcuna legge,
alcuna norma fondamentale del diritto civile, nessuna delimitazione di
confine dei suoi possedimenti; colui, che cercava di avere i terreni
altrui non con pretestuosi cavilli, non con ingiuste rivendicazioni e
querele, ma muovendo l'accampamento, l'esercito e le insegne; colui, che
tentò di scacciare dai loro possedimenti, sempre con l'impiego delle armi,
non solo gli abitanti dell'Etruria - infatti provava per loro un profondo
disprezzo, ma anche il qui presente Publio Vario, ottimo e fortissimo
cittadino, nostro giudice; colui, che percorreva in lungo e in largo ville
e giardini non suoi con architetti e pertiche di dieci piedi; colui, che
aveva la speranza di coprire presto con i suoi possedimenti tutta l'area
che va dal Gianicolo alle Alpi; colui, che, non avendo ottenuto
dall'illustre e forte cavaliere romano Marco Paconio di vendergli
l'isolotto nel lago Prilio in un battibaleno, con delle barchette,
trasportò su quel pezzo di terra legname, calce, pietre, sabbia e non
esitò a costruirsi una casa sul suolo altrui, sotto gli occhi del
legittimo proprietario che guardava dall'altra riva; 75 colui, che a
questo Tito Furfanio, a quale uomo, dèi immortali! (ma che dire di
Scanzia, una povera donna, e del giovane Publio Apinio? minacciò entrambi
di morte, se non gli avessero lasciato il possesso dei loro giardini), a
Tito Furfanio, appunto, ebbe il coraggio di dire che, se non gli avesse
dato tutto il denaro che chiedeva, gli avrebbe messo in casa un cadavere,
per suscitare l'odio contro di lui, contro un tale uomo; colui, che privò
di un fondo di sua proprietà il fratello Appio, mio fedelissimo amico,
mentre era lontano; colui, che incominciò ad alzare un muro attraverso il
vestibolo della sorella, ne gettò le fondamenta, così da privarla non solo
del vestibolo, ma anche di ogni entrata e della soglia».
XXVIII 76 Questa situazione sembrava ormai tollerabile, anche se in egual
modo attaccava violentemente la repubblica, i cittadini privati, gli
stranieri, i parenti, gli estranei, gli intimi; non so come, lo spirito di
sopportazione della città, davvero incredibile, sembrava divenuto
indifferente e insensibile per l'abitudine. Come avreste potuto sopportare
o neutralizzare gli atti di prepotenza di allora o quelli che già ci
minacciavano? Se egli avesse ottenuto la carica di pretore - tralascio gli
alleati, i paesi stranieri, i re, i tetrarchi; infatti avreste fatto dei
voti perché scatenasse la sua ira contro quelli, piuttosto che contro i
vostri possedimenti, le vostre case, il vostro denaro - denaro, dico? Non
avrebbe mai tenuto a freno i più bassi istinti verso i vostri figli, Dio
ci assista, e verso le vostre mogli! Vi sembrano immaginarie cose che sono
evidenti, che sono note a tutti, che si possono toccare con mano, e, cioè
che avrebbe arruolato un esercito di servi in città, con cui entrare in
possesso dell'intero stato e dei beni privati di tutti?
77 Pertanto, se Tito Annio, tenendo in mano un pugnale grondante di
sangue, gridasse: «Prestate attenzione, vi prego, e ascoltatemi,
cittadini! Io ho ucciso Publio Clodio, io ho respinto dalle vostre teste,
con questo coltello e con questa destra, i suoi gesti inconsulti, che non
potevamo frenare né con leggi, né con tribunali, così che per solo mio
merito in questa città regneranno il diritto, la giustizia, le leggi, la
libertà, l'onestà e il rispetto reciproco», si dovrebbe davvero temere la
reazione della gente? Chi ora, infatti, non esprimerebbe la sua
approvazione, chi non si complimenterebbe, chi non direbbe e non
sentirebbe nell'animo che a memoria d'uomo Tito Annio è stato il più utile
allo stato, e ha recato la più grande gioia al popolo di Roma, all'Italia
intera e a tutte le genti? Non posso valutare l'intensità delle antiche
gioie del popolo romano; eppure il nostro tempo ne ha viste di vittorie a
opera di comandanti eccezionali, una più famosa dell'altra, ma nessuna di
queste ha portato un'allegria così intensa e profonda. Ricordatevelo,
giudici. 78 Io spero che voi e i vostri figli assisterete a molti
avvenimenti felici nella repubblica; in ognuna di quelle gioiose
circostanze, sempre penserete che, vivo Publio Clodio, non avreste avuto
nessuna di quelle gioie. Visto che quest'uomo eccezionale sarà console,
che è stata frenata la dissolutezza degli uomini, che si sono infrante le
loro passioni, che si sono creati leggi e tribunali, abbiamo una speranza
grandissima e, io credo, fondata che questo stesso anno sarà salutare per
la città. C'è forse qualcuno tanto stupido da credere che sarebbe stato lo
stesso se Publio Clodio fosse ancora vivo? E che? Quale certezza di
continuare a possedere i beni, strettamente personali e vostri, avreste
potuto avere, con un pazzo furioso come lui a fare il bello e il cattivo
tempo?
XXIX Io non temo, giudici, di sembrare uno che, acceso dal risentimento
per inimicizie personali, vomita parole di fuoco contro di lui, più per
soddisfazione mia che per amore della verità. Infatti, anche se in me era
l'odio personale a prevalere, egli era comunque un nemico di tutti, tanto
che i miei sentimenti ostili si riflettevano, quasi con la stessa
intensità, nell'odio comune. Non è possibile spiegare a parole con
sufficiente chiarezza, neppure immaginare, quanta scelleratezza fosse in
lui, quanta capacità distruttiva. 79 Quindi, fate attenzione, giudici.
Questa è l'inchiesta a proposito della morte di Publio Clodio. Immaginate
- le nostre fantasie, infatti, non hanno freni, e si concentrano su ciò
che vogliono, così come noi vediamo nella realtà gli oggetti che abbiamo
davanti agli occhi -, immaginate, dunque, che lo abbia questa proposta:
voi assolvete Milone, ma a patto che Publio Clodio risorga. Perché siete
impalliditi in volto? Quale impressione vi farebbe da vivo, se, ora che è
morto, il vano pensiero che risorga è riuscito a terrorizzarvi? Ma come!
Se lo stesso Gneo Pompeo, che è tanto valoroso e fortunato da riuscire
sempre là dove tutti, tranne lui, falliscono, se costui, ripeto, avesse
avuto l'opportunità o di istituire un processo per indagare sulla morte di
Publio Clodio o di richiamarlo dagli inferi, quale delle due cose credete
che avrebbe preferito? Se anche, a titolo di amicizia avesse voluto
evocarlo dall'aldilà, per il bene della repubblica non lo avrebbe fatto.
Quindi, voi giudici sedete qui per vendicare la morte di un individuo a
cui non restituireste la vita anche se vi credeste in grado di farlo; è
stato aperto un procedimento sulla sua morte, in virtù di una legge che,
se avesse avuto il potere di riportarlo in vita, non sarebbe mai stata
approvata. Se Milone lo avesse ucciso con premeditazione, confessandolo,
dovrebbe temere una punizione da parte di chi ha liberato da un incubo? 80
I Greci conferiscono onori divini agli uccisori dei tiranni. - Quali
riconoscimenti ho visto in Atene, quali in altre città della Grecia!
Cerimonie religiose, canti, opere in poesia sono riservate a uomini del
genere! Attraverso il culto e la memoria essi diventano quasi immortali.
Voi, invece, non solo non conferirete alcun onore a chi ha salvato il
popolo di Roma, a chi ha punito un misfatto tanto grave, ma permetterete
anche che venga condannato? Lui, però, se fosse responsabile del fatto,
confesserebbe, dico, confesserebbe di aver compiuto con grande coraggio e
con piacere, in nome della comune libertà, ciò che non dovrebbe soltanto
confessare, ma di cui dovrebbe andare fiero.
XXX 81 E quindi, se non nega un'azione da cui non può chiedere nulla, se
non di essere perdonato, esiterebbe a confessare la paternità di un gesto
da cui si dovrebbero anche esigere premi e riconoscimenti? A meno che non
sia convinto di esservi più gradito come difensore della propria
incolumità che della vostra; tanto più che, confessando ciò, nel caso che
voleste essergli grati, potrebbe ottenere le più alte cariche. Se invece
il suo gesto non vi trovasse d'accordo - ma come potrebbe a qualcuno non
riuscire gradita la propria salvezza? -, tuttavia, se l'azione di valore
di un uomo tanto coraggioso non avesse trovato consenso da parte dei suoi
concittadini, egli se ne andrebbe con coraggio e determinazione da una
città ingrata. Quale ingratitudine sarebbe più grande del fatto che,
mentre tutti si rallegrano, solo lui, al quale si deve questa allegria,
debba dolersi? 82 Eppure, quando si trattava di reprimere i traditori
della patria, ci siamo sempre trovati tutti d'accordo, così pensavamo che,
se nostra sarebbe stata la gloria, nostro era anche il pericolo e
l'impopolarità. Infatti, quale riconoscimento mi si dovrebbe tributare se,
quando nell'anno del mio consolato ho osato tanto per voi e i vostri
figli, avessi creduto di poter realizzare il mio scopo senza rischiare
nulla? Quale donna non avrebbe il coraggio di uccidere un cittadino
malvagio e pericoloso, se non temesse il pericolo? Ma chi, avendo ben
chiaro cosa significhino impopolarità, morte, castigo, difende lo stato
con non minore energia, costui lo si deve considerare un vero uomo. Dovere
del popolo riconoscente è premiare i cittadini che hanno ben meritato
della repubblica, quello dell'uomo forte non lasciarsi indurre, nemmeno
dai supplizi, a pentirsi di avere agito con coraggio. 83 Per questo Tito
Annio potrebbe servirsi della stessa confessione di Ahala, di Nasica, di
Opimio, di Mario, persino della nostra, e sarebbe contento se lo stato
gliene fosse grato; se, invece, non lo fosse, si sentirebbe tuttavia a
posto con la sua coscienza, pur in gravi circostanze.
La Fortuna del popolo romano, la vostra buona stella, e gli dèi immortali
esigono che si riconosca loro il merito di questo beneficio. Nessuno
potrebbe pensare diversamente, se non chi vive nella convinzione che non
esista alcuna forza superiore o volontà divina, che non è convinto nemmeno
dalla grandezza della nostra potenza, né dal sole, dal movimento del cielo
e degli astri, né dall'avvicendarsi ben ordinato dei casi umani e, peggio
ancora, neppure dalla saggia devozione dei nostri antenati che
tramandarono a noi, loro successori, i riti, le cerimonie sacre e gli
auspici, da loro venerati in prima persona con estrema scrupolosità. XXXI
84 C'è, c'è senz'altro quella forza divina, e in questi nostri corpi, in
questa nostra imperfezione non esiste niente di umano che sia così pieno
d'energia e di sentimento, né esiste nello splendido e possente moto degli
eventi di natura. A meno che non credano per il semplice fatto che questa
forza non appare, non si riconosce; ma è un po' come se potessimo vedere e
cogliere a pieno l'essenza e l'ubicazione della nostra stessa mente, che
ci permette di essere intelligenti, di prendere decisioni, di agire e di
usare la parola. Dunque, quella stessa forza, che più volte ha regalato a
questa città successo e ricchezze inenarrabili, ha distrutto e
neutralizzato quel pericolo pubblico, a cui prima ha infuso il coraggio
necessario per irritare con la violenza e provocare con le armi il più
valoroso degli uomini, poi ha fatto in modo che fosse vinto da lui, perché
se Clodio avesse vinto, avrebbe ottenuto perpetua impunità e licenza di
agire. 85 No, giudici, l'uccisione di Clodio non è avvenuta per la
semplice volontà di un uomo, e nemmeno per un intervento poco convinto da
parte degli dèi immortali. In verità, persino i luoghi che hanno visto
quella belva cadere, sembra che si siano turbati e che abbiano reclamato
la loro parte di diritto su di lui. Voi, boscose collinette albane, sì,
voi, dico, chiamo a testimoni e imploro, e voi, altari sepolti, già
oggetto di venerazione presso gli Albani e associati poi al culto del
popolo romano, che quello, in preda alla follia, tagliati e abbattuti
tutti gli alberi dei boschi sacri, aveva schiacciato con le fondamenta per
chissà quali assurde costruzioni. Fu allora che deste prova di tutto il
vostro potere, fu allora che prevalse la vostra forza, che lui aveva
calpestato con ogni sorta di crimine; e tu, dall'alto del tuo colle, santo
Giove Laziare, i cui laghi, i cui boschi, i cui territori aveva spesso
infangato con i più turpi atti di violenza, hai finalmente aperto gli
occhi per punirlo; ma, per voi, sì, e davanti a voi sono state espiate le
colpe, in modo giusto e dovuto, per quanto tardivo. 86 A meno che non si
voglia attribuire al caso la prima ferita, quella che lo portò a morire
atrocemente, dinanzi al tempietto della Bona dea - che si trova nel campo
di Tito Serto Gallo, giovane veramente onesto e distinto -, sì, davanti
alla dea Bona, là dove Clodio diede inizio allo scontro, appare evidente
che, lungi dall'aver evitato il castigo in séguito a una sentenza
scandalosa, gli era stata riservata una pena esemplare. XXXII E in realtà
l'ira degli dèi sconvolse la mente ai suoi partigiani, al punto che lo
gettarono in mezzo alla piazza e gli diedero fuoco, senza immagini, senza
canti né giochi, senza esequie, senza lamenti, senza discorsi elogiativi,
senza corteo funebre, tutto lordo di sangue e di fango, privato della
pompa di quel giorno supremo durante il quale persino i nemici, di solito,
sentono il dovere di inchinarsi. Non credo che gli dèi avrebbero gradito
che i ritratti degli uomini più illustri rendessero qualche onore a
quell'odioso assassino, sempre ostile alla patria: per far scempio del suo
cadavere non c'era posto migliore di quello dove si era decisa la sua
condanna.
87 In nome di Giove Fidio, a me sembrava che la Fortuna del popolo romano
fosse stata dura e crudele, perché per tanti anni permise a Clodio di
insultare questa repubblica. Aveva infranto il mistero di una sacra
cerimonia con un atto sacrilego; non aveva rispettato i provvedimenti più
importanti del senato; aveva pubblicamente corrotto i giudici; quand'era
tribuno, aveva preso di mira il senato; aveva cancellato con un colpo di
spugna quanto si era fatto con il consenso di tutti gli ordini per il bene
dello stato; aveva scacciato me dalla patria, aveva confiscato i miei
beni, aveva incendiato la mia casa, maltrattato i miei figli e mia moglie;
a Gneo Pompeo aveva sfacciatamente dichiarato guerra; aveva fatto strage
di magistrati e privati cittadini; aveva dato fuoco all'abitazione di mio
fratello, messo sottosopra l'Etruria con le sue incursioni, privato molti
di case e ricchezze; ci stava addosso, ci premeva; la città, l'Italia, le
province e i regni non potevano porre un freno alla sua devastante follia;
già nella sua casa si incidevano leggi che ci avrebbero resi schiavi della
nostra servitù; non c'era proprietà di chicchessia a cui egli non mirasse
e che non pensasse di far sua nell'arco dell'anno. 88 Nessuno, tranne
Milone, si opponeva ai suoi piani. Clodio era convinto che perfino colui
che era capace di tenergli testa, fosse in qualche modo vincolato dalla
recente riconciliazione; andava dicendo di poter disporre anche del potere
di Cesare; le persone che si erano interessate alla mia causa le aveva
messe brutalmente a tacere. Solo Milone lo incalzava.
XXXIII A questo punto gli dèi immortali, come ho già detto, suggerirono a
quel pazzo perverso l'idea di tendere un agguato a Milone. Quella peste
non avrebbe potuto finire in modo diverso; lo stato non ce l'avrebbe mai
fatta a punirlo, rispettando la legge. E senato, almeno credo, avrebbe
potuto limitare la sua autorità, se fosse diventato pretore; ma analoghi
sforzi non avevano ottenuto risultati neppure quando costui era privato
cittadino. 89 E i consoli avrebbero avuto la forza necessaria per porre il
veto a lui, pretore? Anzitutto, ucciso Milone, avrebbe avuto consoli a lui
devoti; e poi quale console avrebbe avuto il coraggio di sfidare un
pretore come lui, ricordando che da tribuno si era accanito contro un
rappresentante dell'istituzione consolare? Avrebbe schiacciato, posseduto,
tenuto stretto tutto; secondo una nuova legge, ritrovata in casa sua
insieme alle altre leggi clodiane, avrebbe reso i nostri schiavi suoi
liberti. Quindi, se gli dèi immortali non avessero indotto
quell'effeminato a tentare di uccidere un uomo fortissimo, oggi non
avreste nessuna repubblica. 90 Forse che da vivo e da pretore, anzi da
console - ammesso che questi templi e queste stesse mura fossero rimasti
in piedi tanto a lungo da vederlo rivestire la toga consolare -, non
avrebbe fatto niente di male, lui che è riuscito da morto a dar fuoco alla
Curia per mano di uno dei suoi uomini? Che cosa abbiamo visto di più
vigliacco, meschino o doloroso di questa azione? Il tempio
dell'inviolabilità, delle più alte cariche, dell'intelligenza, del senno
di tutti, il punto di riferimento della città, l'ara dei nostri alleati,
il rifugio di tutte le genti, la sede affidata all'unanimità al solo
ordine senatorio, l'abbiamo vista bruciata, distrutta, profanata, e ciò
non è accaduto per colpa di una folla impazzita - per quanto il gesto
sarebbe già deprecabile di per sé -, ma per la responsabilità di uno solo.
Colui, che ha avuto l'ardire di fare il becchino di Clodio cadavere, che
cosa non avrebbe osato come suo braccio destro, finché era vivo? Preferì
gettarlo nella curia, perché da morto la riducesse a un rogo, mentre da
vivo l'aveva messa sottosopra. 91 E c'è gente che si lamenta di quanto è
accaduto sulla via Appia, ma non spende una parola sulla curia, convinta
che si sarebbe potuto difendere il foro dalle ingerenze di Clodio vivo,
mentre nemmeno al suo cadavere la curia è riuscita a resistere! Se ne
siete in grado, provate, provate a resuscitarlo; saprete contenere la
furia di un uomo il cui cadavere insepolto quasi non siete riusciti a
fermare? Siete forse riusciti a trattenere chi accorreva alla curia e al
tempio di Castore con torce o falci in mano, e gli altri che, armati di
spada, si agitavano per tutto il foro. Siete stati testimoni del massacro
del popolo romano e di un'assemblea sciolta a colpi di spada, mentre in
silenzio ascoltava il discorso del tribuno della plebe Marco Celio, uomo
importantissimo nella repubblica, coerente fino all'eccesso in ogni causa
da lui abbracciata, dedito ad assecondare le richieste della gente onesta
e l'autorità del senato, legato a Milone, sia nella malasorte sia al
culmine della fortuna, da una fedeltà incredibile, divina.
XXXIV 92 Ma ormai ho speso già fiumi di parole per questa causa, anzi
forse ho parlato fin troppo e non sempre a proposito. Che cosa mi resta da
fare se non pregare e scongiurare voi, giudici, perché concediate a un
uomo tanto coraggioso quella pietà che lui non implora, ma che io imploro
e richiedo, anche se egli non ne vuol sapere? Se in mezzo alla commozione
generale non avete scorto la benché minima lacrima sul volto di Milone, se
vedete l'espressione di sempre, fermi e impassibili il timbro della voce e
le parole, non vogliate per questo non perdonarlo; non so se questa non
sia una ragione per aiutarlo di più. E infatti, se durante gli scontri tra
i gladiatori - dunque tra uomini infimi per condizione e fortuna - di
solito detestiamo quelli che hanno paura e vengono a implorare supplici il
diritto alla vita, mentre desideriamo salvare i forti e i coraggiosi, che
si dimostrano disposti ad affrontare con audacia la morte, e proviamo
maggior compassione per quelli che non chiedono la nostra pietà, rispetto
a chi insiste per ottenerla, altrettanto dovremmo fare nei confronti di
cittadini che mostrano di avere coraggio.
93 Dilaniano e spezzano il mio cuore, giudici, le parole di Milone, che
ascolto ripetutamente e con le quali ho quotidiana familiarità. Ecco cosa
dice: «Stiano bene, stiano bene i miei concittadini; siano sani e salvi,
fiorenti, felici; questa mia città, a me patria carissima, sia famosa,
qualunque sia il giudizio che esprimerà sul mio conto; possano i miei
concittadini godere di una repubblica serena, anche senza di me, poiché
non mi spetta di gioire con loro, ma per merito mio. Me ne andrò in
esilio. Se proprio non potrò cogliere i frutti di una sana
amministrazione, almeno mi sarò liberato dell'incubo di una tirannide e,
non appena avrò trovato una città ben governata e libera, vi stabilirò la
mia dimora».
94 E poi aggiunge: «Quanta fatica per niente, quante illusorie speranze,
quanti pensieri inutili! Quando io, mentre lo stato era oppresso, mi
dedicai, in qualità di tribuno della plebe, alla causa del senato, che
avevo trovato privo ormai di ogni potere, ai cavalieri romani, le cui
forze andavano spegnendosi, alla gente perbene, che si era spogliata di
tutti i suoi diritti di fronte alle armi dei Clodiani, avrei mai potuto
immaginare che mi sarebbe venuto a mancare il sostegno dei cittadini
onesti? E quando io», questo me lo ripete molto spesso, «ti ho restituito
alla patria, avrei potuto credere che in patria non ci sarebbe stato un
posto per me? Dove sono andati a finire ora il senato che ho sempre
appoggiato, cavalieri romani a te devoti, dove sono gli abitanti dei
municipi a me favorevoli e le voci che si alzavano da tutta Italia, dove,
infine, le tue parole di difesa, Marco Tullio, che a moltissimi furono
d'aiuto? Solo a me, che per te ho rischiato più di una volta di morire, il
tuo intervento non servirà a nulla?».
XXXV 95 A dire il vero, mi fa queste confidenze e non versa una lacrima,
al contrario di me ora, giudici, ma parla con la medesima espressione che
vedete adesso sul suo volto. Nega, infatti, nega di aver fatto quel che ha
fatto per cittadini ingrati, ma non nega di averlo fatto per gente
spaventata e timorosa di ogni pericolo. Quanto alla plebe e alla
volgarissima gentaglia, che, capitanata da Publio Clodio, attentava alle
vostre ricchezze, ricorda di averla tratta a sé, per tutelare la vostra
vita, non solo piegandola con i suoi atti di valore, ma anche
ingraziandosela con denaro attinto dalle sue tre eredità familiari; Milone
è, quindi, abbastanza tranquillo: ha placato la plebe allestendo i ludi
gladiatorii, ha guadagnato la vostra stima con le sue eccezionali
benemerenze nei confronti dello stato. Sostiene poi che spesso in questi
ultimi tempi il senato ha palesato nei suoi confronti una certa
benevolenza, e che, qualunque sia il corso che la sorte imprimerà agli
eventi, porterà via con sé la cordialità, le dimostrazioni d'affetto e le
parole di conforto con cui è stato sostenuto da voi e da quelli del vostro
rango. 96 Gli torna anche alla memoria che, sebbene gli sia mancata la
proclamazione del banditore, a cui non teneva affatto, era stato
dichiarato console con l'approvazione di tutto il popolo, e questo sì che
lo desiderava! Ora, infine, se queste armi gli si rivolteranno contro,
avremo la prova che grava su di lui il sospetto di sedizione, non l'accusa
di omicidio. Aggiunge poi una considerazione che è certamente vera: e cioè
che gli uomini dotati di coraggio e saggezza, di solito hanno come scopo
non tanto le ricompense delle loro buone imprese, quanto invece la
riuscita dell'impresa in sé; nella sua vita Milone non ha mai fatto nulla
se non nel migliore dei modi, poiché certamente la massima soddisfazione
per l'uomo è liberare la patria dai pericoli. 97 Sono fortunati quelli che
a causa delle loro gesta ottennero riconoscimenti e onore dai loro
concittadini, ma non sono infelici quelli che hanno superato i
concittadini in generosità. Comunque, tra tutti i riconoscimenti al
valore, se si dovesse stabilire una gerarchia di preferenze, il premio più
ambito è la gloria: essa è l'unica capace di compensare una vita tanto
breve con il ricordo dei posteri, di farci presenti anche se lontani, di
farci vivere anche se morti: sui suoi gradini sembra che gli uomini
salgano al cielo. 98 «Il popolo romano», dice Milone, «e tutte le genti
parleranno per sempre di me, nessun tempo, per quanto il mondo invecchi,
potrà fare a meno di nominarmi. Persino ora, mentre i miei nemici
scagliano contro di me gli strali dell'odio, io vengo complimentato,
ringraziato, esaltato in ogni riunione e in ogni discorso. Non parlo dei
giorni festivi organizzati e istituiti in Etruria: sono già trascorsi
centodue giorni, mi sembra, dalla morte di Publio Clodio. Sin dove si
estendono i confini del potere romano, non solo si è sparsa ormai la
notizia, ma si è anche diffusa la gioia. È anche per tale motivo»
conclude, «che non mi preoccupo di dove si trovi questo mio corpo, giacché
ormai in tutte le terre già vive e sempre vivrà la gloria del mio nome».
XXXVI 99 Tu mi ripeti spesso queste parole, e loro non ci sono; ma ora,
mentre questi ascoltano, io ti rispondo, Milone: «Certamente tale è il tuo
coraggio che non posso tessere a sufficienza le tue lodi, ma, poiché sei
simile per valore agli dèi, con grandissimo dolore mi separo da te. Se mi
sarai strappato, non mi resta neanche la consolazione di potermela
prendere con chi ha provocato in me una ferita tanto profonda. A portarti
via da me, infatti, non saranno i miei avversari, ma gli amici più fedeli,
che non si sono mai comportati male verso di me, anzi sempre ottimamente».
No, giudici, non mi infliggerete mai un dolore così grande - quale
potrebbe essere altrettanto grande? -, ma neppure questo mi induce a non
ricordare quanto mi avete sempre stimato. Se ve ne siete dimenticati o
magari avete qualche motivo di irritazione nei miei riguardi, perché non
ve la prendete con me, anziché con Milone? Sarò vissuto gloriosamente, se
mi accadrà qualcosa prima di assistere a un'ingiustizia tanto grande. 100
Al momento, mi sostiene un'unica consolazione: la consapevolezza che non
ti sono venuti a mancare, Tiro Annio, il mio affetto, la mia attenzione,
la mia riconoscenza. Per te mi sono tirato addosso l'odio di gente
potente, per te ho esposto più volte alle armi dei tuoi avversari il mio
corpo e la mia vita, per te mi sono gettato supplice ai piedi di
moltissime persone, e ho associato alle tue sventure ogni bene e ricchezza
miei e dei miei figli. Infine, in questo frangente, se si è predisposto
qualche atto di forza e ci sarà da combattere per aver salva la vita,
chiedo di questo una parte. Che altro mi resta, ormai? Che altro posso
fare in ricompensa dei tuoi benefici verso di me, se non considerare anche
mia la sorte, qualunque essa sia, che tra poco ti toccherà? Non la sfuggo,
non la rifiuto, e vi prego, giudici, o di accrescere con la salvezza di
costui i benefici di cui mi avete colmato, oppure di porvi fine se
decreterete per lui la rovina.
XXXVII 101 Milone non si lascia commuovere da queste lacrime - è dotato di
straordinaria forza d'animo -; crede che dove non c'è posto per la virtù,
ivi sia l'esilio; la morte, per lui, è la fine di un ciclo naturale, non
un castigo. Mantenga tale carattere con cui è nato. E allora? Ma come vi
comporterete voi, giudici? Serberete il ricordo di Milone, ma lo caccerete
di qui? E ci sarà un posto sulla faccia della terra più di questo che gli
ha dato i natali, degno di ospitare un tale esempio di virtù? Mi appello a
voi, sì, a voi, uomini fortissimi, che avete versato il vostro sangue in
difesa dello stato; a voi, dico, centurioni, mi appello e a voi soldati,
perché qui c'è un cittadino indomabile che corre un grave pericolo! Sarà
scacciato, bandito, gettato fuori da questa città un uomo così valoroso,
mentre voi non solo guardate, ma anche presidiate armati questo processo?
Ah, me misero, me infelice! 102 Tu, Milone, grazie a costoro hai potuto
richiamarmi in patria, mentre a me non sarà possibile farti restare,
servendomi del loro aiuto? Che risponderò ai miei figli, che ti
considerano un secondo padre? E a te, Quinto, fratello mio, che ora sei
lontano, ma hai condiviso con me quelle vicende ? Potrò risponderti che
non sono riuscito ad assicurare la salvezza a Milone con l'aiuto di quegli
stessi uomini che gli hanno consentito di garantire la mia? In che genere
di causa ho fallito? In una causa che aveva il sostegno di tutti. E chi è
stato a impedire il nostro successo? Soprattutto chi, con la morte di
Publio Clodio, ha ritrovato la serenità. E chi è stato a implorare? Io!
103 Quale delitto così grave ho concepito, giudici, o quale così grande
scelleratezza ho compiuto, quando mi misi alla ricerca, smascherai,
denunciai, neutralizzai i germi della rovina di tutti? Ecco, è stata
quella la fonte da cui derivano tutte le sofferenze per me e i miei cari.
Perché avete voluto che tornassi? Perché sotto i miei occhi venissero
esiliati gli artefici del mio rientro? Vi prego, non permettete che il mio
ritorno si trasformi per me in un peso più difficile da sopportare della
mia partenza. Come potrei, infatti, credere di essere stato reso alla
patria, se vivessi lontano da chi mi ha fatto tornare?
XXXVIII Oh, se gli dèi immortali avessero fatto in modo che (con tua pace,
patria, mi sia permesso di dirlo; temo, infatti, di parlare in maniera
offensiva nei tuoi confronti, parlando con equità in favore di Milone)
Publio Clodio non solo vivesse ancora, ma fosse anche pretore, console,
dittatore, piuttosto che assistere a uno spettacolo del genere! 104 O dèi
immortali, che uomo eccezionale è questo, e quanto degno di essere da voi
assolto, giudici! «Assolutamente no» interviene lui; «anzi, è giusto,
invece, che Clodio abbia subìto il castigo meritato; noi, se è necessario,
subiamo, anche se non ne abbiamo colpa». Vi sembra possibile che un uomo
simile, fatto apposta per la patria, debba morire in un qualunque altro
luogo che non sia la patria, e, forse, non per la patria? Conserverete il
ricordo del suo grande animo e tollererete che non ci sia in Italia un
sepolcro per il suo corpo? Ci sarà qualcuno che vorrà scacciare da questa
città chi, una volta uscito da qui, sarà conteso da tutte le città? 105
Fortunata quella terra che accoglierà un simile eroe! Ingrata e
sventurata, invece, questa nostra patria, se deciderà di allontanarlo e
perderlo così per sempre. Ma è giunta la fine; il pianto mi impedisce di
parlare, e costui vieta che io lo difenda con le lacrime. Io vi supplico e
vi scongiuro, giudici: abbiate il coraggio di esprimere la vostra intima
convinzione, quando si tratterà di formulare la sentenza. Credete a me:
chi, nella scelta dei giudici, ha preferito uomini molto coraggiosi, saggi
e forti, soprattutto saprà apprezzare il valore, il senso di giustizia e
la fedeltà che vi contraddistinguono.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

x essere sincera nn l'ho letta tutta....ma chiunque sia stato a tradurla ha avuto un bel coraggio!!!!!!!!!!!!!!!è lunghissima.........solo che potevi dividere le orazioni già che c'eri...

Anonimo ha detto...

Beata ignoranza: la prossima volta più punti esclamativi e "k".
Complimenti all'autore della traduzione, peraltro già divisa in orazioni.
Beata ignoranza.

Anonimo ha detto...

se non fosse che io l'ho tradotta megliemente, sarebbe stata anche utile. Grazie lo stesso, sarà per la prossima volta :*

Blogger ha detto...

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