giovedì 14 giugno 2007

Giovenale - Satire (italiano)

LIBRO PRIMO



I
(le ragioni della satira)

Succube sempre starò io ad ascoltare?
Vessato a non finire
dalla Teseide di quel Cordo ottuso,
mai ne otterrò vendetta?
Chiunque potrà leggermi commedie o elegie
senza correre rischi?
Consumeranno i miei giorni un Tèlefo smisurato
o un Oreste, che deborda sul recto
e sul verso dai margini del libro
e non finisce mai,
senza subirne pena?
Nessuno, com'io conosco il bosco di Marte
o l'antro di Vulcano vicino alle rupi Eolie,
conosce la sua casa.
Il travaglio dei venti,
le ombre torturate da Èaco,
il luogo dove non so chi
ha sottratto il vello dorato,
gli immensi frassini che scaglia Mònico:
di tutto questo rimbombano notte e giorno
i platani e i marmi trafitti di Frontone,
le colonne lesionate da continue letture:
poeta sommo o scribacchino,
sempre è la stessa solfa.
Eppure anch'io ho sottratto la mano allo scudiscio
e consigliato Silla
di dormirsene in pace da privato.
È stupida clemenza,
in questo brulicare di poeti,
graziare carte condannate al macero.
Ma perché abbia scelto di lanciarmi nel campo,
dove il grande figlio di Aurunca
costrinse i suoi cavalli,
se avete tempo e pazienza d'udire
le mie ragioni, lo dirò.
Quando un languido eunuco prende moglie
e Mevia a seno nudo impugna un ferro
per sventrare cinghiali di Toscana,
quando in lusso sfida tutti i patrizi
uno, che in gioventú col suo rasoio
strappava lai alla mia barba dura,
quando una canaglia del Nilo,
sí, Crispino, lo schiavo di Canopo,
si drappeggia alle spalle un mantello di porpora,
agitando al vento con le dita sudate
un anellino estivo,
come se non potesse sopportare
il peso di una gemma piú vistosa,
è difficile non scrivere satire.
Ma chi può sopportare una città
cosí perversa?
Bisognerebbe essere di ferro
per trattenersi, quando davanti ti passa
Matone, l'avvocato,
stravaccato nella lettiga nuova,
con quel delatore degli amici piú cari
che lo segue, pronto ad arraffare i brandelli
di una nobiltà dissoluta
(e se Massa lo teme, Caro lo blandisce,
Latino gli prostituisce pavido Timele).
O ancora quando t'impone di farti in là
gente che si guadagna i testamenti
ogni notte, gente che la via piú sicura
oggi a far fortuna, la vulva
d'una vecchia danarosa, porta alle stelle.
Va una miseria a Proculeio, a Gillo il resto:
ognuno eredita la parte sua
secondo l'entità del cazzo.
E che riscuota il prezzo del suo sangue è giusto,
sino a ridursi livido,
come chi calpesta un serpente a piedi nudi
o un retore che s'accinga a parlare
dall'ara di Lione.
Come dar voce all'ira,
che mi rode d'arsura il fegato,
quando vedo un predone
che, costretto il pupillo al marciapiede,
schiaccia la gente con la masnada dei suoi,
o un altro condannato a vuoto in tribunale?
Cosa è mai l'infamia, se il denaro è al sicuro?
In esilio Mario si ubriaca già di buonora,
fottendosene dell'ira divina,
e tu, provincia, che pure l'hai vinto, ti disperi.
E non è degno questo dei lumi di Orazio?
Non dovrebbe spronarmi?
E che altro? Una Eracleide, una Diomedea,
i muggiti del Labirinto
o il mare in cui precipita il fanciullo,
il fabbro che si libra in volo,
mentre qui un ruffiano, bravissimo a guardare altrove,
a fingere di russare col naso nel bicchiere,
si prende i beni dell'amante,
se la moglie non ha diritto a eredità?
mentre qui v'è chi stima lecito
aspirare a un comando militare
dopo aver sperperato il patrimonio in scuderie
ed essere rimasto senza un soldo
(scorrazzava per la Flaminia
a rotta di collo su un cocchio
come un giovane Automedonte,
reggendo lui stesso le briglie
per farsi bello con l'amica in abiti maschili).
E non fa venir voglia,
magari per la strada,
di riempire tavolette su tavolette
un falsario che s'è arricchito a iosa
con qualche postilla e un sigillo inumidito
ed ora si fa trasportare su sei spalle
agli occhi di tutti in una lettiga aperta
con tutta l'aria di un Mecenate indolente?
E chi lo segue? una dama impettita
che al marito assetato
propina nettare di Cales
mescolato con veleno di rospo
e alle sue parenti inesperte
insegna, meglio di Locusta,
come seppellire le spoglie grigie dei mariti
tra le chiacchiere della gente.
Se vuoi essere qualcuno devi rischiare
tanto da meritarti
il confino nella piccola Giaro
o la galera.
L'onestà vien lodata, ma muore di freddo.
Ai delitti si devono i giardini,
i palazzi, i banchetti, gli argenti d'antiquariato
e le coppe a rilievi di caproni.
Come si può dormire
tra seduttori di nuore venali,
tra promesse spose cosí sfrenate
e amanti adolescenti?
L'indignazione farà poesia,
se manca il genio,
come può, come posso farla io
o qualsiasi Cluvieno.
Tutto ciò che travaglia gli uomini,
sin dal tempo in cui Deucalione,
tra gli scrosci che gonfiavano il mare,
con la nave raggiunse in cima il monte
a chiedere il proprio destino
e a poco a poco il soffio della vita
sciolse al suo calore le pietre
e ai maschi Pirra offrí vergini ignude,
tutto ciò, desideri, collera e terrori,
piaceri, gioie e affanni,
tutto si mescola nel mio libretto.
Fu mai piú prolifico il vizio?
Quando di piú la sete di denaro
protese le sue mani?
Quando mai fascino uguale vi fu nel gioco?
Nelle bische non si va piú con una borsa,
come posta ci si gioca la cassaforte.
Che scontri memorabili vedrai
alla distribuzione delle armi!
Semplice pazzia o che altro mai
è perdere centomila sesterzi
e negare una tunica
al servo che trema di freddo?
Dei nostri antichi
chi s'è mai costruito tante ville,
chi cenava in privato con sette portate?
Ora sulla soglia di casa
misero è il sussidio e se lo contende
una folla di gente in toga.
Ma il patrono prima ti scruta bene in faccia
per timore che tu venga al posto di un altro
e lo richieda sotto falso nome.
Se ti riconosce, l'avrai.
Anche dei discendenti dei troiani
pretende che il banditore faccia l'appello,
perché anche loro sulla soglia
fanno ressa con noi.
'Prima al pretore, poi tocca al tribuno.'
Ma si fa avanti un liberto: 'Io sono il primo,
io', dice. 'Sono nato, è vero, sull'Eufrate
e i fori che come una donna ho nelle orecchie,
anche se lo negassi,
mi tradirebbero. Ma non ho dubbi
o timore di difendere il mio posto:
le mie cinque botteghe rendono abbastanza
per un censo da cavaliere.
Che vantaggi ti dà la porpora,
se Corvino nella campagna di Laurento
porta al pascolo pecore non sue
ed io possiedo piú di Pallante, piú dei Licini?'.
Arretrino i tribuni,
la precedenza è alla ricchezza:
chi è giunto a Roma appena ieri,
con i piedi segnati dalla schiavitú,
nemmeno alle cariche sacre
deve cedere il passo,
perché fra noi piú sacra d'ogni cosa
è la maestà del denaro,
anche se questa ricchezza funesta
non ha un tempio per venerarla
come l'hanno Pace, Fede e Vittoria,
Virtú e Concordia, i cui nidi risuonano
di gorgheggi al ritorno degli uccelli,
e al denaro non abbiamo eretto un altare.
Ma se a fine dell'anno
anche i piú alti magistrati
fanno il conto di quel che rende,
arrotondando il loro bilancio, la sportula,
che faranno i clienti che da quella
traggono toga, scarpe, pane
e il fuoco per la casa?
Un fiume di lettighe
limosina quei cento soldi
e, per seguirlo nel suo giro,
dietro al marito, malata o incinta che sia,
viene la moglie.
Ormai rotto ad ogni espediente,
v'è chi mendica anche per la moglie assente,
esibendo in suo luogo
una lettiga vuota e chiusa:
'Svelto, c'è la mia Galla', dice,
'avanti, sbrigami, che aspetti?
Fuori la testa, Galla! No,
non disturbarla, dorme'.
Del resto la giornata è divisa in bell'ordine:
prima la questua, poi il foro
con la statua di Apollo, luce del diritto,
e i busti dei trionfatori,
fra i quali ha osato, non so a quale titolo,
mettere anche il suo un doganiere egiziano
(ma ai suoi piedi si può pisciare o far di peggio).
Sfiniti e ormai senza speranza,
malgrado quella di cenare
nell'uomo sia la piú tenace,
i vecchi clienti abbandonano le soglie
per mettere insieme due cavoli e la legna.
Come un re intanto il patrono
ingozzerà quanto di meglio
si trova nei boschi e nel mare,
sdraiato tutto solo nel triclinio vuoto.
È di una razza, che su tavole
belle, spaziose e antiche
si mangia in solitudine
interi patrimoni.
Niente scrocconi. Ma nulla è piú sordido
di questi eccessi. Che gola ha costui
se, una selvaggina adatta ai conviti,
imbandisce solo per sé cinghiali interi?
Ma il castigo t'incalza,
quando, spogliati i panni, tutto gonfio
porti con te in bagno un pavone
che t'è rimasto sullo stomaco.
E fulminea verrà la morte,
senza permetterti in vecchiaia di testare.
Di cena in cena, fra le risa,
correrà la notizia
e al tuo trasporto funebre
gli amici per la rabbia applaudiranno.
Di peggio niente è possibile che l'umanità
aggiunga in futuro ai nostri costumi:
chi ci seguirà, scimmiottandoci,
vorrà le stesse cose,
perché il vizio ha toccato il fondo.
Sciogli le vele, distendile al vento!
Mi dirai: 'C'è materia, sí,
ma dov'è il genio? E la naturalezza
che, infiammando l'animo loro,
avevano gli antichi
nel dire qualunque cosa volessero?'.
Credi che non osi far nomi?
Che m'importa se Muzio approva o no
quel che dico? 'Sí, prendi Tigellino:
una torcia in fiamme, questo sarai,
come chi brucia crocefisso
alzando fumo dal petto trafitto,
e in mezzo all'arena lascerai il tuo solco inciso.'
Cosí chi ha propinato a tre zii un veleno
può farsi scarrozzare sulle piume
e guardarci dall'alto in basso?
'Se lo incontri, premiti il dito sulle labbra;
basta che tu dica: è lui, e finisci incriminato.
Vuoi vivere tranquillo?
fai duellare Enea col sanguinario Turno;
ricorda: la morte di Achille
o la ricerca affannosa di Ila
scomparso insieme all'anfora,
no, non fanno male a nessuno.
Ma ogni volta che Lucilio, la spada in pugno,
freme di sdegno, chi l'ascolta,
con la mente stretta dai propri crimini,
si fa di fuoco
e il cuore trasuda colpe segrete.
Odio e lacrime alla fine. Pensaci bene
prima di dar fiato alle trombe:
con l'elmo in testa non si evita il duello.'
Rimane un tentativo:
vedere se posso almeno dire qualcosa
contro quelli che son sepolti
lungo la Flaminia o la via Latina.

II
(ipocrisia e perversione)

Oltre i Sàrmati, oltre i ghiacci dell'Oceano
vorrei fuggire, quando a fare i moralisti
sono svergognati che s'atteggiano a Curio
e vivono in baccanali. Senz'arte,
questo sono, anche se hanno busti di Crisippo
in ogni luogo e per loro comprare
ritratti di Aristotele o di Píttaco,
ordinare uno scaffale per conservarvi
gli originali di Cleante
è il massimo degli ideali.
Non fidarti dell'apparenza:
le strade sono piene di viziosi in cattedra.
Condanni l'immoralità tu, proprio tu,
che degli efebi di Socrate sei il buco piú noto?
Il corpo rozzo e le braccia irte di setole
prometterebbero un animo fiero,
ma dal tuo culo depilato, con un ghigno,
il medico taglia escrescenze grosse come fichi.
Di poche parole, maniaci del silenzio,
hanno capelli corti piú dei sopraccigli.
Com'è piú autentico e piú vero Peribomio:
colpa del destino, io credo, se reca in volto
e quando cammina le tracce del suo male.
Gente inerme che merita pietà
e che per tirannia d'amore si perdona.
Ben peggio chi con voce erculea
si scaglia contro i vizi
e con la virtú in bocca agita il culo.
'E dovrei aver paura di te,
Sesto, perché sculetti?',
dice Varillo, infame tra gli infami,
'in che cosa mai ti sono peggiore?'
Pazienza che un uomo normale derida uno storpio
o un bianco un nero, ma che i Gracchi
si lamentino dei moti di piazza è insopportabile.
Chi non farebbe tutt'uno di cielo e terra,
di mare e cielo, se un ladro stesse sul cazzo a Verre,
un omicida a Milone, se Clodio
denunciasse gli adúlteri e Catilina Cetego,
se i tre discepoli di Silla
si dichiarassero contro le proscrizioni?
Tutto quell'adultero!, che in tempi recenti,
macchiato di un incesto da tragedia,
ripristinava leggi cosí severe per tutti
che anche Venere e Marte avrebbero temuto,
mentre Giulia sgravava di continui aborti
il suo ventre fecondo, scodellando feti
in tutto simili allo zio.
Non è a ragione dunque e con pieno diritto
che i peggiori viziosi
disprezzino questi ipocriti Scauri
e che a ogni morso restituiscano morso?
Con uno di questi, che minaccioso
tuonava di continuo:
'Lex Iulia, dove sei finita, dormi?',
persino Laronia non ce la fece piú
e l'irrise: 'Tempi beati questi
che hanno in te un argine al malcostume.
Potrà riavere Roma il suo pudore:
piovuto dal cielo è un terzo Catone.
Ma dimmi, dove compri quel profumo
che emana il tuo collo villoso?
Non vergognarti, mostrami il padrone del negozio.
Però, se si scomodano leggi e decreti,
la prima da evocare è la Scantinia.
Avanti, guarda i maschi
e controlla quante ne fanno piú di noi;
ma li difende il numero,
falangi strette scudo a scudo.
Solidali, non c'è che dire, i rammolliti.
Mai troverai nel nostro sesso
esempio cosí detestabile:
Tedia non lecca Cluvia, né Flora Catulla;
Ispone invece si vota ai ragazzi
e per eccessi opposti si fa smorto.
E noi? discutiamo forse i processi,
sovvertiamo le leggi,
facciamo gazzarra ai vostri comizi?
Donne dedite alla lotta o che mangino
il rancio degli atleti sono rare.
Ma voi filate lana, voi,
raccogliete in cestelli le matasse,
piú veloci di Aracne,
piú abili della stessa Penelope
a torcere il fuso carico di fili sottili:
cosí relegata al suo ceppo
lavora negletta una concubina.
Sappiamo perché Istro ha fatto testamento
solo in favore del liberto:
perché ha arricchito in vita la sposina.
Quella, che sa dormire come terza
nel letto nuziale, farà la sua fortuna.
Spòsati e taci: fruttano gemme i segreti.
E dopo tutto questo,
puoi dir male di noi?
La censura risparmia i corvi
e s'accanisce contro le colombe'.
Davanti a verità
cantate con tanta chiarezza,
si dispersero confusi gli pseudostoici:
Laronia è irrefutabile.
Ma cosa non faranno gli altri,
quando tu, Crètico, indossando veli,
tuonerai contro Pròcule e Pollitte
tra il pubblico esterrefatto per la tua veste?
Fabulla è adultera: la si condanni,
e con lei anche Carfinia, se vuoi;
chi condanni, stai certo,
non indosserà mai una toga come la tua.
'Ma luglio è un forno ed io muoio di caldo.'
E allora esci nudo,
minor vergogna è la pazzia.
In questa foggia, mentre proponevi editti e leggi,
avrebbe dovuto vederti il popolo
vittorioso, sí, ma con le ferite ancora aperte
o qualche montanaro che per ascoltarti
avesse appena lasciato l'aratro.
E non grideresti allo scandalo
se vedessi indosso a un giudice questa roba?
Mi domando se i veli s'addicano a un teste.
E tu, spietato e indomito maestro
di libertà, tu, Crètico,
ti mostri in trasparenza?
Il contagio ti ha impestato e impesterà altri,
come in campagna tutto il gregge
soccombe per la scabbia o la tigna di un solo porco
e l'uva marcisce a contatto d'altra uva.
Un giorno o l'altro oserai cose
ben piú turpi di un abito:
nessuno arriva di colpo al massimo dell'infamia.
A poco a poco t'accoglieranno fra loro
quelli che al chiuso si fasciano il capo
di lunghi nastri, ricoprono il collo intero
di collane e offrono in grazia alla dea Bona
pancetta di scrofa novella e crateri di vino.
Ma, invertendo il rito, nessuna donna,
tenuta a distanza, può varcare la soglia:
ai soli maschi è riservata l'ara della dea.
'Via, sacrileghe,' gridano,
'qui nessuna flautista può far gemere il suo corno.'
Misteri come questi al lume incerto d'una torcia
celebravano i Batti, che in Atene
riuscivano a infastidire Cotitto stessa.
Uno con un ago ritorto
si allunga i sopraccigli
tingendoli di fuliggine inumidita
e si dipinge gli occhi sbattendoli al cielo;
un altro beve da un fallo di vetro,
capelli lunghi sino ai piedi
che gonfiano una reticella d'oro,
la veste a quadri azzurri o di raso verdino
e uno schiavo che anche lui giura
in nome di Giunone.
Un altro ancora impugna quello specchio
che fu ornamento dell'effeminato Otone
e in cui, quasi 'spoglia di Attore Aurunco',
egli si rimirava in armi
ordinando ai suoi d'alzare le insegne.
Avvenimento, sí, da immortalare
negli annali della storia contemporanea:
uno specchio fra gli arnesi della guerra civile!
Solo un duce eccelso può assassinare Galba
e curarsi al tempo la pelle;
ci vuole l'animo di un cittadino eccelso
per ambire sui campi di Bedriaco
la conquista del Palatino
e intanto spalmarsi sul viso con le dita
un impiastro di pane:
nemmeno Semiramide
cinta d'armi nel suo impero assiro
o Cleopatra in lutto sulla sua nave ad Azio
ne furono capaci.
Tra voi invece non c'è freno alle parole,
rispetto per la mensa, niente;
solo l'infamia di Cibele impera
e la licenza di parlare a voce fessa,
mentre un vecchio fanatico,
bianco di capelli e campione raro
d'insaziabile golosità, tanto insigne in questo
da prendersi a maestro,
sovraintende alle cerimonie.
Che mai aspettano costoro?
Da tempo avrebbero dovuto all'uso frigio
recidersi col ferro quell'inutile appendice.
A un suonatore di corno o, meglio, di tromba dritta
Gracco ha portato in dote
quattrocentomila sesterzi.
Contratto firmato, 'felicità!',
una cena sontuosa, e la sposina
è già in grembo al marito. O nobili,
chi ci vuole? il censore o l'indovino?
Si proverebbe forse piú orrore
se una donna partorisse un vitello
o una vacca un agnello?
lo stimeresti piú mostruoso?
Frange, velo nuziale e strascichi:
questo indossa chi un tempo sudò
sotto gli scudi ancili,
portando questi oggetti sacri
sospesi alle loro corregge mistiche.
Padre di Roma, da dove è piombata
tanta nefandezza sui pastori latini?
da dove è giunto, Marte,
questo prurito ai tuoi nipoti?
Un uomo illustre per sangue e fortuna
si dà, lo vedi, a un altro uomo
e tu non scuoti l'elmo, non batti a terra la lancia,
non gridi il tuo sdegno al padre celeste?
Vattene, allora; sgombra il Campo Marzio,
quella terra austera che tu trascuri.
'Domani all'alba ho un impegno ai piedi del Quirinale.'
Il motivo? 'Non lo sai? Un amico si marita:
l'invito è solo per gli intimi.' Vivi ancora un po'
e queste cose si faranno, si faranno in pubblico
e si pretenderà di registrarle.
Ma un bel tormento perseguita queste spose:
partorire non possono e
vincolare cosí i mariti con la prole.
Fortuna che la natura alle voglie
non concede poteri sulla carne:
muoiono sterili, e a loro non servono
gli unguenti dell'obesa Lide,
non serve offrire le palme ai Luperchi in corsa.
Mostruosità maggiore? Gracco,
che in tunica di gladiatore e armato di tridente,
fugge in mezzo all'arena; Gracco,
lui, piú nobile dei Capitolini e dei Marcelli,
dei discendenti di Càtulo e Paolo,
piú dei Fabi e di tutti gli spettatori in tribuna
e puoi comprendervi quello che dava i giochi
il giorno in cui Gracco gettò la rete.
Neanche i bambini, salvo quelli
che ai bagni non pagano ancora,
credono agli spiriti e ai regni d'oltretomba,
alla pertica di Caronte
e alle rane nere della palude stigia,
le cui acque migliaia d'anime
attraverserebbero su una barca sola.
Ma mettiamo che siano storie vere:
che proverebbero Curio e i due Scipioni,
Fabrizio e l'ombra di Camillo,
i legionari di Crèmera, i giovani
caduti a Canne e le larve di tante guerre,
quando l'anima d'uno di questi scende tra loro?
Fuoco e zolfo, rorido alloro
per purificarsi, questo vorrebbero,
se potessero averlo.
Miseri noi, là finiremo!
Abbiamo, sí, portato le armi nostre
oltre i lidi d'Irlanda e, conquista recente,
oltre le Orcadi e i Britanni,
che s'appagano di notti brevissime,
ma i nostri vinti non commettono
ciò che si fa nella città dei vincitori.
E tuttavia si dice di un armeno,
Zalace, di tutti gli efebi il piú effeminato,
che agli ardori di un tribuno s'è abbandonato.
Frutto degli scambi, non credi?
Ostaggio: cosí era venuto,
ma qui si fanno uomini.
Ammetti che questi ragazzi
soggiornino per qualche tempo a Roma:
non mancherà loro un amante.
Gettati brache, frustini, briglie e pugnali,
rimpatrieranno ad Artassata
coi costumi dei giovani romani.

III
(l'inferno di Roma)

Anche se la partenza di un vecchio amico mi angoscia,
devo approvare la sua decisione
di stabilirsi come un eremita a Cuma
e di donare almeno un cittadino alla Sibilla.
Cuma, porta di Baia, è un approdo piacevole,
un rifugio delizioso. Io poi alla Suburra
preferirei persino Procida.
Si è mai visto luogo, per quanto misero,
desolato, che non sia preferibile
al terrore continuo degli incendi,
dei crolli, ai mille pericoli di questa città tremenda,
dove nemmeno in pieno agosto
sfuggi al vociare dei poeti?
Mentre si carica la casa
tutta su un solo carro,
l'amico sosta sotto gli archi antichi
dell'umida porta Capena.
Qui, dove di notte Numa dava convegno
alla sua amica, ora tempio e bosco della sacra fonte
s'affittano ai giudei,
i cui unici beni sono un cesto e un po' di fieno
(per legge infatti
ogni albero paga all'erario una tassa:
cosí, cacciate le Camene,
il bosco deve stendere la mano).
Ci inoltriamo nella valle di Egeria
tra grotte artificiali:
viva sentiresti la presenza del dio in queste acque,
se l'erba con la sua verde cornice
ne cingesse le onde
e non profanassero i marmi il tufo di quei luoghi.
E qui Umbricio dice:
A Roma non c'è piú posto per un lavoro onesto,
non c'è compenso alle fatiche;
meno di ieri è ciò che oggi possiedi e a nulla
si ridurrà domani;
per questo ho deciso di andarmene
là dove Dedalo depose le sue ali stanche,
finché un accenno è la canizie,
aitante la prima vecchiaia
e a Lachesi resta ancora filo da torcere:
mi reggo bene sulle gambe
e senza appoggiarmi a un bastone:
giusto il tempo per lasciare la patria.
Artorio e Càtulo ci vivano,
ci rimanga chi muta il nero in bianco,
chi si diverte ad appaltare case, fiumi e porti,
cloache da pulire, cadaveri da cremare
e vite da offrire all'incanto per diritto d'asta.
Un tempo suonavano il corno,
comparse fisse delle arene di provincia,
ciarlatani famosi di città in città;
ora offrono giochi
e quando la plebaglia abbassa il pollice
decretano la morte per ottenerne il favore;
poi, di ritorno, appaltano latrine.
E perché mai non altro?
Sono loro quelli che la fortuna,
quando è in vena di scherzi,
dal fango solleva ai massimi gradi.
Ma io a Roma che posso fare?
Non so mentire. Se un libro è mediocre
non ho la faccia di lodarlo o di citarlo;
non so nulla di astrologia;
non voglio e mi ripugna
pronosticare la morte di un padre;
non ho mai studiato le viscere di rana;
passare ad una sposa
bigliettini e profferte dell'amante
lo sanno fare altri,
e di un ladro mai sarò complice:
per questo nessuno mi vuole quando esco,
come se fossi un monco,
un essere inutile privo della destra.
Chi si apprezza oggi, se non un complice,
il cui animo in fiamme brucia di segreti,
che mai potrà svelare?
Niente crede di doverti e mai ti compenserà
chi ti fa parte di un segreto onesto;
ma a Verre sarà caro
chi sia in grado di accusarlo quando e come vuole.
Tutto l'oro che la sabbia del Tago ombroso
trascina in mare non vale il sonno perduto,
i regali che prendi e con stizza devi lasciare,
la diffidenza continua di un amico potente.
La gente che piú cerco di evitare,
quella amatissima dai nostri ricchi,
faccio presto a descriverla e senza riserve.
Una Roma ingrecata non posso soffrirla,
Quiriti; ma quanto vi sia di acheo in questa feccia
bisogna chiederselo. Ormai da tempo
l'Oronte di Siria sfocia nel Tevere
e con sé rovescia idiomi, costumi,
flautisti, arpe oblique, tamburelli esotici
e le sue ragazze costrette a battere nel circo.
Sotto voi! se vi piace una puttana forestiera
con la mitra tutta a colori!
O Quirino, quel tuo contadino indossa scarpine
e porta medagliette al collo impomatato!
Lasciano alle spalle Sicione, Samo,
Amídone, Andro, Tralli o Alabanda,
tutti all'assalto dell'Esquilino o del colle
che dal vimine prende nome,
per farsi anima delle grandi casate
e in futuro padroni.
Intelligenza fulminea, audacia sfrontata,
parola pronta e piú torrenziale di Iseo,
eccoli: chi credi che siano?
Dentro di sé ognuno porta un uomo multiforme:
grammatico, retore, pittore e geometra,
massaggiatore, augure, funambolo,
medico e mago, tutto sa fare un greco che ha fame:
volerebbe in cielo, se glielo comandassi.
In fin dei conti non era mauro, sàrmato o trace
quello che s'applicò le penne,
ma ateniese d'Atene.
Ed io? non dovrei evitare
la porpora di questa gente?
che prima di me firmi un documento
o sul letto migliore alle cene si stenda
chi a Roma è giunto con lo stesso vento
che porta prugne e fichi secchi?
Non conta proprio niente,
nutriti d'olive sabine,
aver respirato sin dall'infanzia
l'aria dell'Aventino?
Adulatori senza pari, questo sono,
gente pronta a lodare le chiacchiere di un inetto,
le fattezze di un amico deforme,
a confrontare il collo oblungo di un invalido
con quello di Ercole mentre da terra
solleva Anteo, ad ammirare con voce strozzata
che piú stridula non è nemmeno quella del gallo
quando copre la sua gallina.
Adulazioni simili anche a noi sarebbero permesse,
ma a quelli per lo piú si crede.
Quale attore infatti meglio di un greco
interpreta Taide, la moglie
o Dòride senza un velo di trucco?
Non è un commediante che recita, è una donna!
E giureresti che dal ventre in giú
sia tutto una pianura sgombra
con alla fine un'esile fessura.
Antíoco, Stràtocle e Demetrio,
con quell'effeminato di Emo,
non sono eccezioni di meraviglia:
è tutto un paese di commedianti.
Ridi e lui scoppia a ridere piú forte;
vede un amico in lacrime e lui piange
senza provar dolore; ai primi freddi
invochi un po' di fuoco e lui indossa una pelliccia;
dici che hai caldo ed eccolo che suda.
Troppo diversi siamo, è chiaro:
chi notte e giorno senza posa è in grado
di assumere l'espressione dei visi altrui,
pronto ad applaudire e lodare
se l'amico ha ruttato bene,
pisciato senza inciampi
o se il pitale d'oro ha rimbombato
finendo capovolto, ha tutto dalla sua.
Aggiungi in piú che niente è sacro
o al sicuro dal loro cazzo,
non la madre di famiglia o la figlia vergine,
non il moroso imberbe o il figlio intatto;
e se non c'è di meglio
ti stuprano la nonna.
[Per farsi temere non c'è segreto
che gli sfugga della tua casa.]
Ma lascia perdere le chiacchiere
che si fanno ai ginnasi,
visto che parliamo di greci,
e ascolta la scelleratezza
di un maggiorente paludato:
quel vecchio stoico intendo,
cresciuto sulla riva dove caddero le penne
del cavallo di Gòrgone, che denunciandolo
fece uccidere Bàrea, discepolo e amico.
Dove regna un Protògene, un Ermarco o un Dífilo,
che per vizio innato non vogliono amici in comune,
ma solo a sé legati,
non c'è posto per un romano.
Basta una goccia di veleno,
sí, quello di patria natura,
istillato da un greco in orecchie meschine,
e subito vengo messo alla porta,
perdendo anni e anni di servizio:
in nessun luogo importa meno
disfarsi di un protetto.
Non illudiamoci che l'affannarsi
in corse notturne di un poveraccio
avvolto nella toga abbia rispetto e merito,
se un pretore può scaraventare di brutto
il littore a salutare il risveglio
di Albina e Modia, prima che il collega
lo preceda dalle due vedovelle.
Puoi vedere il figlio di gente libera
scortare lo schiavo di un ricco;
e un altro regalare a Calvina o a Catiena
quanto incassa un tribuno di legione,
per godere di loro una o due volte;
ma tu, se ti arrapa il faccino
di una puttana in ghingheri,
ti blocchi ed esiti a far scendere Chione dal trono.
Produci a Roma un testimone degno
di chi ospitò la dea dell'Ida,
si mostri Numa o chi dal tempio in fiamme
salvò l'atterrita Minerva:
prima s'indagherà sul censo,
per ultimo sulla moralità.
'Quanti schiavi mantiene?
quanta terra possiede?
con che numero e ricchezza di piatti cena?'
Ognuno gode di fiducia pari
al denaro che serra in cassaforte.
Su tutti gli dei puoi giurare,
di Samotracia o nostri,
l'idea è che un povero,
snobbato dagli stessi dei,
non tenga conto delle folgori divine.
E le opportunità di riso universale
che lui offre, le sottovaluti?
Un mantello informe e sdrucito,
una toga sordida come poche,
una scarpa col cuoio rotto che si slabbra
o i margini di tutti quegli strappi ricuciti
che mostrano lo spago or ora usato!
Niente di piú atroce
ha la sventura della povertà
che rendere l'uomo oggetto di riso.
'Vergogna, fuori! via dai cuscini dei cavalieri
chi non ha il censo imposto dalla legge!
il posto è riservato ai figli dei ruffiani,
in qualunque casino siano nati!
Qui, tra i rampolli azzimati di un gladiatore
o di un maestro d'armi,
può battere le mani
solo il figlio di un banditore ben nutrito!'
Cosí piacque a quell'inetto di Otone
che volle segregarci.
Accade mai che sia ben visto un genero
con meno averi e dote della sposa,
qui, fra questi? che un povero sia nominato erede?
o accettato in consiglio dagli edili?
Da tempo avrebbero dovuto i Quiriti in miseria
a schiere serrate migrare.
Non è facile che emerga chi alle proprie virtú
vede opporsi la penuria del patrimonio;
a Roma poi lo sforzo è disumano:
una casa da miserabili
costa un'enormità
e cosí mantenere servi
o mangiare un boccone.
Farlo poi con stoviglie di terraglia
ci sembra una vergogna,
ma non lo troveresti indegno
scaraventato in mezzo ai Marsi
o alla tavola dei Sabini,
dove un saio ruvido e scolorito
ti farebbe felice.
Del resto, diciamo la verità,
in gran parte d'Italia
la toga s'indossa solo da morti.
Persino quando le solennità festive
vengono celebrate in un teatro d'erba
e sulla scena torna una farsa ben nota,
mentre tremano i marmocchi in grembo alle madri
per il ghigno livido delle maschere,
vestiti tutti a un modo puoi vederli,
dai posti d'onore a quelli del popolo;
e agli edili, come segno dell'alta carica,
basta una tunica bianca per primeggiare.
Fra noi invece l'eleganza dell'abito è tutto
e il superfluo si attinge a volte in borse altrui.
Male comune questo:
viviamo tutti da straccioni pieni d'arie.
Ma perché farla lunga? a Roma tutto ha un prezzo.
Per salutare Cosso qualche volta
o perché Veiento, sia pure a labbra chiuse,
ti getti uno sguardo, tu quanto paghi?
Chi si rade, chi ripone la chioma dell'amato
e la casa trabocca di focacce in vendita:
prendile e tienti stretta questa fregatura.
Come clienti, non c'è verso,
siamo costretti a versare tributi,
ad aumentare i redditi di servi perbenino.
Nella gelida Preneste, fra i colli e i boschi
di Bolsena, nella tranquilla Gabi
o nella rocca sui pendii di Tivoli
chi teme o ha mai temuto crolli?
Ma noi viviamo a Roma, una città
che in gran parte si regge su puntelli fatiscenti;
cosí infatti l'amministratore rimedia ai guasti
e, tappata la fenditura di una vecchia crepa,
invita tutti a dormire tranquilli
sotto la minaccia di un crollo.
Meglio vivere dove non scoppiano incendi
e non si temono allarmi la notte.
'Acqua, acqua!' supplica Ucalegonte
portando in salvo i suoi stracci: sotto di te
il terzo piano è in fiamme e tu l'ignori;
se giú in basso il terrore dilaga,
chi non ha che le tegole
per ripararsi dalla pioggia,
lassú dove le languide colombe
depongono le uova,
brucerà per ultimo, non c'è dubbio,
ma brucerà.
Cordo aveva un letto troppo piccolo anche per Pròcula,
sei orcioli in mostra sul tavolino,
una piccola brocca sotto
e un Chirone sdraiato a sostenere il marmo;
una cesta decrepita
custodiva qualche libretto greco,
di cui, senza rispetto, i topi
rodevano i carmi sublimi.
Nulla aveva Cordo, chi può negarlo?
Eppure quel disgraziato ha perduto
tutto il suo niente, e in piú per colmo di sventura
a lui che ignudo implora invano
nessuno darà l'aiuto di un po' di pane
o di un tetto per ospitarlo.
Se però crolla il palazzo di Astúrico,
signore inorridite, maggiorenti in lutto,
pretori che sospendono le udienze,
questo vedrai,
tutti a piangere la sorte di Roma,
a maledire il fuoco.
Divampa ancora e già accorre
chi dona marmi o concorre alle spese;
uno porta statue candide di figure ignude,
l'altro un capolavoro di Eufranore
o di Policleto, quella gioielli antichi
di dèi asiatici, questo libri, scaffali
e un busto di Minerva,
quello infine un moggio d'argento.
E Pèrsico, un riccone senza figli,
rimedia meglio e piú roba di prima,
tanto da giustificare il sospetto
che lui, proprio lui abbia incendiato la casa.
Se sai strapparti dal cuore i giochi del Circo,
a Sora, Fabrateria o Frosinone,
coi soldi che spendi in un anno a Roma
per la pigione di un tugurio,
puoi procurarti una casa stupenda,
con un orticello e un piccolo pozzo
al quale attingere senza fatica
o bisogno di funi
per innaffiare i getti delle piante.
Vivi con la tua zappa al fianco
e cura con amore l'orto:
potrebbe fornirti la cena
per cento pitagorici.
In qualunque luogo o angolo della terra
essere tu il padrone,
anche di una sola lucertola,
vale sempre qualcosa.
Per disturbi d'insonnia
muore qui la maggior parte di noi:
è il cibo indigesto di Roma
che ristagna nello stomaco in fiamme
a causare questo malessere;
d'altra parte, quale casa d'affitto
permette di dormire?
Cifre da capogiro
costa in questa città un buon sonno!
Il transito dei carri
nella rete tortuosa delle strade
e lo strepito delle mandrie asserragliate,
che strapperebbero il sonno anche a Druso
o ai vitelli marini:
fa capo a tutto ciò la malattia.
Ma se, chiamato da un affare,
un ricco fende la folla, volando sulle teste
chiuso in una immensa liburna,
può leggere, scrivere o, se vuole, dormire,
perché una lettiga con le tende abbassate
concilia il sonno.
E arriverà sempre prima di me,
che cerco, come tutti noi che abbiamo fretta,
un varco tra la calca di chi mi precede;
in piú la gente che vien dietro a fiumi
mi schiaccia le reni, questo mi pianta in corpo un gomito,
quello una stanga impertinente,
uno mi sbatte in testa una trave, l'altro un barile.
Gli stinchi in un mare di fango,
da ogni parte mi calpestano suole enormi
e il chiodo di un soldato mi si conficca nell'alluce.
Non vedi con che polverone
si fa ressa per il sussidio?
Cento i convitati e ognuno col suo fornello.
Persino un Corbulone
reggerebbe a stento sul capo
tutti quei vasi enormi e tutti gli utensili
che un povero schiavetto porta a collo teso
correndo a rianimare il fuoco.
E le tuniche appena rattoppate
vanno in brandelli.
In bilico su un carro avanza un lungo abete,
un altro carretto trasporta un pino,
che oscillando da quell'altezza
minacciano la gente.
Se poi si rovescia il rimorchio
che contiene i graniti di Liguria
e sulla folla rovina quell'ammasso di pietre,
che rimane dei corpi?
Chi ne ritrova piú una traccia, ossa, membra?
Ridotto tutto in polvere
il cadavere di quei poveracci
si dissolve in un soffio.
A casa intanto, senza angustie,
si lavano i piatti, si desta col fiato la brace,
si fanno stridere le striglie sulle mense
e, riempite le ampolle, si dispongono i coperti.
Tra i ragazzi c'è gara a sbrigare queste faccende,
ma quello ormai siede in riva allo Stige
e, come novizio, rabbrividisce
di fronte al sinistro nocchiero,
col tormento di non poter contare
sulla barca di quella palude fangosa,
perché in bocca non ha l'obolo per il transito.
Ma i pericoli della notte
sono diversi e numerosi, guarda:
tegole che a picco dal tetto delle case
ti spaccano la testa,
vasi ridotti in pezzi che il piú delle volte
rovinano dalle finestre con violenza tale
da segnare di crepe il selciato colpito.
Un incosciente sei, uno che non considera
l'imprevedibilità degli eventi,
se vai fuori a cena senza aver fatto testamento:
in ogni finestra aperta, dove di notte
si spiano i tuoi passi,
sta in agguato la morte.
Àugurati dunque e in te coltiva la flebile speranza
che s'accontentino di rovesciarti addosso
il contenuto dei catini.
Un ubriaco incattivito,
che, metti, non abbia ancora accoppato un uomo,
dà in escandescenze e passa la notte
come un Achille che pianga l'amico,
giace bocconi e un attimo dopo supino,
solo a quel patto potrebbe dormire:
a certa gente menar le mani concilia il sonno.
Ma per quanto gli anni lo rendano arrogante
e sia cotto dal vino, si tiene alla larga
da chi un mantello scarlatto,
un séguito senza fine di amici
e in piú uno stuolo di torce e candelabri di bronzo
suggeriscono di evitare.
Con me, che mi faccio condurre dalla luna
o dal lume incerto della candela,
di cui regolo ad arte lo stoppino,
con me lui se la prende.
Ed eccoti l'esordio della zuffa infame,
se può chiamarsi zuffa quella
dove tu picchi e solo io le busco.
Si pianta davanti e intima l'alt.
Meglio ubbidire; che mai si può fare
quando piú forte è il forsennato che l'impone?
'Da dove vieni?' urla,
'con l'aceto e le fave di chi ti sei rimpinzato?
con quale ciabattino hai mangiato fette di porro
e testina di montone lessato?
Non mi rispondi?
Parla o ti prendo a calci!
Avanti, dove ti rintani?
in quale sinagoga ti si può pescare?'
Se balbetti qualcosa
o cerchi zitto zitto di svignartela,
è lo stesso: son sempre botte
e magari, dopo, questi pazzi furiosi
ti citano in giudizio.
Questa è la libertà dei poveri:
supplicare sotto i colpi e, gonfio di pugni,
implorare che ti lascino rincasare
con qualche dente almeno.
Ma non c'è da temere solo questo:
quando, chiuse le case, in ogni luogo
le botteghe con le imposte serrate a catenaccio
non mandano rumori,
può spuntare chi ti spoglia di tutto,
se poi il bandito non risolve la faccenda
con una coltellata a tradimento:
tutte le volte infatti che la palude Pontina
e la pineta Gallinaria
sono presidiate da guardie armate,
i briganti si riversano a Roma,
come se fosse una riserva.
Su quale incudine mai, in quale fornace
non si forgiano catene massicce?
Enorme è la quantità di ferro impiegata in ceppi,
tanto da far temere
che vengano a mancare vomeri, zappe e sarchielli.
Fortunati gli avi dei nostri bisnonni, puoi dirlo,
e quei tempi remoti di re e di tribuni
quando bastava a Roma un solo carcere.
E potrei aggiungere a questi
altri e piú fondati argomenti,
ma le bestie mi attendono e il sole declina.
Bisogna che vada; da un po' con la sua frusta
il mulattiere fa segno che è l'ora.
Pensa a me qualche volta
e quando avrai occasione che Roma
ti restituisca alla tua Aquino
per rimetterti in forze, avvertimi:
da Cuma verrò alla tua Cerere Elvina,
alla tua Diana. Coi miei scarponi verrò
in quelle gelide campagne
ad ascoltare le tue satire,
se non m'avranno in uggia.

IV
(all'amo dell'imperatore)

Ancora lui, Crispino! sempre lui
alla ribalta! Non posso evitarlo.
Questo mostro che nessuna virtú
può salvare dai vizi, questa chicca smidollata
che solo nella lussuria trova vigore,
un depravato che spregia soltanto le zitelle.
Che importa quanto estesi siano i portici
lungo i quali sfianca i cavalli,
quant'ampia sia l'ombra dei boschi
in cui si fa portare,
quanta terra vicino al Foro,
quali palazzi abbia arraffato?
Una canaglia non è mai felice
e men che meno un seduttore, per di piú sacrilego,
al quale s'è appena concessa,
col rischio d'essere sepolta viva,
una vestale consacrata.
Ma qui si tratta di sciocchezze,
che però se ne fosse stato autore un altro,
sarebbe caduto sotto le grinfie del censore.
A Tizio e a Seio, due galantuomini, l'infamia;
a Crispino l'immunità. Che farci?
È un individuo losco,
piú ripugnante di qualsiasi crimine.
S'è comprato per seimila sesterzi
una triglia che pesa quanto i soldi che ha pagato,
almeno a sentire i millantatori.
Bene, non potrei che lodarne la furbizia,
se con un simile dono avesse carpito
a un vecchio senza prole
una buona fetta di eredità;
o ancora, se l'avesse offerto
a un'amica influente che va a zonzo
in una lettiga chiusa da grandi specchi.
Niente di tutto questo: per sé l'ha comprata!
Si vedon cose che neppure Apicio,
povero e frugale al confronto,
si permise. E tu le fai! tu, che in patria,
mio bel Crispino, andavi un tempo
vestito di papiro,
paghi due squame un tal tesoro?
A meno prezzo avresti potuto comprarti
il pescatore. Per quei soldi
in provincia si vendono terreni,
in Puglia latifondi.
Che ghiottonerie pensi abbia gustato
alla sua tavola l'imperatore,
se un buffone di corte,
paludato di porpora,
stella dei cavalieri oggi, ma che un tempo
al suo paese doveva sgolarsi
per vendere qualche pescetto,
se costui ha sperperato tanti sesterzi
per una parte esigua,
la portata di contorno, della sua sobria cena?
Comincia, Calliope. Ma resta pur seduta:
non è un 'cantare' questo, è cronaca.
A voi, Pièridi! Narrate, fanciulle,
e mi torni a mercé
l'avervi chiamate 'fanciulle'.
Era il tempo in cui l'ultimo dei Flavi
vessava il mondo intero
e Roma era succube di un Nerone calvo.
Davanti al tempio di Venere, che in Ancona
domina la rocca dorica, un rombo
di dimensioni enormi
per il nostro Adriatico
incappò nelle reti
e tutte le riempí con la sua mole.
Impigliato, mostrava una grandezza
degna di quelli che la palude Meotica
ricopre con i suoi ghiacci e che poi,
sciolti questi dalla vampa del sole,
trascina sino alle bocche impetuose
del Ponto, intorpiditi dal letargo
e impinguati dal lungo gelo.
Il padrone del peschereccio e della rete
destina questa meraviglia
a Domiziano, pontefice massimo.
E chi mai avrebbe osato venderla o comperarla
con tutta la spiaggia piena di spie?
I guardacoste, appostati dovunque,
avrebbero di certo querelato
il povero barcaiolo, pronti a giurare
che era un pesce fuggito dai vivai
dell'imperatore, dove a lungo s'era nutrito,
e che essendo da questi evaso,
doveva tornare al primitivo padrone.
Se gli dai retta, per Palfurio ed Armillato
qualsiasi cosa preziosa e leggiadra
si trovi in mare, ovunque nuoti,
è proprietà del fisco.
Perché non sia sprecata,
gliela si deve dunque dare.
Il mortifero autunno ormai cedeva
alla brina, gli infermi s'auguravano
la febbre quartana, strideva lugubre l'inverno
mantenendo fresca la preda.
Ma il pescatore, come incalzato dall'Austro,
s'affretta. E quando gli apparvero i laghi
ai piedi di Albalonga,
che, sebbene in rovina,
conserva ancora il fuoco venuto da Troia
e venera una sua piccola Vesta,
la folla stupefatta
per un poco gli ostacolò l'ingresso.
Ma poi gli fece largo,
si spalancarono le porte
girando docili sui cardini;
e i senatori guardano da fuori
quella ghiottoneria entrare.
Giunto ai piedi dell'Atride, il Piceno:
'Accetta', dice, 'questa preda troppo eccelsa
per focolari di gente comune.
Festeggia questo giorno.
Avanti, sgombra il tuo ventre d'ogni fardello
e màngiati questo rombo che il fato
destina alla tua era. Volle lui
farsi pescare!'. V'è piaggeria piú smaccata?
Ma quello drizza la cresta. Non c'è lode che un uomo,
reso dal suo potere simile agli dei,
non creda per sé vera e doverosa.
Ma non v'è padella che contenga quel pesce.
Si chiamano a consiglio i maggiorenti,
che lui, Domiziano, odiava, quelli che in viso
recano impresso lo sgomento
per quell'augusta e nefasta amicizia.
E al grido di Liburno, 'Presto, presto, è già in seduta!',
per primo accorre col mantello svolazzante
Pègaso, da poco imposto come amministratore
alla città sgomenta.
Ma poteva allora un prefetto esser diverso?
Fra tutti era il migliore,
scrupoloso interprete delle leggi,
convinto che anche in tempi cosí tristi
si dovesse trattare ogni questione
con giustizia clemente.
Lo segue Crispo, un vecchietto amabile
un'anima mite, la cui facondia
è pari solo al suo carattere.
Certo, un consigliere ideale
per chi reggeva terre mari e genti,
se sotto quella peste sanguinaria
fosse stato possibile
condannare la crudeltà
ed esporre un parere onesto.
Ma cosa può esservi di piú imprevedibile
dell'orecchio di un tiranno? Un amico
che si metta a chiacchierare del caldo, della pioggia
o dei temporali primaverili,
può rischiare la morte.
Per questo Crispo non si pose mai
contro corrente: non era uomo capace
di esprimere liberamente il suo pensiero
o di sacrificare la vita alla verità.
Cosí poté vedere molti inverni
e l'ottantesimo solstizio,
difeso da queste armi anche in quella corte.
Ottuagenario come lui,
dietro gli sgambettava Acilio con un giovane,
che non meritava l'agguato
di una morte cosí crudele
e immatura per spada del tiranno.
Ma ormai da un pezzo per un nobile
è un miracolo invecchiare, per cui
essere dei Giganti un fratellino
preferirei piuttosto.
A nulla gli è servito, poveruomo,
aver trafitto in corpo a corpo gli orsi di Numidia,
indifeso cacciatore nel circo di Albalonga.
Chi non conosce ormai le astuzie dei patrizi?
Chi si sorprenderebbe piú
della tua arcaica furbizia, Bruto?
È facile gabbare un re barbuto!
Seguiva Rubrio, che sebbene di bassa estrazione,
non aveva aspetto migliore,
colpevole com'era
di un antico e innominabile crimine,
ma sfrontato piú di una checca
che scriva satire.
Il pancione che quasi si trascina
è Montano. E poi Crispino, che già al mattino
gronda profumo,
quanto ne esalerebbero due morti.
Piú scellerato di lui è Pompeo,
che fa sgozzar la gente
con una semplice soffiata.
Agli avvoltoi dei Daci,
studiando tra i marmi della sua villa
piani di guerra, Fusco
i suoi visceri ha già votato.
Poi insieme allo scaltro Veientone,
ecco Catullo, l'assassino,
che ancor prima d'averla vista
s'infiamma per qualsiasi femmina,
un mostro di proporzioni incredibili
anche per un tempo di mostri come il nostro;
adulatore cieco,
cortigiano di strada, una canaglia
degna di mendicare dietro alle carrozze
sulla via Aricia, di gettar baci
e smancerie alle vetture lungo la discesa.
Nessuno piú di lui
mostrò stupore per il rombo,
tributandogli sperticati elogi
rivolto a manca,
mentre il pesce giaceva alla sua destra.
È il suo stile: cosí lodava
i corpo a corpo dei Cilici e i loro colpi,
o le macchine teatrali
e i fanciulli sollevati sino al velario.
Veientone non è da meno,
ma come un fanatico ispirato dal tuo delirio,
Bellona, si mette a profetizzare:
'Magnifico augurio!
Sublime e memorabile trionfo avrai:
qualche re farai prigioniero
o dal governo di Britannia
Arvirago cadrà.
Bestia esotica è:
guarda le scaglie ritte che ha sul dorso!'.
E poco mancò che Fabrizio Veientone
non ne precisasse patria ed età.
'Qual è allora la sentenza? Tagliarlo a pezzi?'
'Lungi da lui questo affronto', grida Montano,
'si trovi piuttosto una padella profonda
che col cerchio dei suoi orli sottili
onF>lo ctuGenga n rto. U erandeenFsorprPr÷ente olVci vuquW per iaFsto
prg–to. A t÷lla e qWrnio,esGi, pr> o:i boggi tiasai raæseguiesno,
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po6p>ProncVta vibeænte, a B degn u÷i talp>Ómo.Mô
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Nessuno ai miei tempi lo superava
nell'arte di mangiare:
al primo assaggio sapeva dirti se un'ostrica
proveniva dalle scogliere del Circeo,
da quelle del lago Lucrino
o dai fondali di Rutúpie;
a prima vista indovinava la spiaggia di un riccio.
Tutti in piedi, seduta sciolta.
Ordine di andarsene ai dignitari,
che il sommo duce aveva convocati
tremebondi e in gran fretta nella rocca d'Alba,
come se volesse discutere
dei Catti o dei minacciosi Sigambri,
come se da terre lontane
gli fosse giunto per corriere
un messaggio angoscioso.
Oh, se avesse speso solo in queste sciocchezze
la sua vita efferata!
No, senza che nessuno lo punisse
o mai si vendicasse, svuotò Roma
di anime insigni, di uomini famosi.
Solo quando cominciò ad averne terrore il popolo,
cadde: questo gli fu fatale,
mentre ancora grondava del sangue dei Lami.

V
(umiliazioni e arroganza)

Se anche tu mi giurassi che non provi vergogna
dei tuoi propositi e sei ancora convinto
che sommo bene sia sfamarsi alla tavola altrui,
e sopportare affronti puoi
che all'infame mensa di Cesare
nemmeno Sarmento o Gabba, per quanto ignobili,
avrebbero subito,
io non ti crederei.
Niente è piú facile che accontentare il ventre;
ma ammetti pure di non aver nemmeno quel poco
che occorre a uno stomaco vuoto:
non ci son piú banchine libere?
un ponte o, men che meno, uno straccio di stuoia?
Vale dunque tanto per te
una cena inframmezzata d'ingiurie?
cosí rabbiosa è la tua fame?
Umilia meno battere all'addiaccio i denti,
rosicchiare i ripugnanti tozzi di pane
che si gettano ai cani.
Fíccati bene in testa che un invito a cena
costituisce il saldo di servizi resi.
Un pasto: questo frutta l'amicizia dei potenti.
Il tuo tiranno te lo mette in conto
e te lo mette anche se t'invita,
ahimè, cosí di rado.
Dopo mesi d'oblio gli salta in mente
d'invitare un cliente
perché vuoto non rimanga un divano:
'Stiamo un po' insieme', gli dice.
Il colmo dei tuoi voti: cosa vuoi di piú?
Trebio ha ben ragione d'interrompere il sonno
e precipitarsi con le scarpe slacciate
al rito del saluto, nel timore
che la folla dei clienti abbia già concluso il giro
al lume incerto delle stelle,
quando il gelido carro di Boote
ruota ancora pian piano su sé stesso.
E poi, che cena! Neppure la lana grezza
vorrebbe quel vinaccio per sgrassarsi:
in tanti Coribanti
vedrai mutarsi i convitati!
Si dà il via con gli insulti;
ma ben presto anche tu, malconcio,
ti trovi a roteare coppe, a tergerti
col tovagliolo insanguinato le ferite,
ogni volta che tra voi e la schiera dei liberti
scoppia una rissa combattuta a colpi di bottiglia.
L'anfitrione intanto beve vino
imbottigliato al tempo in cui i consoli
portavano i capelli ancora intonsi,
e ne conserva di quello pigiato
durante le guerre sociali.
Lui, che nemmeno un bicchiere ne manderebbe
a un amico sofferente di stomaco,
domani si berrà un vino
dei colli Albani o dei Setini,
cosí vecchio che il tempo
sotto un velo di muffa ne avrà cancellato
sull'anfora antica origine e nome;
un vino uguale a quello che bevevano,
incoronati di fiori, Tràsea ed Elvidio
nell'anniversario dei due Bruti e di Cassio.
E in che coppe li beve il tuo Virrone!
enormi, incrostate d'ambra, tempestate di gemme.
A te oggetti d'oro niente,
o se per caso te li danno,
ti mettono un guardiano al fianco
che controlla le pietre
e tiene d'occhio le tue unghie aguzze.
Comprendilo: lí c'è un diaspro famoso,
invidiato da tutti. Come tanti,
anche Virrone trasferisce le sue gemme
dalle dita alle coppe, e sono gemme
come quelle che il giovane
preferito al geloso Iarba
incastonava a vista sul fodero della spada.
Tu invece vuoterai un calice
a quattro becchi,
che porta il nome di un ciabattino di Benevento,
e in piú sbrecciato al punto
da invocare zolfo per le crepe del vetro.
Se per troppe pietanze e troppo vino
ribolle lo stomaco del padrone,
ecco pronta per lui acqua bollita,
piú fredda della neve getica.
Lamentavo che a voi
si servisse altra qualità di vini?
Ma anche l'acqua che bevete è diversa!
E ti porge il bicchiere
un galoppino africano o la mano ossuta
di un negro della Mauritania,
che non vorresti davvero incontrare
quando nel cuore della notte
t'inerpichi in mezzo ai sepolcri della via Latina.
Davanti a lui invece
ecco, c'è un fiore d'Asia,
pagato piú di quanto possedevano
il bellicoso Tullo ed Anco; a farla breve,
piú di tutti i poveri arredi
dei re romani messi insieme.
Stando cosí le cose,
quando avrai sete
rivolgiti al tuo nero Ganimede.
Un servo pagato un tal patrimonio
non sa come mescere il vino ai poveri:
è bello e giovane, la sua boria si spiega.
Quando mai arriverà sino a te?
quando mai, anche se lo preghi,
ti verserà l'acqua, calda o fredda che sia?
Già è seccato di dover servire un vecchio cliente,
seccato che tu gli chieda qualcosa
e in piú sdraiato come sei,
mentre lui se ne sta in piedi.
[Ogni casa importante
è piena di servi altezzosi.]
Eccone un altro: guarda come brontola
nel porgerti il pane appena spezzato!
Tozzi ammuffiti di farina dura come il marmo,
che per quanto tu batta i denti
non riesci ad intaccare.
Il pane tenero, bianco, impastato
con fior di farina, è riservato al padrone.
Tieni a freno la mano;
abbi rispetto per quel pane.
Avanti, prova a mostrarti sfrontato:
addosso come un fulmine ti piomba
chi ti farà mollar la presa:
'Ospite sfacciato, attingi al paniere tuo!
Non sai distinguere il colore del tuo pane?'.
'Solo per questo dunque,
trascurando tante volte mia moglie,
mi sono inerpicato per il gelido Esquilino
in primavera sotto la furia di un temporale,
tra sferzate di grandine,
e col mantello tutto inzuppato di pioggia!'
Guarda quell'aragosta, che vien servita al padrone,
come guarnisce il piatto col suo lungo corpo
e come in mezzo a un mare di asparagi con la sua coda
sembra spregiare gli invitati,
mentre sulle mani di un servo gigantesco
passa trionfante tra voi.
E a te, vero banchetto funebre,
mezzo uovo che avvolge un gamberetto in un piattino.
Lui annega il pesce nell'olio di Venafro;
a te, poveruomo, vien dato un cavolo slavato
che puzza di lucerna:
l'olio delle vostre ampolle, lo sai,
è quello che i Numidi
ci portano sulle loro agili giunche,
un olio che rende persino immuni
dal veleno dei serpenti: per questo
nessuno a Roma vuol piú lavarsi con Bòccare.
Triglia di Corsica per il padrone
o delle scogliere di Taormina:
il mare della nostra costa ormai è morto,
spopolato da una golosità sfrenata;
senza sosta le reti hanno sondato
per il mercato i fondali vicini a noi,
senza lasciare ai pesci del Tirreno
neanche il tempo di crescere.
È dunque la provincia che provvede
alla nostra cucina:
vien di là ciò che Lenate, in caccia d'eredità,
compra e Aurelia rivende.
A Virrone si serve una murena enorme,
pescata negli abissi di Sicilia:
quando l'Austro si quieta, tace e asciuga
nella sua grotta le ali madide di pioggia,
le reti osano sfidare
persino il cuore di Cariddi.
Per te invece, eccoti servito,
un'anguilla incrociata con le bisce
o un pescetto del Tevere
maculato dal gelo,
uno di quelli che nascono vicino alla sponda,
s'ingrassano agli scarichi della cloaca
e seguendo le fogne giungono
sino al centro della Suburra.
Se mi prestasse ascolto,
vorrei dire due parole a Virrone.
'Nessuno ti chiede quello che Seneca,
Cotta o il buon Pisone largivano
anche agli amici piú modesti;
un tempo, è vero, era la generosità
maggior motivo di gloria che i titoli o le cariche.
Ti chiediamo soltanto
un po' di civiltà nelle tue cene.
Almeno questo; poi continua pure
ad essere prodigo con te stesso,
come fanno tanti, e spilorcio con gli amici.'
Davanti a lui fumano il fegato di un'oca enorme,
un pollo grosso come questa
e un cinghiale degno del ferro
del biondo Meleagro.
Poi a primavera, se gli invocati temporali
avranno reso piú laute le cene,
ecco i tartufi. E Alledio:
'Tienti pure il tuo frumento, Libia,
stacca dall'aratro i buoi, ma mandaci i tuoi tartufi!'.
No, non v'è limite allo sdegno: guarda
come saltella passo passo il maggiordomo,
come quel pantomimo volteggia il coltello,
finché non ha eseguito
tutti i dettami del suo pigmalione:
certo non è cosa da poco
distinguere con quale gesto
è da trinciare una lepre e con quale una gallina!
Se osi fiatare, quasi fossi un nobile,
sarai, come Caco steso da Ercole,
trascinato per i piedi e scaraventato fuori.
Quando mai Virrone brinda con te?
Berrebbe mai dal tuo bicchiere?
C'è qualcuno tra voi cosí audace
o cosí folle da dire al grand'uomo: 'Bevi!'?
Sono molte, troppe le cose
che non osa dire chi ha un abito sdrucito.
Ma se un dio o un omuncolo
simile agli dei e migliore del destino
ti regalasse una fortuna,
dal niente che sei, diverresti
per Virrone il piú amico degli amici.
'Date a Trebio, servite Trebio!
Fratello mio, vuoi un po' di questo filetto?'
Denaro, denaro! è questo che onora,
che è suo fratello! Ma se vuoi
signoreggiare veramente su di lui,
mai accada che alla tua corte
giochi un piccolo Enea o una bambina
piú tenera di lui:
una moglie sterile rende amabile
e prezioso l'amico.
Mícale, però, la tua concubina,
può partorire quanto vuole,
scodellandoti in grembo tre figli alla volta:
felice sarà di questa nidiata allegra,
e ogni volta che un piccolo scroccone
sederà alla sua mensa,
gli farà portare un farsetto verde e
noccioline, monetine, quante ne vuole.
Agli amici di poco conto
funghi di dubbio pregio;
al padrone un porcino,
di quelli che mangiava Claudio,
prima che uno gliene offrisse sua moglie,
dopo il quale non mangiò piú.
Per sé e per qualche altro Virrone
farà portare frutti, il cui profumo,
solo quello, basterebbe a saziarti,
frutti come ne produceva
l'eterno autunno dei Feaci,
frutti che tu potresti credere
sottratti alle sorelle Espèridi.
Per te, o gaudio, una mela rognosa,
di quelle rosicchiate sui bastioni
da una scimmia che bardata di scudo ed elmo
impara tremando a suon di frustate
come dal dorso irsuto di una capra
si scaglia un giavellotto.
Credi che Virrone lo faccia per spilorceria?
No, gli piace farti soffrire:
non c'è commedia, non c'è mimo
piú divertente di un affamato che implora.
Tutto è predisposto, se vuoi saperlo,
per costringerti a spargere
lacrime di bile, a stridere i denti
tra le mascelle serrate. E tu credi
d'essere un uomo libero, un pari del re?
Uno schiavo, nient'altro ti ritiene,
schiavo del profumo che emana dalla sua cucina,
e non ha torto. Chi è quel miserabile
che può sopportarlo due volte,
se da ragazzo ha portato la borchia d'oro
o almeno il collare di cuoio
che distingue i cittadini piú poveri?
Vi perde la speranza di una buona cena:
'È il nostro turno: ci darà gli avanzi della lepre,
il coccige del cinghiale; magari
giungerà sino a noi un pollastrino'.
E cosí ve ne state tutti muti,
in attesa, col pane pronto,
intatto, stretto in pugno.
Ha ragione lui a trattarvi in questo modo.
Se puoi sopportare tutto ciò, te lo meriti.
Un giorno, a testa rasa,
ti farai riempire di schiaffi
la faccia, subirai impavido
le piú dure sferzate, degno come sei
di un tale banchetto e di un tale amico.

LIBRO SECONDO



VI
(donne, donne)

Certo: al tempo del regno di Saturno
la Pudicizia visse sulla terra
e a lungo vi fu vista.
Una spelonca gelida,
quella allora la casa, tutto qui:
focolare Lari padroni e bestie
stretti insieme sotto lo stesso tetto.
E le spose, figlie dei monti, allora
rabberciavano un rustico giaciglio
con foglie, paglia e pelli di animali
catturati sul luogo.
Cinzia, Cinzia, quanto da te diverse
quelle donne; quanto diverse
anche da te, se la morte di un passero
poté annebbiare i tuoi begli occhi;
donne che alla sete di figli ormai cresciuti
ancora porgevano il seno, donne
spesso piú sgradevoli del marito stesso
quando rutta le ghiande.
Nella primavera del mondo,
sotto un cielo appena dischiuso,
come vivevano diversamente gli uomini,
usciti da cretti di quercia,
impastati di fango,
senza che nessuno li generasse!
Forse con Giove ancora qualche traccia
dell'antico pudore resistette,
molto o poco che fosse;
ma certo solo finché Giove
non mise barba
e non esistette greco pronto a giurare
sulla testa degli altri,
finché nessuno pensò di cintare i campi
nel timore che i ladri
gli svuotassero vivai e frutteto.
Ma poi insieme a Pudicizia
quasi di soppiatto in cielo se ne tornò Astrea:
cosí fianco a fianco sparirono le due sorelle.
Ahimè, Postumo, vizio antico e inveterato
violare il letto altrui, disonorando
la santità del talamo nuziale.
Dall'età del ferro ci vengono crimini e crimini,
ma già in quella argentea
si videro i primi adulteri.
E tu in tempi come i nostri
prepari contratto, rito e sponsali,
ti fai acconciare da un maestro coiffeur
e forse in pegno hai già dato l'anello.
Io ti credevo saggio:
eppure, Postumo mio, prendi moglie!
Dimmi: è Tisífone con le sue serpi
che ti rende insensato?
Con tutte le corde a disposizione,
con tante finestre spalancate lassú
da dare le vertigini
e col ponte Emilio a due passi,
ti senti di sopportare una moglie?
Ma se fra tanti modi
non v'è il suicidio che cerchi,
non ti sembra preferibile in ogni caso
portarti a letto un ragazzino?
Di notte non bisticcia,
non vuole regalini per giacerti accanto,
non si lamenta se risparmi i lombi,
se non ansimi quanto lui vorrebbe.
Ma Ursidio stravede per la lex Iulia:
sogna di sollevare tra le braccia
un figlioletto tutto zucchero,
disposto persino a privarsi
della polpa di tortora,
delle creste di triglia
e di tutte le tentazioni del mercato.
Se v'è una donna che si sposa Ursidio,
tutto, tutto è possibile!
tutto, se il piú famoso degli adúlteri,
che tante volte trovò scampo in una cesta
come Latino, porge rimbambito
il collo al cappio coniugale.
E per di piú si cerca una moglie all'antica!
O medici, un salasso, un salasso ci vuole!
Benedetta ingenuità! Pròstrati
in Campidoglio davanti al tempio di Giove,
sacrifica a Giunone una giovenca
coperta d'oro, se trovi una moglie
con labbra caste! Mosche bianche
le donne degne di toccare le bende di Cerere,
le donne i cui baci non atterriscano
lo stesso padre! Intreccia ghirlande alle porte,
avanti, stendi nell'atrio festoni d'edera!
'Basta a Iberina un uomo solo?'
La convinceresti piú facilmente
ad accontentarsi d'un occhio solo!
'Ma si dice un gran bene di una giovane
che vive in campagna col padre.'
Dille che viva a Gabi
come ha vissuto in campagna, oppure a Fidene,
ed io rinuncio al campicello avito!
E poi chi può giurare
che nulla sia accaduto sui monti o in una grotta?
Tanto sono invecchiati Giove e Marte?
Fra le donne intraviste sotto i portici
ti è forse apparsa quella che sognavi?
E fra tutte quelle che riempiono
le logge dei teatri
ve n'è forse una che tu
possa scegliere ed amare senza timore?
Quando languidamente
Batillo danza la pantomima di Leda,
Tuccia non sa frenare la libidine
e Àpula con lunghi lamenti
ansima concitata
come al culmine di un amplesso;
Timele è tutt'occhi e ciò che ancora non sa l'impara.
Ma quando a sipario calato
tutti i teatri son chiusi e deserti,
e solo le piazze risuonano di grida,
tra i giochi Plebei e i lontani Megalesi,
vi sono donne che immalinconite
si trastullano con la maschera,
il tirso e le mutande di Accio.
E come ridono quando in una farsa atellana
Úrbico impersona Autonoe: per lui
spasima Èlia, ma non ha quattrini.
E ce ne vogliono tanti per far slacciare
la fibbia a un commediante!
Altre han ridotto Crisògono senza voce,
mentre Ispulla si gode un attor tragico.
Che t'aspettavi? che s'innamorassero di Quintiliano?
La moglie che ti prendi farà padre
il chitarrista Echíone
o i flautisti Glàfiro e Ambrogio.
Innalziamo lunghi palchi nei vicoletti,
orniamo porte e stipiti
di grandi corone d'alloro,
per che cosa mai, Lèntulo?
per vedere dentro la sua culla di tartaruga
il tuo nobile rampollo con in faccia stampati
i tratti d'Eurialo o di qualche mirmillone.
Eppia, moglie di un senatore,
ha seguito una compagnia di atleti
sino a Faro, sino al Nilo e alle mura
malfamate dei Làgidi,
facendo inorridire persino Canopo
per l'incredibile immoralità romana.
Dimenticati casa, marito e sorella,
senza un pensiero per la sua città,
quell'infoiata ha abbandonato i figli in lacrime
e, ciò che piú stupisce,
persino il suo Paride e il Circo.
Pur allevata tra le piume
di una culla intarsiata
e nel lusso della casa paterna,
non ebbe orrore d'affrontare il mare:
aveva già affrontato il disonore,
che per chi dispone di comode poltrone
è danno irrilevante.
Navigando di mare in mare,
ha attraversato i flutti del Tirreno
e la distesa fragorosa dello Ionio
con cuore intrepido: son donne, queste,
che solo se devon correre un rischio
per una causa onorevole e giusta
cadono in preda alla paura,
il cuore fattosi di ghiaccio,
le gambe tremanti che non le reggono;
ma se compiono malefatte
ostentano un coraggio senza pari.
Se lo vuole il marito, è un dramma
salire sulla tolda:
il tanfo della stiva le sconvolge e svengono.
Ma quella che segue l'amante
ha stomaco di ferro.
La prima vomita addosso al marito,
questa mangia coi marinai,
scorrazza per il ponte
e gode a maneggiare le ruvide gómene.
Ma di quale bellezza, di qual fior di giovinezza
s'è incapricciata Eppia?
Cosa ha mai visto in lui
per sopportare la nomea di 'gladiatrice'?
In verità il suo Sergino
ormai aveva cominciato a radersi la barba
e a sperare nel congedo per quel suo braccio rotto;
senza contare gli sfregi del viso,
il naso escoriato dall'elmo
con una gran bozza nel mezzo,
e uno sgradevole malanno
che gli faceva lacrimare di continuo gli occhi.
Ma un gladiatore era! Quanto basta
per farne un Giacinto, per preferirlo
a figli, patria, sorella e marito:
è il ferro che amano le donne.
Se il suo Sergio avesse già ricevuto
il bastone del congedo, all'istante
non le sarebbe apparso
diverso da un qualsiasi Veientone.
Eppia, ceto medio: ti scandalizza?
E le adultere dei principi allora?
Senti le disavventure di Claudio.
La moglie, non appena lo vedeva addormentato,
spingendo la sua audacia di augusta meretrice
sino a preferire una stuoia
al talamo del Palatino,
incappucciata di nero, l'abbandonava
scortata da una sola ancella.
Nascondendo la chioma scura sotto una parrucca bionda,
varcava la soglia di un lupanare
tenuto caldo da un tendone malandato,
dove in una cella a lei riservata,
col falso nome di Licisca,
si prostituiva ignuda, i capezzoli dorati,
offrendo il ventre che, generoso Britannico,
un tempo t'aveva portato.
Lasciva accoglieva i clienti,
chiedeva il prezzo stabilito
[e giacendo supina
assaporava l'assalto d'ognuno].
Quando poi il ruffiano
mandava via le sue ragazze,
usciva a malincuore,
con la sola concessione di poter chiudere
per ultima la cella,
il sesso ancora in fiamme
e vibrante di voglie.
Sfiancata dagli uomini, ma non sazia ancora,
se ne tornava a casa:
il viso ammaccato di lividi,
impregnata del fumo di lucerna,
portava il lezzo del bordello
sin nel letto imperiale.
E l'ippòmane, gli incantesimi, dici,
le pozioni letali servite ai figliastri:
a che serve parlarne?
In preda ai furori del sesso
le donne commettono crimini
ben piú gravi: il peccato di lussuria
è uno scherzo al confronto.
'Ma, a sentire il marito,
Cesennia non è una perla?' Un milione in dote:
questo il prezzo per dichiararla onesta.
Non sono certo le frecce di Venere
che lo rendono smunto
o le fiamme d'amore che lo bruciano:
dalla dote è trafitto,
al suo fuoco si ustiona.
E Cesennia? la libertà se l'è comprata.
Davanti a lui può civettare come crede,
rispondere a chi vuole:
una donna ricca che si sposa un avaro
di fatto è vedova.
'E perché mai Sertorio
brucia di passione per Bíbula?'
Stai accorto, non è la moglie che ama,
ma la bellezza sua.
Fa' che compaiano tre rughe,
che rinsecchita la pelle si afflosci,
che i denti s'anneriscano
e s'infossino gli occhi:
'Fai fagotto e vattene!', intimerà un liberto.
'Ci hai stancati; ti soffi il naso di continuo.
Via, via, vattene e piú in fretta che puoi.
Sta per arrivarne un'altra col naso asciutto'.
Intanto è in auge, impera
e dal marito pretende pastori,
pecore di Canosa e vigne nel Falerno.
Ti par poco? Tutti i servi possibili,
intere carceri pretende,
e che si compri tutto ciò che in casa manca,
visto che il vicino l'ostenta.
Anche in dicembre,
quando Giasone, trasformato in bottegaio,
è nascosto alla vista
e bancarelle dipinte di bianco
si ergono davanti ai suoi marinai
pronti a salpare,
si fa venire enormi vasi di cristallo,
grandi coppe murrine
e il piú famoso dei diamanti,
reso ancor piú prezioso dal dito di Berenice:
alla sorella incestuosa l'aveva un tempo
donato (in quel paese dove i re
festeggiano il sabato a piedi scalzi
e una clemenza antica
permette ai porci d'invecchiare)
Agrippa il barbaro.
'Ma in tutta questa folla non ne trovi
nemmeno una che ti vada a genio?'
Metti che sia bella elegante ricca e fertile,
che nell'atrio ostenti antenati illustri
e sia piú casta di tutte quelle Sabine
che seppero, le chiome al vento
(uccello raro come un cigno nero),
dirimere la guerra,
chi mai potrà sopportare una moglie
che ha tutte le virtú?
Meglio, meglio una Venusina
di te, Cornelia, che, madre dei Gracchi,
con tutte le tue virtú mi propini
un sussiego sdegnoso e annoveri
fra la dote anche i trionfi degli avi.
Riprenditi, di grazia, il tuo Annibale,
il tuo Siface battuto sul campo
e vattene, Cartagine compresa!
'Pietà, pietà, Apollo!
Deponi l'arco, Diana!
Innocenti sono i miei figli.
Trafiggete la madre!',
cosí gridava Anfione.
Ma Apollo tese l'arco.
E Niobe, per essersi professata
piú nobile del sangue di Latona
e piú feconda d'una bianca scrofa,
tutti i suoi figli, il loro padre,
tutti seppellí, tutti.
Virtú e bellezza, che valgono mai,
se di continuo te le senti rinfacciare?
Anche il piacere di doti cosí rare ed eccelse
svanisce se, guastato da superbia,
contiene piú fiele che miele.
Chi è a tal punto succube della moglie
da non averla in uggia,
da non odiare almeno sette ore al giorno
colei che pure a viva voce esalta?
Inezie sono certo altri difetti,
ma non per questo meno sgraditi a un marito.
Il vezzo piú stomachevole è
che nessuna si sente abbastanza attraente
se da toscana non si muta in grecula,
da sulmonese in ateniese puro sangue:
solo il greco hanno in bocca,
[come se non fosse per loro
maggior vergogna ignorare il latino].
Terrore, bile, gioia, affanni
e gli impulsi piú segreti del cuore,
tutto in greco, solo in greco l'esprimono.
E non basta: fanno l'amore in greco.
Passi se sono ragazzine,
ma che tu, con ottant'anni e passa alle porte,
ancora grecheggi è troppo, impudico
in una vecchia. Quando in pubblico ti scappa
quel lascivo zoé kái psyché,
usi parole abbandonate or ora fra le coltri.
A chi non rizzerebbe il sesso
una frase cosí blanda e lasciva? Pare una carezza.
Ma puoi anche dirla piú amabilmente
di Emo o Carpòforo,
non c'è penna che non s'afflosci:
gli anni ti stanno scritti in faccia.
Se non intendi amare
colei che ti viene promessa
e data secondo la legge,
perché sposarla?
perché rimetterci la cena
e la focaccia di mosto, che è d'uso
offrire agli invitati ormai gonfi di cibo
al termine della cerimonia? perché rimetterci
il dono della prima notte,
lo splendido piatto su cui scintillano
monete d'oro con l'effige di Traiano
il Dacico o Germanico che dir si voglia?
Ma se hai la sventatezza di sposarti,
di votarti anima e corpo a una donna sola,
allora giú la testa
e prepara il collo a portare il giogo.
Non ne troverai una
che rinunzi a tormentare chi l'ama.
Anche se lei ne è innamorata,
godrà a torturarlo, a spogliarlo.
E piú il marito sarà amorevole e buono,
meno, meno assai gli varrà la moglie.
Senza il suo permesso non potrai far regali,
vendere o comprare alcunché
se lei si oppone o non lo vuole.
Sceglierà lei i tuoi affetti;
e cosí sarà cacciato di casa
persino un vecchio amico, quell'amico
che la tua porta vide con la prima barba.
Ruffiani e maestri d'arma son liberi
di fare testamento
e cosí pure i gladiatori;
ma tu sarai costretto a nominare erede
ben piú d'uno dei tuoi rivali.
'Crocifiggi quel servo!'
'Ma per quale delitto merita il supplizio?
Ci sono testimoni? una denuncia?
Ascolta: non son mai troppi gli indugi,
se in gioco è la vita di un uomo.'
'Farnetichi: un servo è forse un uomo per te?
Non ha fatto nulla, e allora? Lo voglio io.
Se ordino che sia messo a morte,
la mia volontà dovrebbe bastarti!'
È lei che comanda. Ma lascia tempo al tempo:
abbandona il suo regno, cambia casa,
calpesta il velo nuziale; poi torna
e rivola a quel letto che aveva spregiato.
Un lampo, e lascia le porte ornate di fiori,
i festoni e i virgulti ancora verdi
appesi nell'atrio di casa.
Cosí cresce il numero dei mariti,
ben otto in soli cinque autunni:
impresa degna d'epitaffio.
Finché poi vive la suocera, no,
non avrai pace.
È lei che le insegna a rovinare il marito,
a godere delle sue spoglie;
è lei che le insegna come rispondere
con garbo e abilità
ai biglietti inviati dal suo spasimante;
è lei che inganna o corrompe i custodi.
E cosí, pur in ottima salute,
la figlia può chiamare Archígene,
il medico, ostentando pesanti coperte,
mentre l'amante, ben celato nel suo nascondiglio,
impaziente per l'attesa, in silenzio si masturba.
Che vuoi che le inculchi la madre?
costumi onesti, diversi dai suoi?
Illuso! A vecchie spudorate
troppo utile torna
educare una figlia spudorata!
Non c'è dibattimento in tribunale
che non abbia all'origine una donna.
Se Manilia non è imputata,
è lei che sostiene l'accusa.
Sono loro, le donne,
a stendere e a formalizzare gli atti,
pronte a dettare a Celso esordio ed argomenti.
E chi non conosce le tuniche di Tiro
e gli unguenti per i loro esercizi ginnici?
Chi non le ha viste vibrare fendenti al palo?
Lo intaccano a furia di colpi,
lo percuotono con lo scudo,
eseguendo con precisione
tutti i movimenti prescritti,
ben degne di esibirsi
tra le fanfare nei giochi di Flora,
se pur nel loro petto
non covino disegni piú ambiziosi
e non s'allenino davvero per l'arena.
Che pudore può mostrare una donna
con l'elmo in testa, che abdica al suo sesso?
L'attira la forza, eppure diventar uomo
non vorrebbe, sapendo quanto breve
è il piacere nel maschio.
Bell'onore se mettessero all'asta
gli arnesi di tua moglie:
cinturone, bracciali, elmo
e mezzo cosciale della gamba sinistra!
E che gioia se la tua sposa,
passata ad altro tipo di tenzone,
vendesse gli schinieri! Donne!
Sudano persino sotto la veste piú leggera:
che le loro grazie vadano in fiamme
a contatto d'una stoffa di seta?
Guarda con che fremiti vibra i colpi
appresi dal maestro, schiacciata com'è
sotto il peso dell'elmo,
come sta salda sui garretti
malgrado la corazza di dura corteccia;
e ridi, sí, quando deposte le armi
si accoscia sul pitale!
Ditemi voi, nipoti del cieco Metello,
di Lèpido, di Fabio Gúrgite,
quale moglie di gladiatore
si è mai conciata in questo modo?
quando mai la moglie di Asilo
s'è vista ansimare davanti al palo?
Gonfio di liti, di continui alterchi
è il letto coniugale:
non vi si dorme quasi.
Insopportabile, piú perfida
di una tigre privata dei suoi cuccioli,
questo diventa una moglie, quando dissimula
sotto falsi gemiti la coscienza
d'una colpa segreta,
quando se la prende coi figli
o si lagna di una rivale immaginaria,
con un fiume di lacrime negli occhi
sempre pronto e in attesa di sgorgare
a sua voglia e piacere.
E tu, coglione, lo ritieni amore,
ti lusinghi e con le labbra asciughi quel pianto:
che lettere e biglietti leggeresti
se frugassi dentro lo scrigno
di quella puttanella che fa la gelosa!
Ma eccola sorpresa in flagrante
mentre si dona a un servo o a un cavaliere.
O Quintiliano, suggerisci tu,
di grazia, una parola adatta alla difesa.
'Son di sasso: la dica lei, tua moglie!'
'Si era d'accordo che tu facessi quel che volevi,
ma che anch'io potessi darmi al bel tempo.
Grida quanto ti pare,
sconvolgi pure mare e cielo:
sono un essere umano anch'io!'
Non ha limiti l'impudenza di una donna:
colte in fallo traggono dalla colpa
furia e coraggio.
Da dove vengano tali mostruosità,
che origine abbiano, questo vuoi sapere?
Una condizione modesta
garantiva un tempo la castità
delle donne latine;
le distoglievano dal contagio dei vizi
la casa minuscola, la fatica,
il sonno limitato,
le mani rovinate
e irruvidite dalla lana etrusca,
l'assillo di Annibale alle porte di Roma
e i mariti in armi sulla torre Collina.
La pace troppo lunga ci ha guastati:
piú funesta della guerra, su noi
incombe la lussuria a vendicare il mondo
che abbiamo sottomesso.
Da quando la sobrietà romana è scomparsa,
nessun crimine è assente qui fra noi,
nessun misfatto di libidine.
Sui nostri colli si sono installate
Sibari, Rodi, Mileto e ubriaca fradicia
Taranto, con le sue corone
e le sue indecenze.
L'oscenità del denaro ha introdotto
costumi esotici e le mollezze della ricchezza
hanno corrotto il nostro tempo
con gli eccessi piú vergognosi.
Venere ubriaca non ha ritegno.
Una donna, che in piena notte affonda i denti
in ostriche enormi, quando spumeggiano
gli aromi infusi nel Falerno puro,
quando si beve a canna
e il soffitto sembra ondeggiare,
la mensa animarsi di lucerne sdoppiate,
una donna fra bocca e sesso
non fa nessuna differenza.
Dubbi? Quando Tullia divora l'aria
il suo dileggio è fin troppo evidente;
cosa bisbigli quella malfamata Maura
all'altra Maura, sorella di latte,
quando passa accanto all'antico altare
della Pudicizia, si vede subito:
la notte fermano lí le loro lettighe
e, prese dal bisogno di orinare,
inondano la statua della dea
di getti interminabili,
poi si cavalcano a turno, agitandosi
sotto lo sguardo della luna;
tornano infine a casa, e tu, recandoti
la mattina dopo a visitare i potenti
tuoi amici, calpesti il piscio di tua moglie.
Sulla bocca di tutti
sono i misteri della dea Bona:
il flauto eccita le reni
e le mènadi di Priapo,
esaltate dal vino e dal suono del corno,
scompigliano al vento i capelli
e lanciano ululati.
Brama d'accoppiarsi le ottenebra la mente;
e che grida nei loro fremiti lascivi,
che torrente di vino
infradicia le loro gambe!
Saufeia, posta in gara una corona,
sfida le donne del bordello
e vince il premio per come ondeggia le cosce;
ma al voluttuoso ancheggiare di Medullina
deve anche lei rendere omaggio.
La palma è tra due dame:
abilità e natali pari e patta.
Non è un gioco, là si fa sul serio,
tanto sul serio, da rinfocare persino
Priamo, il figlio di Laomedonte,
ormai intorpidito dall'età,
e l'ugello stesso di Nestore.
L'eccitazione è alle stelle e in quell'attimo
la donna si mostra com'è; sotto le volte
rimbomba all'unisono un grido:
'Aprite agli uomini, la Dea lo vuole!'.
Se l'amante dorme, lo sveglia un ordine:
prendere il mantello e precipitarsi.
E se non viene, si ricorre ai servi.
Mancano anche questi? si affitta un acquaiolo.
Se non lo trovano e mancano gli uomini,
nessun problema: si offrono le natiche
a un asinello per farsi montare.
E volesse il cielo che almeno i riti antichi
e le funzioni pubbliche fossero immuni
da tutte queste infamie! Ma anche i Mauri e gli Indi
sanno chi era quella 'flautista'
che introdusse un cazzo piú grosso
del rotolo dei due Anticatones
di Cesare, in quel luogo che persino un topo
come maschio detesta
e che è buon costume coprire con un velo
in ogni dipinto che raffiguri l'altro sesso.
Ma chi osava al tempo di Cesare
offendere gli dei? chi osava irridere
la coppa o il nero bacile di Numa,
i fragili vassoi del monte Vaticano?
Oggi invece non c'è altare che non abbia un Clodio.
Miei vecchi amici, lo so, da sempre mi dite:
'Metti il catenaccio e chiudila in casa!'.
Ma chi custodirà poi i custodi?
Mia moglie è scaltra e comincia proprio da quelli.
Nobili o plebee sono tutte affamate di sesso:
quella che batte a piedi il sudicio selciato
non è certo migliore
dell'altra che si fa portare sulle spalle
di atletici schiavi siriani.
Per assistere ai giochi, Ogulnia
prende ogni cosa a nolo: vestito lettiga
cuscino scorta e amiche, la nutrice
e una bionda schiavetta per le commissioni.
Ma poi dona agli atleti piú brillanti
tutto ciò che le resta dei beni paterni,
sino all'ultimo oggetto.
Molte donne in casa fanno la fame,
ma nessuna ha pudore della povertà
e nessuna si misura col metro
che questa impone. Gli uomini pensano, è vero,
anche all'utile e, ammoniti dalle formiche,
paventano il freddo e la fame;
la donna no, sperpera e non s'accorge
che i suoi averi vanno in fumo.
Come se il denaro, rinascendo d'incanto,
tornasse a ripopolare la cassaforte vuota
e si potesse sempre attingere
da un cumulo perennemente intatto:
non hanno idea di quanto costano i loro piaceri.
[In ogni casa in cui vive ed esercita
un maestro d'oscenità,
che con mano tremante
promette ogni possibile licenza,
non troverai che gente
corrotta e simile agli effeminati.
Gente a cui si permette di contaminare i cibi,
di sedere a una mensa consacrata;
e invece di farli a pezzi, si lavano i bicchieri
in cui hanno bevuto un cicisbeo
o una checca barbuta.
Piú pulita e onesta della tua casa
è la scuola dei gladiatori:
fra una mammoletta e un atleta
lí i contatti sono vietati.
Ancora: una tunica svergognata
non può essere appesa con le reti
e chi combatte nudo non ripone
nello stesso armadio i ripari delle spalle
e un'arma d'offesa come il tridente.
Agli invertiti, che persino in carcere
hanno ceppi distinti, è riservata
la parte piú interna della palestra.
Ma tua moglie fa bere
nello stesso bicchiere te e persone
con cui nemmeno la bionda puttana
di un sepolcro in rovina accetterebbe
di sorseggiare il vino d'Alba o di Sorrento.
È su loro consiglio che le donne
ti sposano e all'improvviso poi t'abbandonano;
è a loro che riservano
i languori del cuore
o i drammi della vita;
alla loro scuola imparano a dimenare
natiche e fianchi, e qualunque prodezza
siano capaci d'insegnare.
Ma non fidarti, non fidarti troppo:
un amante può tingersi gli occhi di bistro,
abbigliarsi di giallo zafferano
e mettersi in testa una reticella!
Diffida soprattutto
quanto piú effeminata è la sua voce,
quanto piú e piú si carezza
languidamente l'anca: a letto
mostrerà ben altro valore!
Terminata la danza,
Taide getta la maschera
ed ecco pronto al suo posto un Trifallo.
Ma di che ridi? Falla altrove la commedia!
Scommetti? son certo che sai ben fare l'uomo.
L'ammetti? o come testi si devon citare ancelle
in sala di tortura?
Sí, conosco i vostri consigli, amici miei,
i vostri ammonimenti: 'Serra il catenaccio,
chiudila in casa!'. Ma poi chi mi guarderà i guardiani?
Il silenzio sulle infedeltà di una puttanella
è solo questione di prezzo.
E una donna furba lo sa:
dai guardiani appunto comincia.]
Vi sono poi donne che illanguidiscono
ai baci lascivi di effeminati eunuchi:
niente barba che punga,
nessun pericolo di aborti.
E il piacere è sublime,
perché li affidano al chirurgo
quando nel turgore di giovinezza
gli organi son maturi e ormai scuri di peli;
solo allora, fatti crescere sotto osservazione
e giunti al peso di due libbre,
Eliodoro strappa i testicoli:
il danno non riguarda che il barbiere.
[Vera e disumana impotenza affligge invece
i ragazzi venduti schiavi dai mercanti,
con la vergogna d'uno scroto vuoto
e del pisellino rimasti.]
Ma l'eunuco, reso tale dalla padrona,
quando entra nelle terme
si fa notare da lontano
e attira lo sguardo di tutti:
potrebbe sfidare Priapo,
il custode di viti ed orti.
Dorma pure con la padrona,
ma tu, Postumo, attento a non affidargli il tuo Bromio,
un ometto di primo pelo ormai.
E se la donna ama il bel canto,
non c'è fibbia di castità,
fra chi presta la voce ai pretori, che le resista.
Stringendo senza tregua gli strumenti,
la lira s'imperla tutta di fitte gemme;
col plettro vibrante che usava il languido Edímele
tocca ognuna delle sue corde:
e impugna questa delizia, ne gode,
gli elargisce i suoi baci.
Una erede dei Lamia, stirpe d'Appio,
arrivò con offerte di vino e farina
a pregare Giano e Vesta nella speranza
che Pollione vincesse nei ludi Capitolini
la corona di quercia
per farne dono alla sua cetra.
Avrebbe potuto fare di piú
per un marito in coma
o per un figlio dato spacciato dai medici?
Ritta davanti all'ara,
non si vergognò di velarsi il capo,
di ripetere per la cetra
le parole suggerite dal rito;
ma impallidí quando fu sgozzata l'agnella.
Padre Giano, dimmi, ti prego, antichissimo dio,
dimmi: dai tu retta a costoro?
Ne avete, sí, di tempo in cielo:
a quanto vedo, non è, non è proprio
che lassú abbiate molto da fare.
Questa ti consulta per un attore comico,
quella te ne raccomanda uno tragico:
all'aruspice verran le varici.
E si dia pure al canto,
purché sfrontata non scorrazzi
per tutta la città,
infilandosi nelle riunioni degli uomini
a sentenziare altera e olimpica,
presente il marito, fra generali di carriera.
Un esemplare, questo,
che sa tutto quanto accade nel mondo,
quel che tramano Traci e Seri, e in piú
le tresche tra matrigna e figlio,
chi ha l'amante, chi sia l'amante fra tutte conteso;
e ti dirà chi ha messo incinta la tal vedova
e in che mese, come ciascuna si comporta a letto,
parole e movenze comprese.
È lei, lei la prima a vedere la cometa
che minaccia il re di Parti e di Armeni,
lei che raccoglie porta a porta
notizie e dicerie dell'ultim'ora,
e altre ne inventa:
'straripato il Nifate,
abitati e campi sommersi dal diluvio,
città crollate, terre sprofondate':
questo, questo racconta
nei crocicchi al primo venuto.
Ma piú intollerabile ancora è il vizio
di quella che si fa trascinare davanti
i vicini indigenti
e li fa frustare malgrado le loro preghiere.
Basta che il suo sonno venga interrotto da un latrato;
un urlo: 'Portatemi la frusta! Muovetevi!',
e ordina di battere per primo il padrone,
poi il suo cane. Una vista terrificante:
meglio non incontrarla,
quando in piena notte si reca ai bagni
mobilitando unguenti e attrezzi.
E come gode a sudare in quel parapiglia,
finché le braccia le cadono spossate dai pesi
e un massaggiatore volpone
le preme le dita sul sesso
costringendola a dimenare pube e cosce.
Intanto gli ospiti si struggono
infelici di sonno e fame.
Lei finalmente arriva, rossa in viso
e cosí assetata di vino
da ingoiarsi l'intero contenuto,
una diecina di litri, del barilotto
posto ai suoi piedi.
Ma prima di mangiare
gliene portano un altro litro
che, lavato lo stomaco
e rimesso imbrattando il pavimento,
renderà piú rabbiosa la sua fame.
Rivoli di vino sui marmi,
fetore di Falerno nei bacili d'oro:
come una lunga biscia
caduta in fondo a un tino,
lei beve e vomita. E il marito?
ha la nausea e stringe gli occhi per soffocar la bile.
Piú fastidiosa invece
è la donna che appena a tavola
cita Virgilio,
giustifica Didone decisa a morire,
mette in lizza e confronta poeta a poeta,
ponendo sui piatti della bilancia
da un lato Virgilio, dall'altro Omero.
Si ritirano in un canto i grammatici,
per sconfitti si danno i retori,
tutti i presenti ammutoliscono:
nessuno oserebbe fiatare,
avvocato o banditore, nemmeno un'altra donna.
Tale è il diluvio delle sue parole,
che lo diresti un tafferuglio
di casseruole e campanacci.
Non serve scomodare trombe o bronzi:
a salvare la luna in eclissi basta lei sola.
Chi è saggio anche in cose oneste s'impone un limite;
la donna che vuol mostrarsi eloquente e dotta
a tutti i costi, ahimè,
deve rimboccar la tunica a mezza gamba,
immolare un porco a Silvano
e frequentare bagni popolari.
T'auguro che la signora seduta accanto
non si picchi d'avere un proprio stile
e non ti scagli addosso
con linguaggio involuto un tortuoso entimèma,
che ignori qualcosa di storia
e non comprenda tutto quel che legge.
Odio la donna che ha sempre in mano e consulta
la Grammatica di Palèmone,
senza mai trasgredire le regole della lingua,
e che, ostentando erudizione,
cita versi a me sconosciuti,
che rimprovera a un'amica incolta parole
a cui nessun uomo farebbe caso:
vivaddio, che almeno al marito
sia permesso un errore di sintassi!
Nulla esiste che non si permetta una donna,
nulla che reputi scorretto,
se può cingersi il collo di smeraldi
o appendersi alle orecchie tutte tese
pendagli smisurati:
[no, non c'è nulla di piú insopportabile
di una femmina ricca].
Il viso, gonfio di pomate,
tutto un effluvio di ceroni poppeani,
in cui s'invischiano le labbra
del povero marito,
è ripugnante, eppure muove al riso:
ma dall'amante corrono a pelle pulita.
Quando mai una donna
si preoccupa d'esser bella in casa propria?
Gli unguenti sono per l'amante,
per lui s'acquistano i prodotti
che voi, diafani Indiani, ci mandate.
Finalmente svela il suo volto:
tolto il primo strato d'intonaco,
ecco, ora sappiamo chi è;
poi si massaggia con il latte:
si sa, anche se fosse esiliata al polo artico,
condurrebbe con sé una mandria d'asine.
Io domando: è una faccia questa,
cosí mutata in maschera,
sostenuta da tanti impiastri,
tutta madida per gli impacchi
di farina bollente,
o non piuttosto un'ulcera?
Ma mette conto di conoscere con esattezza
cosa fanno e tramano lungo tutta la giornata.
Se la notte il marito le ha volto le spalle,
l'intendente è spacciata,
l'estetista deve denudarsi la schiena,
lo schiavo liburno è accusato d'aver fatto tardi
ed è costretto a pagare per il sonno di un altro:
schiene rotte dalle nerbate,
rosso fuoco per staffile o scudiscio;
vi sono donne che assoldano l'aguzzino un tanto l'anno.
Schiocca la frusta, e lei intanto
s'imbelletta il viso, ascolta le amiche,
esamina il bordo dorato
d'una veste ricamata, e giú botte;
controlla il libro dei conti, e giú botte;
finché agli aguzzini sfiniti
con voce orrenda tuona
'Fuori!': giustizia è fatta.
Il regime che vige nella casa
non è meno rischioso
di quello di una corte siciliana.
Se ha un appuntamento e vuol farsi bella piú del solito
in fretta e furia, perché già l'aspettano ai giardini
o al tempio d'Iside (quella mezzana),
è alla povera Psecas, scarmigliata,
spalle e petto nudo, che tocca pettinarla.
'Perché quel ricciolo è piú alto?'
Orrendo delitto, un ricciolo fuori posto:
ne fa immediata giustizia la frusta.
Ma che diavolo ha fatto Psecas?
che colpa ne ha se il tuo naso non ti va a genio?
Da manca un'altra ancella
spiana, ravvia, inanella le chiome.
Alla seduta assiste una vecchia schiava di casa
che, ormai messa a riposo,
dalle forcine è passata alla lana:
sarà lei la prima a dare un giudizio;
poi l'esprimeranno le piú giovani e meno esperte,
quasi ci fosse in gioco l'onore o la vita:
tanta è la preoccupazione d'esser bella!
Ordini e ordini di trecce,
accumulandosi strato a strato sul capo,
rendono imponente l'architettura:
vista di fronte sembra Andromaca,
di spalle uno scricciolo, tutta un'altra.
Che vuoi farci? minuscola è la taglia
che ha avuto in sorte da natura,
piú bassa d'una fanciulla pigmea
è senza tacchi, e per farsi baciare
deve sollevarsi in punta di piedi.
Al marito non pensa proprio;
alle spese, non se ne parli.
Vive come se per lui fosse una vicina,
ma un legame esiste e ben stretto:
odia i suoi amici, i suoi schiavi,
pesa sul suo bilancio.
Ed ecco entrare il corteo di Bellona
e della Madre degli dei:
al centro un gigantesco eunuco
(figura venerabile
soltanto per i suoi seguaci osceni),
che ormai da tempo s'è reciso
con un coccio affilato i suoi coglioni imbelli;
a lui, che su un viso brutale
inalbera una tiara frigia,
fan corona una turba urlante e i timpani.
Un tuono è la sua voce:
intima che si tema
l'arrivo di settembre ed Austro,
a meno che per voto
non gli vengano offerte cento uova
e in dono abiti vecchi color foglia morta:
cosí la minaccia di quel pericolo
temibile e imprevisto
si scaricherà sulle vesti
e una volta per tutte
si libererà l'anno d'ogni male.
E quella fanatica in pieno inverno
scenderà al fiume e, rotta la crosta di ghiaccio,
tre volte al mattino si tufferà nel Tevere,
immergendo nella corrente,
sia pur con timore, persino il capo.
Poi, nuda, si trascinerà rabbrividendo
sulle ginocchia insanguinate
lungo tutto il campo di Tarquinio il Superbo.
Se la candida Io lo ingiungerà,
andrà sino ai confini dell'Egitto
per attingere acqua nella calda Mèroe
e poi aspergerla nel tempio d'Iside
che sorge accanto al vecchio ovile.
Parola della dea,
tali reputa gli ordini:
che cuore, che mente! gli dei
conversano con lei la notte!
Cosí venerazione somma
va proprio a costui che, mascherato da Anubi
e attorniato dal suo gregge di accoliti
in tunica di lino e capo calvo,
va in giro tra la gente
deridendone lagne e pianti.
È lui che se una moglie ha ceduto all'amplesso
nei giorni consacrati all'astinenza,
ne invoca il perdono, perché non sconti
la grave punizione che dovrebbe
per aver profanato il talamo nuziale:
il serpente d'argento ha mosso il capo,
l'han visto tutti! Ma le lacrime
e le sapienti litanie,
che impetrano da Osiride il perdono,
impongono per ottenerlo,
si capisce, che sia corrotto
da un'oca grassa e una focaccia magra.
Partito lui, ecco un'ebrea tutta tremante
che, deposto il cestello con il fieno,
mendica sussurrandoti all'orecchio:
l'interprete delle leggi di Sòlima è costei,
gran sacerdotessa dell'albero,
fedele messaggera delle potenze celesti.
Anche a lei si riempie la mano,
ma con parsimonia: i giudei
per due soldi ti vendono tutti i sogni che vuoi.
Un aruspice d'Armenia o di Siria,
indagato un polmone di colomba ancora caldo,
garantisce un tenero amante
o il lascito smisurato di un ricco senza figli:
scruta cuori di pollo, viscere di cagnolino
e a volte di bambino;
compie azioni che lui stesso denunzierebbe.
Ma è ai Caldei che si dà maggior fiducia:
da quando tace l'oracolo a Delfi
e l'umanità è condannata al buio del futuro,
qualunque cosa dica un loro astrologo,
le donne crederanno che risalga
alla fonte di Ammone.
E il principe di costoro è colui
che, piú volte esiliato,
con la sua compiacenza
e la corrotta delazione
fece mandare a morte
quel grande cittadino che Otone temeva.
Se poi le loro mani han fatto stridere catene
e a lungo son stati rinchiusi in cella di rigore,
la fiducia nelle loro arti sale alle stelle:
nessun astrologo che non vanti condanne
avrà fortuna, ma solo chi ha rischiato la forca,
chi per un pelo non è stato esiliato alle Cicladi
o è scampato alla piccola Serifo.
Ed è lui che la tua Tanaquilla consulta
sulla morte in sospeso della madre itterica
e prima ancora sulla tua, su quando
potrà seppellire sorelle e zii,
sulle probabilità che l'amante
le sopravviva: cosa mai di piú
potrebbero darle gli dei?
Ma almeno è donna che ignora i sinistri
minacciati dall'astro di Saturno,
che ignora in quale congiunzione Venere è benigna,
quali sono i mesi propizi
e quali dannosi ai profitti.
Bada invece di evitare incontri con una donna
che tiene in mano un calendario consunto dall'uso
come una palla d'ambra:
costei non consulta nessuno, viene consultata;
e stai tranquillo che non seguirà il marito
quando parte per la guerra o rimpatria,
se le cabale di Trasillo lo sconsigliano.
Quando le vien voglia di scarrozzarsi sino al primo miglio,
fissa l'ora col codice alla mano;
e se le prude un occhio troppo stropicciato,
prima consulta l'oroscopo, poi chiede il collirio;
persino quando giace inferma,
nessun'ora le pare adatta per mangiare
se non è quella indicata dal suo astrologo.
L'indigente farà la spola
da un capo all'altro del Circo, estrarrà le sorti
e all'indovino, che l'esorta
a schioccare ripetutamente le labbra,
porgerà fronte e mano.
I responsi alle ricche
li darà invece un augure
fatto venire apposta dalla Frigia,
un esperto di costellazioni celesti
o qualche vegliardo ingaggiato dallo Stato
per consacrare i luoghi colpiti dal fulmine.
Il destino dei poveri,
quello, sta scritto nel Circo o lungo le mura:
cosí la popolana,
ostentando una collana d'oro sul collo nudo,
davanti alle torri di legno
e alle colonne dei delfini,
chiede se deve abbandonare l'oste
per sposare un venditore di stracci.
Ma almeno queste affrontano il rischio del parto
e pur assillate dalla miseria
sopportano il disagio d'allevare i figli;
nei letti d'oro invece
puerpere niente, o quasi.
Merito delle pratiche e dei farmachi
di colei che sa rendere le donne sterili
e che dietro compenso
sa spegnere la vita sin nell'utero materno.
Rallègrati, infelice,
porgile tu stesso la pozione da bere:
se mai dovesse sformare il suo ventre
e subire il tormento di un figlio che scalcia,
potresti ritrovarti padre di un etiope,
e in poco tempo questo erede di colore,
che non vorresti mai guardare in faccia,
si approprierebbe di tutto il tuo testamento.
Non parlo dei bastardi,
raccolti in putridi acquitrini
per ingannare voglie e gioie dei mariti:
di là vengono i pontefici e i Salii,
che passare si faranno per Scauri.
La Fortuna, quella ruffiana,
se ne sta sorridendo
fra quei bambini nudi,
li scalda stringendoli al seno;
poi li offre alle famiglie nobili
inventandosi la beffa segreta:
son loro che ama, per loro si prodiga,
spingendoli avanti, avanti come pupilli.
Non basta: uno spaccia formule magiche,
un altro le vende filtri tessalici
capaci di sconvolgere la mente del marito
e poterlo cosí prendere a calci nel sedere:
ecco la causa del tuo vaneggiare,
della mente annebbiata,
delle incredibili amnesie
su ciò che hai fatto pochi istanti prima.
Ma questo è niente,
se tu non cominciassi ad impazzire,
come quello zio di Nerone,
a cui Cesonia propinò
l'intero ippòmane di un puledrino
malfermo sulle gambe:
quale donna non imiterebbe l'esempio
di una moglie imperiale?
Tutto il mondo era in fiamme
e a pezzi cadeva in rovina,
come se Giunone avesse reso pazzo il marito.
Agrippina col suo boleto
provocò meno danno:
spense solo il cuore di un vecchio,
seppellendo in cielo un capo tremante,
una bocca eternamente imbrattata di saliva.
Ma quella pozione scatena ferro e fuoco,
torture e stragi sanguinose
di senatori e cavalieri.
Tanto per l'opera d'una avvelenatrice sola
ci costa un puledrino!
E odiano i figli della concubina:
niente proteste, nessuno si opponga,
ormai è di norma assassinare i figliastri.
Attenti, giovani rampolli
destinati a una ricca eredità,
badate a voi, nessun cibo è sicuro:
astioso in ogni fetta di torta può scorrere
il veleno della matrigna.
Se poi ha figliato anche lei,
quel che vi propina l'assaggi prima qualcun altro,
e, anche se non vuole, le vostre bibite
le gusti prima il precettore.
Non crediate che inventi tutto,
perché la mia satira assuma
la dignità della tragedia
o perché, trascendendo
norme e limiti della tradizione,
io voglia a gran voce intonare un carme
nello stile di Sofocle
ancora ignoto ai monti rútuli e al cielo latino.
Magari tutto ciò fosse delirio!
Ma Ponzia grida: 'Io sono stata, lo confesso:
ai miei figli ho dato io il veleno.
M'hanno colta sul fatto, è ovvio:
un delitto, sí, l'ho commesso io!'.
Due in una sola cena, vipera maledetta,
due... 'Anche sette, se sette fossero stati.'
Non ho dubbi: dobbiamo credere
a ciò che raccontano i tragici
sulle atrocità di Procne e Medea.
Mostruosità orrende
perpetrarono ai loro tempi,
è vero, ma almeno non per denaro.
Mi stupiscono meno questi orrori,
quando è l'ira che spinge le donne a commetterli,
la rabbia arroventata della bile
che le trascina a precipizio,
come rocce divelte dalla cima,
perché del monte vien meno il sostegno
e del pendio crolla a valle il terreno.
Ma chi non posso sopportare
è la donna che a mente fredda
per calcolo commette un crimine.
Assistono alla tragedia di Alcesti
che muore al posto del marito:
se fosse proposto loro uno scambio simile,
per salvare la vita alla cagnetta
preferirebbero la morte del marito.
Danaidi, Erífili puoi incontrarle
a frotte ogni mattino;
non c'è vicolo che non abbia la sua Clitemnestra.
La sola differenza
è che la famosa Tindaride
impugnava a due mani
una rozza e malridotta bipenne;
oggi si risolve il problema
con un impalpabile polmone di rospo:
al ferro si ricorre solo
nel caso che l'Atride si sia mitridatizzato
sorbendo per prudenza il farmaco
di quel re del Ponto che fu vinto tre volte.

LIBRO TERZO



VII
(intellettuali e potenti)

Speranza e sostegno della cultura
solo in Cesare sono ormai riposti.
Solo da lui le Camene in gramaglie
hanno avuto uno sguardo di riguardo
di questi tempi,
quando poeti celebri sulla bocca di tutti
cercano ormai di appaltare un modesto bagno a Gabi
o un forno a Roma
e altri non reputano turpe o vergognoso
trasformarsi in strilloni d'asta,
dopo che Clio morta di fame,
disertate le valli di Aganippe,
era migrata nei mercati.
D'altra parte, se all'ombra delle Pièridi
non vedi nemmeno un quattrino,
abbraccia pure nome e vita di Machera
e vendi per conto terzi la merce
che si aggiudica al miglior offerente:
armadi, tripodi, boccali e casse,
l'Alcítoe di Paccio, la Tebaide e il Tereo di Fausto.
Sempre meglio che giurare davanti al giudice
'ho visto' ciò che non hai visto:
lascialo fare ai cavalieri asiatici,
a quelli di Cappadocia e Bitinia,
o a coloro che vengon di Galazia
con i talloni nudi.
Nessuno d'ora in avanti sarà costretto
a lavori indegni dell'arte sua,
se intessere saprà in ritmi armoniosi
la voce dei propri discorsi
e avrà gustato il lauro.
Coraggio, giovani!
la benevolenza del principe
vi osserva, vi sprona e altro non desidera
che di mostrarsi a voi.
Se altrove speri d'ottenere aiuto,
Telesino, per i tuoi guai,
e per questo riempi fogli di gialla pergamena,
presto, chiedi un po' di legna e dona i tuoi scritti
al marito di Venere,
oppure chiudi a chiave i tuoi libretti
e abbandonali in pasto alle tignole.
Spezza la penna, sventurato,
distruggi le tue insonni battaglie,
tu che epopee sublimi in una cella angusta
componi per meritarti un po' d'edera
e un busto macilento.
Altro non puoi sperare:
i ricchi avari spartiscono ormai
solo ammirazione e lode al talento,
come i bimbi all'uccello di Giunone.
Ma se ne va in un soffio l'età giusta
per sopportare mare, elmo e zappa.
Allora invade l'anima il disgusto
e la vecchiaia, eloquente ma spoglia,
maledice se stessa e la sua Musa.
Senti la sua malizia:
per non dar niente a te,
l'uomo che tu corteggi
al punto da lasciar da parte
il tempio di Apollo e le Muse,
fa versi pure lui
e ad Omero si ritiene inferiore
solo per i mille anni suoi.
E se, acceso da lusinga di gloria,
vuoi leggere i tuoi versi,
ti presta una stamberga sporca;
e devi accontentarti
di una casa sprangata da cent'anni,
dove l'ingresso
è pari pari la porta d'una città assediata.
Ti presta anche i liberti per le ultime file
e una claque di voci tonanti
a tua disposizione.
Ma nessuno di questi príncipi
ti rimborserà il costo delle panche,
dei palchi appesi ai tralicci in affitto
e delle poltrone di prima fila
che poi dovrai restituire.
E noi non ci si dà per vinti:
tracciamo solchi nella polvere impalpabile
e con sterile aratro rivoltiamo il lido.
Tu vorresti fuggire,
[ma il tarlo di una morbosa ambizione
ti stringe nel suo laccio:]
l'insanabile cancro dello scrivere
ti tiene in pugno e invecchierà con te,
col tuo cuore malato.
Un poeta vero, di vena non volgare,
che non componga niente di banale
e abbia orrore di battere
in conio frusto versi risaputi,
questo poeta, che non so indicarti
ma unicamente immaginare,
lo può creare solo un cuore privo d'ansia,
non prigioniero delle avversità,
che sappia amare i boschi
e abbeverarsi alla sorgente delle Muse.
La triste povertà,
che non ha quel po' di denaro
di cui notte e giorno il corpo ha bisogno,
nell'antro delle Pièridi non può cantare e
tanto meno impugnare il tirso:
quando Orazio lancia il suo 'evoè'
ha lo stomaco pieno.
Il vostro cuore non ammette due tormenti:
rapito dai signori di Cirra e di Nisa,
l'ingegno trova spazio
solo se la parola è l'unica sua pena.
Descrivere carri, cavalli, i volti degli dei
e delle Erinni che accecano Turno,
è impresa di mente ispirata,
non angosciata di dover trovare una coperta.
Togli a Virgilio lo schiavetto
e una casa decente:
dal capo della Furia
cadrebbero tutti i serpenti
e, muta, piú non squillerebbe
con suoni cupi la tromba di guerra.
Come si può pretendere
che Rubreno Lappa non sia da meno
dell'antica tragedia,
se per il suo Atreo è costretto a impegnare
piatti e mantello?
Povero com'è, Numitore
non ha nulla da mandare all'amico;
ma il denaro per far doni a Quintilia
non gli manca e non gli è mancato
per comprarsi un leone già domato
da nutrire con montagne di carne.
Si sa, il costo di una belva è minore,
mentre la pancia di un poeta è senza fondo.
Disteso fra i marmi del suo giardino
Lucano può accontentarsi della sua fama,
ma per Serrano e il diafano Saleio
che vale una gloria, per quanto grande,
se soltanto gloria rimane?
Quando Stazio per la gioia della città
fissa il giorno della recita, tutti,
per udire la delizia della sua voce
e l'incanto armonioso della sua Tebaide,
fanno a gara, tanto grande è il piacere
che, avvincendoli, infonde in cuore
e tanto è nella gente il desiderio di ascoltarlo;
ma quando coi suoi versi ha soggiogato la platea,
creperebbe di fame
se a Paride non vendesse l'inedita sua Àgave.
Paride, che dispensa in lungo e in largo
cariche militari,
anche ai poeti infila al dito
l'anello d'oro che vale sei mesi.
Ciò che non danno i nobili
lo darà un istrione.
E tu ti affanni dietro ai Camerini,
ai Bàrea, ai saloni dell'aristocrazia?
Ma è una Pelopea che crea i prefetti
e una Filomela i tribuni.
Non prendertela coi poeti
che di teatro vivono:
dove li trovi al giorno d'oggi
i tuoi Mecenati, i tuoi Fabi o i Proculei,
e ancora un altro Cotta, un altro Lèntulo?
Allora il premio era pari all'ingegno,
allora, sí, valeva il conto
d'impallidire negli studi
e d'ignorare il vino per tutto dicembre.
E voi, storiografi?
È piú redditizio il vostro lavoro?
Piú tempo ed olio vi si perde.
Senza limiti si arriva e passa a pagina mille
e l'esborso per il papiro cresce a dismisura:
cosí vuole lo sterminato numero dei fatti
e la legge del genere.
E dopo cosa si raccoglie?
Tornano frutti dalla terra arata?
Chi darebbe a uno storico
ciò che si dà a chi ti legge un affisso?
'Ma è una genia di fannulloni!
amano solo il letto e l'ombra.'
Dimmi allora cosa rendono agli avvocati
le attività forensi
e tutti i fasci di carte che si portano appresso.
Pieni di pomposità sono,
soprattutto quando li ascolta un creditore
o, peggio, se un altro, stando loro alle costole,
viene con enormi registri
a contestare il debito.
Allora, gonfiando i polmoni,
vomitano bugie mostruose
e il loro petto s'imbratta di sputi.
Ma se poi vuoi sapere cos'hanno mietuto,
poni su un piatto i beni di cento avvocati,
sull'altro solo quelli di Lacerta in giacca rossa.
I magistrati han preso posto,
e tu, pallido Aiace, ti alzi in piedi
per patrocinare un affrancamento contestato
davanti a un giudice bifolco.
Gónfiati, rompiti il fegato come un martire:
stanco morto, alla fine
potrai appendere in segno di gloria
verdi foglie di palma alle tue scale.
E il salario per la tua voce?
Un'ombra rinsecchita di prosciutto,
un vasetto di tonno,
cipolle vecchie (razione mensile di africani)
o cinque bottiglie di vino
trasportate dal Tevere.
Se hai fatto quattro cause
e ti spetta un denaro d'oro,
devi toglierne la parcella
dovuta per contratto ai consulenti.
'Emilio è piú che strapagato,
ma le mie arringhe sono migliori.'
Lui però nel vestibolo ha un carro di bronzo
con quattro splendidi cavalli da battaglia;
lui stesso in sella a un focoso destriero
da lontano minaccia di scagliare
una lancia vibrante
e la statua con un occhio socchiuso
sembra meditar guerra.
È cosí che Pedone va in rovina
e Matone fallisce;
questa è la fine di Tongillo,
che usa recarsi ai bagni
con un gran corno di rinoceronte
e mette a soqquadro le terme
col suo séguito abbietto,
che attraversando il Foro schiaccia sotto il peso
della sua lunga lettiga i giovani Medi,
pronto a comprare tutto,
ragazzi, argenteria, vasi di mirra e ville:
per lui garantisce la porpora preziosa
di tessuto tirio che indossa.
E tutto ciò gli rende.
Son la porpora e l'ametista
che danno fama a un avvocato.
Vivere fra gli applausi
e con l'apparenza di un censo superiore
è ciò che gli conviene:
la prodigalità di Roma
non pone limiti agli sperperi.
Non sperare nell'eloquenza.
Nessuno darebbe duecento soldi
di questi tempi a Cicerone,
se non portasse un grosso anello al dito.
Chi intenta una causa per prima cosa
guarda se hai almeno otto schiavi,
dieci clienti, una lettiga al séguito
e qualche togato che ti precede.
Per questo Paolo prendeva a nolo una gemma
quando discuteva una causa
e cosí si faceva pagare piú caro
di Gallo e di Basilio.
In panni modesti non brilla l'eloquenza.
Quando mai a Basilio sarebbe permesso
esibire come teste una madre in lacrime?
Chi lo sopporterebbe,
anche se si esprime benissimo?
Emigra in Gallia o, meglio, in Africa,
nutrice di avvocati,
se vuoi trar profitto dai tuoi discorsi.
Sei professore di declamazione?
Cuore di ferro devi avere, Vezzio,
quando un turbine di scolari
fa giustizia di crudeli tiranni.
Ciò che si è letto al banco,
lo si ripete in piedi
e poi lo si ricanta con gli stessi versi:
cavoli riscaldati,
la morte per voi, poveri maestri.
Pretesto, tipo di causa, nodo della questione,
le frecciate che dalla parte avversa
potrebbero arrivare,
sí, tutto vogliono sapere,
ma pronto a pagare il compenso
non c'è nessuno.
'Vuoi essere pagato?
Ma che mai ho imparato?'
'Si sa, la colpa è del docente,
se a sinistra nel seno
niente batte a questo giovinotto d'Arcadia,
che ogni sei giorni gonfia e gonfia
la mia povera testa
col suo spietato Annibale,
qualunque sia il piano che medita,
se dopo Canne marciare su Roma
o se, reso cauto da tuoni e fulmini,
far ripiegare le truppe molli di pioggia.
Fissa la cifra, l'avrai su due piedi:
quanto devo sborsare
perché suo padre stia ad ascoltarlo
tante volte quante capita a me?'
Altri sei o piú retori
questo gridano a gran voce concordi
e, lasciati in un canto rapitori,
passati sotto silenzio veleni propinati,
mariti ingrati e malvagi, misture
che sanano la cecità senile,
dan fiato a vere e proprie arringhe.
Se il nostro consiglio lo smoverà,
da solo si darà congedo
e intraprenderà diversa carriera
chi dalla nicchia della retorica scende in campo
per non perdere i pochi soldi
che servono a un misero buono per il pane:
poiché questo è lautissimo salario.
Pensa ai guadagni di Crisògono e Pollione,
che dan lezione ai rampolli dei ricchi:
farai a pezzi l'Arte di Teodoro.
Per un bagno si spendono migliaia di sesterzi
e anche piú per un portico,
dove un signore possa farsi scarrozzare
quando piove: dovrebbe forse
attendere il bel tempo e inzaccherare
di fango fresco i suoi cavalli?
Meglio qui, dove brilla
lo zoccolo di una mula strigliata.
Da un'altra parte sorga la sala da pranzo,
sostenuta da alte colonne di Numidia,
e accolga i raggi del sole invernale.
Costi quel che costi la casa,
non mancherà chi sa con arte
confezionare le portate
e chi render gustose le pietanze.
Per tutte queste spese
a Quintiliano basteranno duemila sesterzi
ed è già molto:
ma niente al padre costerà meno del figlio.
'Ma allora come mai
Quintiliano ha tanti poderi?'
Non prendere ad esempio un caso eccezionale.
Chi è fortunato è anche avvenente e coraggioso,
chi è fortunato è saggio,
nobile e generoso
e può adattare sui neri calzari
la lunetta d'avorio;
chi è fortunato è anche eccelso oratore,
gran lanciatore di saette
e, pure influenzato, canta che è un incanto.
Tutta la differenza sta negli astri
che ti accolgono, quando ancora rosso
del grembo materno emetti il primo vagito.
Se Fortuna vorrà,
da retore diverrai console,
oppure da console retore, se lo vorrà.
Cosa dimostrano Ventidio e Tullio
se non la forza delle stelle
e la sorprendente potenza
del fato avvolto nel mistero?
Il fato può dare un regno agli schiavi
e portare in trionfo i prigionieri.
Ma un uomo cosí fortunato
è piú raro di un corvo bianco.
Molti si son doluti della loro cattedra
sterile e inconcludente:
pensa alla fine di Tarsímaco
o di Secondo Carrinate!
Atene lo vide in miseria
e altro non seppe offrirgli
che gelida cicuta.
O dei, concedete terra leggera e soffice
all'ombra dei nostri antenati
e profumi di croco, eterna primavera
nell'urne loro,
che sacro come il padre
vollero considerato il precettore.
Achille era già uomo,
ma ancora temeva la verga,
quando cantava sui monti della sua patria,
e mai avrebbe riso della coda
che aveva il citaredo suo maestro;
oggi i discepoli pigliano a bastonate
Rufo e gli altri maestri; Rufo,
che pure è spesso detto il Cicerone allòbrogo.
Chi versa nelle tasche di Celado
o del dotto Palèmone
onorari adeguati
alla fatica di un grammatico?
Eppure da questi, qualunque sia la somma
(inferiore sempre a quella di un retore),
rosicchia la sua parte
l'insulso pedagogo del discepolo
e un poco per sé ne ritaglia anche il cassiere.
Lascia fare, Palèmone,
e sopporta la detrazione,
come chi vende coperte invernali
e candide lenzuola,
purché non si vanifichi il lavoro
che fai, seduto in cattedra nel cuore della notte,
quando nessuno lo farebbe,
né l'artigiano o chi con un ferro ricurvo
insegna a cardare la lana;
purché del tutto non vada perduto
l'aver assorbito il puzzo di tante lampade
quanti sono gli allievi,
quando ormai Orazio è sbiadito
e nero di fuliggine Virgilio.
E tuttavia ricevere il compenso è raro
senza un ricorso in tribunale.
In piú al precettore
s'impongono esigenze disumane:
che sappia tutte le regole della lingua,
che commenti la storia,
che conosca tutti gli autori
come le unghie delle sue dita,
che, interrogato a bruciapelo,
mentre se ne va alle terme o ai bagni di Febo,
sappia nominare la nutrice di Anchise,
il nome e la patria della matrigna
di Anchèmolo, quanti anni visse Aceste
e quante anfore di vino siciliano
regalò ai Frigi;
si esige che plasmi i caratteri
ancora teneri dei figli,
come fa col pollice chi modella un volto in cera;
si esige che faccia da padre alla sua classe
e che impedisca giochi disonesti,
specialmente quelli fatti a vicenda.
Ma non è facile badare
alle mani di tanti ragazzini
e agli occhi loro che al culmine tremano irrequieti.
'Ma questo è il tuo compito', gli si dice.
'E a fine d'anno avrai tanto oro,
quanto per un vincitore nei giochi
il volgo ne pretende.'

VIII
(nobiltà e no)

Le genealogie, a che servono?
A che ti giova, Pòntico,
esser considerato d'antica famiglia,
ostentare i ritratti dei tuoi antenati,
gli Emiliani ritti sui cocchi,
i Curi ormai sbrecciati,
Corvino senza spalle
e Galba senza orecchie e naso?
Che profitto ti viene
dal vantare un Corvino
nel quadro affollato della tua stirpe,
dal risalire con lunga bacchetta
a generali di cavalleria
o a un dittatore anneriti dal tempo,
se agli occhi dei Lèpidi vivi turpemente?
A che ti servono i ritratti di tanti guerrieri,
se tutta la notte tu giochi ai dadi
sotto gli occhi di chi vinse Numanzia,
se inizi a dormire quando sorge Lucifero,
nell'ora in cui quei generali
dagli accampamenti movevano le insegne?
Perché mai Fabio,
anche se è nato dalla schiatta d'Ercole,
dovrebbe gloriarsi dell'Ara Massima
e di avi vincitori degli Allòbrogi,
se poi è avido, bugiardo e smidollato
piú di un'agnella euganea,
se i suoi flaccidi lombi,
lisciati con pomice di Catania,
coprono di vergogna i ruvidi antenati,
se, comprando veleni,
disonora la sua stirpe infelice
con un'immagine da fare a pezzi?
Adornino pure i suoi atri,
in tutti gli angoli, antichi busti di cera:
sola ed unica nobiltà è la virtú.
Come quelli di Paolo, Cosso o Druso
siano i tuoi costumi; loro anteponi
all'effigie degli antenati tuoi
e precedano i fasci stessi,
se console tu sei.
Qualità morali devi mostrarmi innanzitutto.
Meriti forse per fatti e parole
d'esser considerato onesto
e tenace assertore di giustizia?
Allora sí, sei nobile, l'ammetto;
salve Getúlico o Silano che tu sia:
da qualunque altro sangue tu discenda,
sei cittadino raro,
illustre per la patria che ti acclama, e allora
esultare di gioia è giusto, come esulta il popolo
per Osiride ritrovato.
Chi potrebbe dir nobile
un uomo indegno della stirpe sua
e insigne solo per il nome famoso che porta?
Chiamiamo Atlante un qualsivoglia nano,
Cigno un etiope, Europa una fanciulla
laida e deforme;
a cani pigri e spelacchiati per cronica rogna,
dediti a leccare l'orlo di lucerne ormai secche,
si darà nome di leopardo, tigre, leone
o di qualche altra belva,
se esiste sulla terra,
che ruggisca ancora piú forte.
In guardia, dunque:
bada di non essere un Crètico
o peggio un Camerino.
Chi voglio ammonire? Parlo con te,
Rubellio Blando. Tronfio sei
dell'antica genealogia dei Drusi,
come se per essere nobile
tu, proprio tu, avessi fatto qualcosa,
perché ti concepisse
una donna insigne del sangue di Iulo
e non una che al vento dei bastioni
tesse a giornata.
'Feccia, infima plebaglia, questo siete', strilli.
'Nessuno di voi saprebbe indicare
la patria di suo padre:
da Cècrope discendo io!'
Vivi e goditi a lungo
il piacere di questa origine.
Ma è proprio in basso, tra la plebe,
che troverai un romano eloquente
capace di difendere le cause
di un nobile ignorante.
E sarà di plebe togata
chi sa sciogliere i nodi del diritto,
gli enigmi della legge.
Esce di là l'alacre giovane
che in armi si recherà sull'Eufrate
o fra le legioni di guarnigione
ai Bàtavi sconfitti.
Ma tu altro non sei che un Cecròpide,
simile in tutto a un busto di Ermes.
Non c'è differenza in cui tu lo vinca,
se non che il suo capo è di marmo
e tu sei una statua vivente.
Dimmi, rampollo dei Troiani,
fra gli animali che son muti
chi li stima nobili se non son forti?
Per questo lodiamo il cavallo
che, veloce come un uccello,
raccoglie facili vittorie su vittorie
tra il rauco fervore e l'esultanza del Circo.
Cavallo nobile,
da qualunque pascolo venga,
questo che come un lampo
corre davanti a tutti
e per primo solleva polvere nel campo.
Ma i discendenti di Corifeo e di Irpino
son gregge da mercato,
se la vittoria è un caso
che si posi sul loro giogo.
Qui non v'è rispetto per gli antenati,
nessun credito ai Mani:
per pochi soldi devono cambiar padrone
e col collo spelato trascinar carrette
questi nipoti pigri
e degni solo di far girare la mola.
Se vuoi dunque che ti si ammiri per te stesso
e non per i tuoi beni,
mostraci qualcosa di tuo
che io possa incidere nel marmo,
oltre agli onori che noi tributiamo
e tributammo
a coloro a cui devi tutto.
E questo basta per un giovane
che voce di popolo ci dice arrogante,
tronfio e superbo per esser parente di Nerone:
raro è di solito il buon senso
in questa condizione.
Ma quanto a te, Pòntico, non vorrei
che solo per il merito dei tuoi
fossi considerato,
cosí da non far nulla
per un tuo elogio futuro.
È ben misero appoggiarsi alla fama altrui
col timore che, tolte le colonne,
l'edificio crolli in rovina.
Il tralcio steso a terra
rimpiange l'olmo spoglio.
Sii buon soldato, buon tutore,
giudice incorruttibile;
e se sarai citato come teste
in una causa ambigua e incerta,
anche se Falàride con la minaccia del toro
ti ordinasse di mentire, suggerendo spergiuri,
reputa infamia suprema anteporre
l'esistenza all'onore
e per amor di vita
perdere del vivere la ragione.
Morto sepolto è chi merita di morire,
anche se all'infinito
cena con ostriche di Gauro
e nel bagno profumato di Cosmo
s'immerge per intero.
E quando infine la provincia,
a lungo sospirata,
ti avrà come governatore,
poni un freno, un limite alla tua collera,
e ponilo alla cupidigia;
abbi pietà dei poveri alleati:
senza piú midolla, lo vedi,
sono ossa ormai spolpate.
Considera ciò che prescrivono le leggi,
ciò che impone il senato,
quante mercedi attendono gli onesti,
quali e quanti fulmini di giustizia,
comminati dai senatori,
s'abbatterono su Capitone e Tutore,
razziatori della Cilicia.
Ma a che servono le condanne?
Cherippo, cèrcati per i tuoi stracci un banditore,
visto che Pansa agguanta tutto ciò
che Natta ti ha lasciato, e taci:
è pazzia perdere col resto
anche il denaro per la traversata.
Non eran tali i lamenti e lo strazio per le perdite
al tempo in cui, vinti da poco,
gli alleati erano ancora fiorenti.
Prosperava allora ogni casa,
v'erano mucchi immensi di denaro,
di clamidi spartane e porpore di Coo,
e fra dipinti di Parrasio e statue di Mirone
spiccava l'avorio di Fidia,
senza numero i lavori di Policleto
e rare le mense senza coppe di Mèntore.
Ma di qui Dolabella, Antonio
e il sacrilego Verre
trafugarono bottini su bottini,
nascosti nelle stive delle navi,
per innumerevoli trionfi in tempo di pace.
Ora ai nostri alleati,
carpito il campicello,
si potrà rubare qualche paio di buoi,
una piccola mandria di cavalle,
il maschio del gregge o magari i Lari,
se qualche statuina curiosa o qualche divinità
in un angolo di casa è ancora rimasta:
il massimo delle loro ricchezze,
che di meglio proprio non hanno.
Forse disprezzi gli abitanti imbelli
di Rodi e la profumata Corinto;
hai ragione: che danno potranno mai farti
giovani cosparsi di resina
o gente che si depila le gambe?
Ma attento alla selvaggia Spagna,
al cielo di Gallia, alle coste illiriche.
Risparmia i mietitori che nutrono Roma,
intontita dal circo e dal teatro:
che profitto trarresti
da cosí scellerato crimine,
dopo che Mario ha depredato
e ridotto in miseria gli africani?
Bada di non infliggere pesanti offese
a uomini forti colpiti da sciagura.
Puoi a man bassa derubarli
di tutto l'oro e l'argento in loro possesso,
[ma se concedi scudo, spada, giavellotto ed elmo,]
ai depredati le armi resteranno.
Ciò che vi ho detto non è un'opinione:
è verità. Credetemi:
è come se vi leggessi un foglio della Sibilla.
Se il tuo séguito è irreprensibile,
se nessun giovane tuo dai boccoli lunghi
fa mercimonio di giustizia,
se anche tua moglie è senza macchia
e di correre non ha in mente
per distretti e contrade ad arraffar denaro
con unghie adunche
come Celeno, allora sino a Pico
risalire puoi far la tua casata
e, se hai passione per i nomi altisonanti,
annoverare fra i tuoi antenati
tutta l'orda dei Titani e Promèteo in piú:
scegliti l'avo dal libro che vuoi.
Ma se dall'ambizione e dal capriccio
travolgere ti lasci,
se nel sangue degli alleati
spezzi le tue verghe e gioia ti danno
scuri smussate e littori sfiniti,
contro di te vedrai schierarsi
la nobiltà degli stessi tuoi avi
a illuminare di fuoco le tue vergogne.
Ogni perversità dell'animo
maggior scandalo in sé comporta,
quanto piú stimato è il colpevole.
Cosa m'importa se tu firmi
testamenti su testamenti falsi
nel tempio eretto da un tuo avo
o innanzi alla statua in onore di tuo padre?
o se di notte per le tue lascivie
col cappuccio dei Sàntoni
a celarlo ti copri il capo?
Tra le ceneri e le ossa dei suoi antenati
sulle ali di un carro l'obeso Laterano
si fa trascinare, e lui stesso,
console mulattiere,
trattiene col freno le ruote:
è notte, ma la luna vede
e le stelle coi loro occhi son testimoni.
Scaduto il tempo della carica,
alla luce del sole Laterano
impugnerà la sferza
e, incontrando senza turbarsi
un amico attempato,
lo saluterà per primo con la sua frusta,
scioglierà i mannelli lui stesso
e darà l'orzo alle sue bestie stanche.
E mentre col rito di Numa
dinanzi all'altare di Giove
immola pecore e un fulvo torello,
giura solo per Èpona
e i geni dipinti sulle fetide greppie.
Ma quando gli vien voglia
di riaggirarsi per taverne aperte tutta notte,
ecco che gli corre incontro un Sirofenicio
impregnato come sempre di amomo,
quel Sirofenicio della porta Idumea
che con ospitale cordialità
re e suo padrone lo saluta,
mentre Ciane in veste succinta
si offre di vendergli da bere.
'Anche noi abbiamo fatto cosí da giovani',
potrà dirmi un uomo indulgente.
Certo, ma di sicuro hai smesso
e piú non hai covato questo errore.
Le turpitudini poco devon durare;
certi eccessi vanno estirpati con la prima barba.
Concedi indulgenza ai ragazzi;
ma Laterano, nelle Terme,
frequenta solo bettole seguendone le insegne,
quando ormai è maturo
per difendere in armi
i fiumi d'Armenia e di Siria,
Danubio e Reno.
La sua età è giusta
per render sicuro Nerone.
Mandalo ad Ostia, ad Ostia, Cesare;
ma il tuo legato cercalo in saloni d'osterie:
lo troverai sdraiato con qualche sicario,
in mezzo a marinai, ladri e schiavi fuggiaschi,
fra carnefici, becchini e tamburi abbandonati
di qualche Gallo con la pancia all'aria.
Qui la licenza impera:
coppe in comune, stesso letto,
mensa alla portata di tutti.
Che faresti, Pòntico, se ti capitasse un servo simile?
Lo invieresti, credo, tra i Lucani
o in qualche ergastolo d'Etruria.
Ma voi, prole troiana,
tutto vi permettete
e ciò che a un poveraccio darebbe vergogna
di Volesi e di Bruto sarà vanto.
Il guaio è che non posso
citare esempi tanto vergognosi e ripugnanti
senza che ne restino di peggiori.
Dato fondo al tuo patrimonio,
tu, Damasippo,
hai venduto alla scena la tua voce
per recitare il tracotante Spettro di Catullo.
E anche meglio ha recitato il Laureolo
Lèntulo, un giovane, a parer mio, degno
d'essere veramente messo in croce.
Ma neanche il popolo è scusabile:
ancora piú sfrontata
è la faccia di questa plebe,
che seduta contempla
le incredibili buffonerie dei patrizi,
guarda i Fabi che recitano scalzi
e può ridere degli schiaffi
che prendono i Mamerchi.
Che importa a che prezzo si vendono?
già cadaveri sono.
Si vendono senza che alcun Nerone li costringa,
e non hanno ritegno a vendersi
per i giochi che dall'alto un pretore indice.
Immagina che ti presentino da un lato spade,
dall'altro la ribalta: cosa è meglio?
S'è visto mai qualcuno
cosí terrorizzato dalla morte
da impersonare Latino geloso di Timele
o essere collega di Corinto il buffone?
Ma dove il principe fa il citaredo
è normale che il mimo sia un nobile.
E piú in basso non c'è che il Circo.
Qui, qui trovi la vergogna di Roma,
Gracco che, senza corazza, sciabola e scudo
dei mirmilloni (foggia che rifiuta,
che rifiuta ed odia), combatte,
il viso libero dall'elmo:
scuote il tridente, tendendo la mano
getta la rete aggrovigliata
e, se il colpo non riesce,
col viso rivolto agli spettatori
e ben riconoscibile,
fugge lungo tutta l'arena.
Ne fa fede la tunica:
dalla scollatura spunta un cordone d'oro
che sbatte contro il sottogola del berretto.
Ignominia piú penosa d'ogni ferita
l'ha subita però l'inseguitore
costretto a misurarsi con un Gracco.
Se al popolo si desse libertà di voto,
chi sarebbe cosí perverso da esitare
nel preferire Seneca a Nerone?
Per giustiziarlo ben piú di una scimmia,
di un serpente e un sacco di cuoio
si dovrebbe approntare.
Uguale il delitto di Oreste,
ma i motivi lo rendono diverso:
strumento degli dei,
lui vendicava il padre
ucciso durante il convito,
ma non si macchiò dell'assassinio di Elettra
o del sangue della moglie spartana,
non propinò veleni ai suoi parenti,
mai cantò sulla scena,
mai su Troia scrisse un poema, Oreste.
Di qual delitto avrebbero dovuto trarre
maggior vendetta Virginio, Víndice e Galba
con le loro armate, fra i tanti
commessi con cosí spietata
e brutale violenza da Nerone?
Queste le prodezze e gli intrighi
di un principe d'alto lignaggio,
che su scene straniere
si diletta a prostituirsi in canti osceni
per meritare l'apio
della corona greca.
Le effigie dei tuoi avi
si adornino con i trofei della tua voce;
deponi ai piedi di Domizio
il lungo strascico di Tieste,
la maschera di Menalippe
o di Antigone, e al Colosso di marmo
appendi la tua cetra.
Chi mai potrebbe, Catilina,
trovare nobiltà maggiore
del tuo sangue o di quello di Cetego?
E tuttavia di notte
voi ordite assalti e incendi alle case e ai templi,
come figli di barbari sbracati
o progenie di Sènoni,
osando delitti punibili
con la tunica del supplizio.
Ma un console veglia e frena i vostri vessilli:
uomo nuovo di Arpino, sconosciuto,
sin qui cavaliere municipale a Roma,
ora dispone ovunque scolte armate
per i cittadini in allarme
e d'ogni colle si dà cura.
Cosí tra le mura la toga
gli diede tanto nome e gloria,
quanta a Lèucade e nei campi della Tessaglia
Ottavio ne acquistò con la sua spada
grondante di continue stragi;
e Roma, la libera Roma
proclamò Cicerone fondatore
e padre della patria.
Altro Arpinate: sui monti dei Volsci
cercava il suo salario
stremato sull'aratro altrui;
e se alle fortificazioni dell'accampamento
con fiacca e svogliato lavorava di scure,
si vedeva spezzare sulla testa
un nodoso tralcio di vite.
Eppure è lui che affronta i Cimbri,
i pericoli estremi,
e da solo protegge la città sgomenta;
per questo, quando sullo sterminio dei Cimbri
calarono i corvi, che mai si eran posati
su cadaveri cosí giganteschi,
il nobile collega
dopo di lui ricevette l'alloro.
Plebeo fu l'animo dei Deci,
plebeo il loro nome, eppure
piú di intere legioni,
piú di tutti i nostri alleati
e della gioventú latina,
bastarono da soli
a placare la Madre terra
e gli dei dell'Averno:
valgono loro
piú di tutti coloro che han salvato.
Anche se figlio di una schiava,
l'ultimo dei re buoni
si guadagnò il mantello, la corona
e i fasci di Quirino.
Furono invece gli stessi figli del console
che aprirono a tradimento i battenti delle porte
ai tiranni esiliati;
loro, che avrebbero dovuto compiere,
in difesa della libertà ancora incerta,
qualche nobile gesto,
tale da suscitare il plauso
di Coclite, di Muzio e della vergine
che attraversò a nuoto il Tevere,
confine allora dell'impero nostro.
Fu un servo, degno del pianto delle matrone,
che svelò ai senatori
le occulte trame, cosí che per giusto scotto
i congiurati subirono verga e scure,
delle leggi massima pena.
Preferirei che per padre avessi Tersite,
purché tu fossi simile ad Achille
e maneggiassi le armi di Vulcano,
piuttosto che somigliante a Tersite
t'avesse generato Achille.
Del resto, per quanto tu risalga lontano
e lontano abbia origine il tuo nome,
tu discendi da un covo di briganti;
il tuo capostipite, chiunque fosse,
era un pastore
o quello che non voglio dire.

IX
(vita da miserabile)

Vorrei sapere, Nèvolo,
perché mai cosí spesso
t'incontro intristito e con la fronte aggrottata,
come un Marsia sconfitto.
Perché questa faccia? Mi sembri Ràvola
sorpreso a strofinare con la barba gocciolante
a Ròdope la fica.
(E pensare che se un servo lecca una torta,
gli molliamo un ceffone!)
No, nemmeno Crepereio Pollione,
che va in giro a offrire interessi tripli
senza trovare gonzi,
avrebbe un viso cosí sconsolato.
Di dove all'improvviso tante rughe?
Accontentandoti di poco,
vivevi la vita di un cavaliere becero,
commensale spiritoso e pungente
dagli scherzi mordaci
e dalle arguzie di pretta marca romana.
Ora tutto il contrario:
viso serio, una selva orrenda
di capelli arruffati,
nessuna traccia sulla pelle
di quel candore che ti conferivano
gli empiastri calabri di pece calda,
ma gambe squallide e trascurate,
tutte una foresta di peli.
Perché questa magrezza d'ammalato cronico,
che la febbre quartana,
ormai da tempo familiare,
brucia di giorno in giorno?
Saltano agli occhi in un corpo ammalato
le afflizioni celate in cuore
o al contrario le gioie:
da queste il volto
prende l'una o l'altra espressione.
Perciò mi sembra
che tu abbia mutato propositi
e conduca una vita diversa da prima.
Non è molto, rammento,
che tu, puttaniere piú celebre di Aufidio,
solevi profanare il tempio d'Iside,
il Ganimede della Pace,
i riti segreti della Gran Madre
giunta dal mare al Palatino,
e il tempio della stessa Cerere
(del resto in quale tempio
non si prostituiscono le donne?)
e, malgrado su ciò tu taccia,
solevi farti anche i mariti.
"È vero, questo genere di vita
a molti rende,
ma io non ne ho ricavato nulla.
A volte, sí, qualche pesante mantellaccio
per coprire la toga,
di qualità ruvida e grossolana,
malamente cardato
dal pettine di un tessitore gallico,
o un'inezia d'argento di cattiva lega.
Il destino domina l'uomo
e domina anche le parti nascoste dalla veste.
Se le stelle ti sono avverse,
a nulla ti varrà
la lunghezza mai vista del tuo cazzo,
sebbene vedendoti nudo
Virrone t'affligga sbavando
con raffiche d'inviti amorosi e insistenti:

per natura sua l'invertito attira il maschio.
Ma quale maggior mostro vi è
di un pederasta avaro?
'Ti ho dato questo, quello e poi e poi...'
Fa i conti e sculetta. Bene, facciamoli,
vengano gli schiavi col tavoliere:
cinquemila sesterzi in tutto!
Ma ora fa' il conto delle mie fatiche.
Ti par facile e agevole
cacciare nelle viscere un cazzo come si deve
per imbattersi nella cena precedente?
Meno schiavo sarà quel disgraziato
che in luogo del padrone zappa il suolo.
Ma forse tu tenero ti credevi
come un bel ragazzino
degno di servir coppe in cielo.
È mai possibile che concediate
qualcosa a un povero cliente
o a un vostro ammiratore,
se non siete disposti a farlo per il vostro vizio?
Questo è l'uomo a cui mandare un verde ombrellino
o grosse perle d'ambra
ogni volta che ricorre il suo compleanno
o fra la pioggia inizia primavera,
quando adagiato sui cuscini della sedia a sdraio
lui accarezza i doni
ricevuti in segreto alle calende delle donne.
Dimmi, passerotto, per chi conservi
tante colline, tanti fondi in Puglia,
tanti e tanti che tra i tuoi pascoli
si stancano persino i nibbi?
I campi di Trifoglio,
le montagne che sovrastano Cuma
e le valli di Gauro
ti colmano del frutto delle loro viti:
nessun altro impecia piú botti
dove invecchiare il mosto.
Quanto ti sarebbe costato
donare ai lombi del tuo esausto cliente
pochi iugeri di terra?
È forse meglio che, insieme alla madre,
alla capanna e al cagnolino con cui gioca,
questo contadinello un lascito diventi
per quell'amico tuo che suona il cembalo?
'Sei insaziabile quando chiedi', mi ribatte.
Ma è la pigione che mi grida 'Chiedi!',
è il mio unico schiavo che reclama,
unico come il grande occhio di Polifemo,
che permise all'astuto Ulisse di fuggire.
Dovrò comprarne un altro
(questo non basta), e nutrirli ambedue.
Che farò quando soffierà la bruma?
E cosa dirò, dimmelo, dimmelo tu,
alle schiene e ai piedi dei servi,
quando in dicembre spira l'aquilone:
'Resistete e aspettate le cicale'?
Fai pur finta d'ignorare la verità,
getta al vento anche il resto,
ma che valore dai al fatto
che, s'io non ti fossi cosí devoto e affezionato,
vergine ancora sarebbe tua moglie?
Sai bene come mi pregavi di questo piacere,
con quanta insistenza e quali promesse.
Mille volte ho dovuto in un abbraccio
trattenere la tua fanciulla
che voleva fuggire;
già aveva rotto il contratto di nozze
e stava per contrarne un altro.
Per riconquistarla c'è voluta una intera notte,
mentre tu piagnucolavi dietro la porta:
testimone ne è il letto
e tu stesso che, con i gemiti di lei,
ne udisti i cigolii.
In molte case un amante ha salvato
un matrimonio vacillante
sul punto di rompersi, anzi già rotto.
Dove vuoi sbattere la testa?
quali argomenti puoi portare come inizio e fine?
È merito da poco,
ingrato e perfido che sei,
averti reso padre
di un maschietto e di una bambina?
Li riconosci e godi
di diffondere nei registri pubblici
la prova della tua virilità.
Appendi ghirlande alle porte:
sei padre, ti ho dato un'arma
per difenderti dalle maldicenze.
Hai i diritti di un padre,
per merito mio puoi ereditare,
ricevere legati d'ogni specie,
non esclusi i dolci beni vacanti.
E molti altri vantaggi
si aggiungeranno a questi beni,
se a tre porterò il numero dei tuoi figlioli."
Non ti lamenti a torto, Nèvolo,
ma lui cosa ribatte?
"Mi trascura e cerca per sé
un altro somaro a due zampe.
Ma attento a tener ben nascosto
ciò che t'ho detto; chiudi in te,
senza parlarne, i miei lamenti:
mortale è l'astio
di un uomo levigato con la pomice.
Non appena mi confida un segreto,
brucia e mi odia come se avessi
già rivelato tutto quanto.
Non esita a impugnare un'arma,
a spaccarmi la testa col bastone,
ad appiccare con la torcia
il fuoco alla mia porta.
E non dimenticare, senza darvi peso,
che il costo del veleno
non è mai troppo caro per i mezzi suoi.
Perciò custodisci il segreto
come la curia di Marte in Atene."
O Coridone, Coridone,
pensi che i ricchi serbino qualche segreto?
Ammesso che tacciano i servi,
parleranno cavalli, cani, porte e marmi.
Chiudi le finestre, tappa con tende le fessure,
spranga bene i battenti, fai sparire i lumi,
fa' che tutti si tolgano di mezzo
e che nessuno ti dorma vicino:
malgrado questo, l'oste accanto
verrà a sapere prima ancora che sia giorno
ciò che il padrone ha fatto
al secondo canto del gallo
e sarà al corrente di ciò che han preparato
macellai, capicuochi e pasticciere.
Quali accuse non sarebbero pronti
a escogitare costoro contro i padroni,
ogni volta che vendicano
le staffilate con la maldicenza?
Troverai sempre chi ti seguirà
nei crocicchi, che tu lo voglia o no,
e tra i fumi del vino
stordirà le tue povere orecchie.
Rivolgi a loro, come hai fatto a me,
l'ordine di tacere:
godrebbero piú a svelare un segreto
che a trincare tanto Falerno
quanto ne beveva Saufeia
in onore del popolo romano.
Bisogna per molti motivi
vivere onestamente e soprattutto
per non prestare orecchio alla lingua dei servi.
Sí, per non prestare orecchio alla lingua degli schiavi,
perché il loro lato peggiore
è nella malignità della lingua.
In ogni caso piú spregevole ancora sarà
chi non sa liberarsi di costoro,
la cui vita lui stesso
sostenta col suo farro e il suo denaro.
"Il tuo consiglio è buono, ma generico.
Dopo il tempo perduto
e tante speranze deluse,
tu a me, a me cosa suggerisci?
Il fiore di giovinezza, parte brevissima
d'una vita povera e miserevole,
fugge, ahimè, fugge via:
mentre beviamo e chiediamo ghirlande,
profumi e ragazze, senza che la si aspetti,
la vecchiaia ci piomba addosso."
Non stare in pena: finché i sette colli
ben saldi rimarranno in piedi,
un amico effeminato non ti mancherà mai.
Su carri e navi da ogni parte
qui converranno
tutti quelli che con un dito solo
si grattano la testa.
Altra e maggior speranza ti rimane:
ti basta masticare eruca.
"Lasciali ai fortunati questi esempi:
le mie Cloto e Lachesi,
se per merito del mio cazzo
riesco a sfamare il ventre,
fremono già di gioia.
Umili Lari miei, che sempre venero
con qualche granello d'incenso,
con farro e coroncine,
quando mai potrò infilzare qualcuno
che metta la mia vecchiaia al riparo
da stracci e bastonate?
Per rendita ventimila sesterzi
garantiti da pegni,
qualche vasettino d'argento puro
(ma tale che possa incappare
nelle censure di Fabrizio),
due robusti schiavi della razza dei Mesi,
che, portandomi sulle loro spalle,
m'assicurino, fra gli schiamazzi del Circo,
un bel posto a sedere.
E in piú vorrei avere
un cesellatore ingobbito dal lavoro
e un pittore che in pochi istanti
sappia dipingere figure su figure.
Questo sarebbe sufficiente.
Ma quando sarò solo un povero?
Miserabile voto,
e non ho nemmeno questa speranza:
ogni volta che invoco per me la Fortuna,
quella s'è tappata le orecchie
con la cera rubata alla famosa nave
che al canto delle Sirene poté sfuggire
grazie alla sordità dei rematori."

LIBRO QUARTO



X
(le nebbie dell'errore)

Da Cadice al Gange, dove nasce l'aurora,
su tutte le terre pochi sanno distinguere,
dissipando le nebbie dell'errore,
i veri beni da quelli che non lo sono.
Quando mai i nostri desideri e timori
seguono la ragione?
Qual è l'impresa iniziata col piede giusto
della quale poi non accadde
che dovessi pentirti
d'averla intrapresa e portata a termine?
Pronti sono gli dei
a distruggere intere case
per soddisfare chi lo brama.
Militari e politici
chiedono spesso cose
che torneranno a loro danno.
A quanti è riuscito mortale
il fiume torrenziale
della propria eloquenza;
quanti si sono persi
per fiducia eccessiva nella forza
dei loro ammirevoli muscoli;
ma ancor di piú ne soffoca il denaro
ammassato con troppa avidità
e un patrimonio che supera tutti gli altri,
quant'è la balena britannica
piú gigantesca di un delfino.
Cosí al tempo funesto di Nerone,
e per ordine suo,
una coorte intera circondò
la casa di Longino,
i grandi giardini del ricchissimo Seneca
e cinse d'assedio il magnifico palazzo
dei Laterani: si sa, quasi mai
i soldati si spingono sino ai tuguri.
Se ti metti in viaggio di notte,
basta che tu porti pochi vasi d'argento
per temere randelli e spade,
e cosí morir di spavento
per l'ombra di una canna
che ondeggia al balenare della luna:
sotto il naso dei ladri
se la canta invece chi viaggia a tasche vuote.
Il primo desiderio è la ricchezza
(non c'è tempio che non lo sappia):
ricco sempre piú ricco,
cosí che il nostro scrigno
diventi il massimo di tutto il Foro.
Ma non si beve veleno in coppe d'argilla:
comincia a temerlo quando berrai
in bicchieri gemmati,
quando il vino di Sezze
scintillerà in calici d'oro.
Puoi dunque approvare quei due sapienti,
l'uno dei quali,
ogni volta che metteva il piede fuori di casa,
rideva, mentre l'altro al contrario piangeva?
Ma criticare con la ferocia del riso
è facile; stupefacente è invece lo sgorgare
dagli occhi dell'altro di tante lacrime.
Un perpetuo riso scoteva
il petto di Democrito,
sebbene nelle città dei suoi tempi
non vi fossero toghe
preteste e trabeate,
fasci, lettighe e tribunali.
Che avebbe fatto se avesse visto un pretore
ergersi impettito in mezzo alla polvere del Circo
in cima a un cocchio, con la tunica di Giove,
una toga purpurea sulle spalle
ampia come un sipario,
e una corona enorme, di tale circonferenza
che non c'è testa in grado di riempirla?
Gliela regge infatti uno schiavo pubblico
sullo stesso carro, per preservarlo
da troppa vanità.
E aggiungici in piú l'aquila
in cima allo scettro d'avorio,
e di qua la fanfara, di là i funzionari
che in lungo corteo lo precedono,
e di fianco ai cavalli, in toga bianca,
i Quiriti che, in virtú della sportula
nascosta nelle loro tasche,
si è fatti amici.
Ma anche allora Democrito
trovava motivo di riso
incontrando i suoi simili:
la sua saggezza dimostra che i grandi uomini,
capaci di dare fulgidi esempi,
possono nascere
anche in terra di sciocchi
e sotto cielo d'ignoranti.
Rideva degli affanni della gente,
delle sue gioie e a volte delle lacrime,
facendo fiche alla Fortuna avversa
e mandandola per conto suo a farsi impiccare.
[Superfluo e pernicioso è quindi ciò
che noi chiediamo ai numi,
credendo giusto appendere
tavolette votive alle loro ginocchia?]
Il potere, oggetto di tanta invidia,
è per alcuni causa di rovina:
l'immane e fastosa sequela
dei loro onori li sommerge.
Scalzate dalle corde crollano le statue;
a colpi di scure sono sfasciate
le ruote delle bighe e fracassate
le gambe di cavalli senza colpa.
Ecco, crepita il fuoco
e quella testa adorata dal popolo
arde ormai al soffio dei mantici nella fornace;
col viso infranto del grande Seiano,
che secondo era in tutto il mondo,
si fanno orcioli, catini, teglie e pitali.
Adorna di lauro la casa,
conduci in Campidoglio
un bue grasso imbiancato di creta:
guarda, un uncino trascina Seiano
e ne godono tutti.
'Che grinta, che volto il suo! Credimi,
non mi è mai piaciuto quell'uomo.
Ma per quale accusa è caduto?
Chi l'ha denunciato? e con quali prove, quali testi?'
'Niente di questo: è arrivata da Capri
solo una lettera lunga e ampollosa.'
'Bene, bene, non chiedo altro.'
Ma che fa questa gentaglia di Remo?
Al solito, gira con la fortuna
e disprezza chi cade.
Se Norzia avesse sostenuto il suo Toscano,
se il vecchio imperatore ignaro
fosse caduto nell'agguato,
proprio quel popolo avrebbe nel medesimo istante
proclamato Seiano Augusto.
Ormai, da quando non si vendono piú i voti,
ha perso ogni interesse; un tempo
attribuiva tutto lui, potere,
fasci, legioni; adesso lascia fare,
spasima solo per due cose: pane e giochi.
'Sento che molti altri ne morranno.'
'Sicuro, grande è la fornace.'
'Vicino all'altare di Marte
ho incontrato un amico mio,
Bruttidio, pallido come uno straccio;
temo che, per non averlo difeso al meglio,
come Aiace vinto, l'imperatore
voglia punirci. Corriamo, corriamo,
finché giace su questa riva,
a calpestare il nemico di Cesare.
E ci vedano i servi,
perché non vi sia chi possa negarlo
e trascini in giudizio il suo padrone
atterrito, con una corda al collo.'
Questi allora i discorsi su Seiano,
i mormorii sibillini del volgo.
Vuoi acclamazioni come Seiano,
possedere altrettanto,
assegnare a questo il seggio curule,
a quello il comando delle legioni,
passare per il tutore del principe
che se ne sta sul piccolo scoglio di Capri
con il suo gregge di Caldei?
E vuoi armi, coorti, cavalieri scelti
e magari un fortilizio davanti a casa?
Perché no? Anche chi non intende uccidere
vuol essere in grado di farlo.
Ma vi son cose cosí propizie e preziose
da pareggiare con le loro gioie
il peso dei malanni?
Piuttosto che indossare la pretesta
di costui che vien trascinato via,
non preferiresti essere a Fidene o a Gabi
un'autorità, dar legge a pesi e misure,
spezzare nella spopolata Úlubre
vasi di capacità minore del dovuto,
come cencioso edile?
Devi riconoscere allora
che Seiano ignorò cosa era meglio
per lui desiderare:
smodati onori, smodate ricchezze
bramava infatti, innalzando una torre
piano su piano sino al cielo,
perché piú rovinosa fosse la caduta,
piú immane il crollo della distruzione.
Cosa travolse Pompeo, Crasso
e colui che domò i Quiriti
riducendoli sotto la sua sferza,
se non la loro eccelsa posizione
ottenuta con tutti i mezzi,
se non le loro immense aspirazioni
esaudite da dèi maligni?
Pochi sono i re scesi al genero di Cerere
senza lesioni di ferita,
pochi i tiranni spenti da morte incruenta.
Ogni scolaro, che onora Minerva
modestamente con un solo asse
ed è seguito dallo schiavo
con la piccola cartella dei libri,
s'augura sin dai primi passi
l'eloquenza e la fama
di Demostene e Cicerone
e le invoca a tutte le feste della dea.
Eppure entrambi gli oratori
perirono per la loro eloquenza;
fu la vena profonda,
straripante del loro ingegno
che li condusse a morte.
È all'ingegno che si troncano mani e testa;
mai accadde che colasse dai rostri
il sangue di un avvocaticchio.
'Roma fortunata, sotto il mio consolato nata':
se avesse parlato sempre cosí,
non avrebbe fatto alcun caso
ai pugnali di Antonio.
Meglio un versaccio cosí comico
che la tua seconda Filippica,
divina per l'altissima sua fama.
Morte non men crudele
strappò alla vita quel dominatore
di teatri gremiti, che Atene ammirava
per l'impeto della sua oratoria.
Nato con numi avversi
sotto sinistra stella, il padre,
con gli occhi infiammati dal fumo
di colate roventi,
lo volle sottrarre al carbone, alle tenaglie
e all'incudine che forgia le spade,
e dalla polvere della fucina
lo mandò a scuola di retorica.
Il bottino di guerra, una corazza appesa
al fusto di un trofeo, una gorgiera
che pende da un elmo squarciato,
un giogo mozzo del timone,
l'aplustro di una trireme arrembata
e un prigioniero malinconico
in cima all'arco di trionfo:
questi sono stimati
i beni maggiori del mondo.
Per questi i condottieri,
romani, greci o barbari che fossero,
si diedero coraggio
affrontando pericoli e fatiche,
tanto piú grande è la sete di gloria
di quella della virtú. Se togli il tornaconto,
questa chi mai l'abbraccerebbe per sé stessa?
Eppure a volte avvenne che
l'ambizione di pochi
portasse a rovina la patria,
come la frenesia di gloria o quella
d'avere un'epigrafe incisa
sulla pietra tombale,
pietra che radici maligne
d'uno sterile fico
bastano a frantumare,
visto che anche i sepolcri hanno un loro destino.
Pesa i resti di Annibale:
quante libbre di un condottiero cosí grande
vi troverai? Eppure è proprio lui,
lui a cui non bastava tutta l'Africa,
dall'oceano dei Mauri al tepore del Nilo,
dalle terre etiopi a quelle degli elefanti.
Volle aggiungere alle sue conquiste la Spagna,
oltrepassare i Pirenei.
La natura gli oppose nevi ed Alpi:
lui si aprí un varco tra le rupi,
rompendo i monti con l'aceto.
Ormai è in Italia, ma vuol spingersi oltre.
'Nulla ho fatto,' esclama, 'se con le mie armate
non sfondo le porte di Roma
e in mezzo alla Suburra
non pianto il mio stendardo.'
Uno spettacolo degno di un quadro:
quel condottiero guercio
che cavalca la belva di Getulia!
E alla fine? O gloria, anche lui è vinto,
fugge a precipizio in esilio
e, sia pure grande e ammirevole,
siede come un cliente
davanti alla tenda del re,
e attende che il tiranno di Bitinia
si degni d'aprire i suoi occhi.
E a quell'anima, che sconvolse il mondo,
fine non porranno spade, macigni o strali,
ma quell'anello, vindice implacabile
di Canne e di tanto sangue versato.
Vai, vai, corri fra i dirupi delle Alpi,
pazzo che sei: oggetto di declamazioni,
divertirai solo i ragazzi.
Al giovane di Pella un mondo solo
non basta: negli angusti confini dell'universo
soffoca scontento, come se fosse chiuso
tra gli scogli di Giaro o nella piccola Serifo;
ma quando sarà entrato
nella città fortificata dai vasai,
di un sarcofago dovrà accontentarsi.
Solo la morte mette a nudo
quanto poco valga il corpo di un uomo.
Possiamo credere che un tempo
l'Athos fosse percorso dalle vele,
se si presta fede alle menzogne che i greci
fanno passare per storia; che il mare,
ricoperto da quella stessa flotta,
abbia prestato solido sostegno
alle ruote dei carri; che profondi fiumi
si siano prosciugati per servire
con l'acqua loro di bevanda
nei banchetti dei Medi;
possiamo credere anche a ciò
che con ebbro volo Sòstrato canta.
Ma come tornò, abbandonata Salamina,
il barbaro Serse, che con la sferza
era solito infierire su Coro ed Euro
(nemmeno nel carcere di Eolo
avevano subito tanto),
lui che in ceppi aveva avvinto Nettuno stesso?
(Certo fu troppo mite,
perché non ritenne di imporgli
il marchio di schiavo: sempre che un nume
vi sia, disposto a servire costui.)
Ma come tornò? Su una nave sola,
su un mare insanguinato,
dove attardata era la prua
da mucchi di cadaveri.
Questo lo scotto che la gloria,
tante volte invocata, pretese da lui.
'Lunga vita, anni ed anni dammi, Giove!'
Che il tuo viso sprizzi salute
o pallido sia, solo questo chiedi.
Ma una lunga vecchiaia
di quanti e continui malanni è piena!
Volto deforme e tetro, guàrdati,
cosí diverso da com'era un tempo;
in luogo della pelle un cuoio indecoroso,
guance cascanti e solcate da rughe,
come quelle intorno alla vecchia bocca
di una scimmia ormai madre da una vita,
là dove Tàbraca
distende l'ombra delle sue foreste.
I giovani son tutti diversi tra loro:
questo è piú bello di quello, quello di un altro,
e questo è piú robusto del compagno;
i vecchi hanno una sola faccia:
voci e membra tremanti, testa calva,
goccia al naso come i bambini;
sdentati, devono con le gengive,
poveracci, spezzare il pane;
di peso a moglie, figlioli e a sé stessi,
persino a quel cacciatore di testamenti
che è Cosso ispirano disgusto.
Intorpidito, il palato di un vecchio
non trae piú piacere da vino e cibo;
e l'amore è un ricordo d'altri tempi:
flaccido il suo piccolo membro dorme,
prova pure a palparlo,
e non cesserà di dormire
anche se lo palpi tutta la notte.
E cosa può sperare
un inguine vecchio e malato?
In piú la lussuria di chi cerca piacere
senza averne le forze
non suscita qualche giusto sospetto?
Senza considerare gli altri guasti.
Che diletto può trarre un vecchio
dai gorgheggi di un citaredo
anche ammirevole come Seleuco
o come quelli che han costume
di risplendere in mantelli dorati?
Che gli serve sedere nel teatro
in un posto o in un altro,
se poi a stento sentirà
i suonatori di corno e gli squilli delle trombe?
Bisogna urlare perché il suo orecchio intenda
il nome che lo schiavo annuncia
e l'ora che gli dice.
Inoltre quell'ombra di sangue
che ancora rimane nel suo gelido corpo
si scalda solo per la febbre,
mentre intorno a ranghi serrati
gli danzano malattie d'ogni genere.
E son tante, che se me ne chiedessi i nomi,
piú in fretta potrei elencarti
tutti quanti gli amanti di Oppia,
quanti ammalati in un autunno solo
ha spedito alla tomba Temisone,
quanti soci ha raggirato Basilio,
quanti pupilli Irro,
quanti maschi in un giorno
ha succhiato la lunga Maura
o quanti alunni ha sottomesso Amillo;
potrei passare in rassegna piú in fretta
tutte le ville che oggi possiede costui,
sotto la cui lama, quand'ero giovane,
strideva la mia barba dura.
Chi ha male alle spalle, chi ai reni, chi alle gambe;
quello ha perso entrambi gli occhi e invidia chi è guercio;
le labbra esangui di costui
non ricevono cibo
se non per mano d'altri:
abituato com'era a spalancare la bocca
davanti al cibo, ora la socchiude appena,
come il pulcino della rondine,
a cui vola la madre digiuna col becco pieno.
Ma peggiore d'ogni malanno fisico
è il rimbambimento senile:
piú non ci si ricorda il nome degli schiavi,
il volto dell'amico che la sera prima
ha cenato con te, e neppure i figli
che hai messo al mondo ed allevato,
al punto da diseredarli
con disumano testamento
lasciando tutto il patrimonio a Fiale,
tanto può il fiato di un'abile bocca
che nel chiuso di un lupanare
per anni ed anni si è prostituita.
Ma se rimane sana la sua mente,
dovrà allora affrontare il funerale dei figlioli,
vedere il rogo della moglie amata, del fratello,
e l'urna con le ceneri delle sorelle.
Questa è la pena per chi vive a lungo:
invecchiare, di lutto in lutto,
tra le continue morti dei suoi cari,
in perpetuo pianto e lugubri vesti.
Il re di Pilo, sempre che tu creda al grande Omero,
forní l'esempio di una vita
quasi pari a quella delle cornacchie.
Felice senza dubbio, che per tanto tempo
poté differire la morte,
contare con la destra di cento in cento i suoi anni
e bere tante volte vino nuovo.
Ma, ti prego, ascolta come si lagna
del filo troppo lungo della vita
decretatogli dal destino,
quando vede la barba in fiamme
del valoroso Antíloco,
quando chiede agli amici che gli sono accanto
perché debba vivere ancora
e quale delitto debba scontare
con quell'interminabile esistenza.
E cosí Peleo, quando piange la morte di Achille,
e cosí Laerte, costretto dal destino
a piangere Ulisse in balia del mare.
Se fosse morto qualche tempo prima
che Paride avesse allestito
i suoi audaci scafi,
Priamo, quando Troia era ancora intatta,
tra le ombre sarebbe disceso
coi riti solenni di Assàraco,
ed Ettore coi suoi fratelli
avrebbe portato il feretro sulle spalle
tra il pianto delle donne d'Ilio,
non appena Cassandra avesse alzato il suo lamento
e lacerata si fosse Polissena la veste.
Che vantaggi gli portò la sua lunga vita?
Tutto vide sconvolto
e l'Asia distrutta da ferro e fuoco.
Allora, deposta la tiara,
tremante, quel guerriero impugnò le armi
e cadde davanti all'altare
del sommo Giove, come un vecchio toro
che offre al coltello del padrone
il povero collo emaciato,
stanco ormai di sopportare l'aratro.
Morí da uomo, non come la moglie
che, sopravvissuta, rabbiosamente
giunse a latrare con muso di cagna.
Vengo a noi, tralasciando il re del Ponto
e Creso, che con stupenda parola
il giusto Solone esortò ad attendere
gli ultimi istanti della lunga vita sua.
Esilio, carcere, paludi di Minturno
e pane mendicato
nella vinta Cartagine
a Mario vennero dalla vecchiaia:
mai la natura e Roma stessa
avrebbero donato a questa terra
cittadino piú felice di lui,
se quel prode avesse esalato l'anima
all'apice della sua gloria militare,
circondato da una folla di prigionieri
e nell'atto di scendere dal carro
del trionfo sui Teutoni.
Provvidenziale la Campania
aveva donato a Pompeo
le febbri che s'era augurato,
ma le preghiere pubbliche
di tante città la spuntarono;
e cosí, sconfitto dal Fato suo
e da quello di Roma,
ebbe mozzato il capo
che aveva tratto in salvo.
Supplizio e infamia che né Lèntulo
o Cetego, caduti intatti,
dovettero subire; e Catilina stesso
col corpo intatto giacque.
Quando visita il tempio di Venere,
ansiosa sino alle piú tenere preghiere,
chiede ogni madre la bellezza,
in un sussurro per i figli,
a voce chiara per le figlie.
'E mi rimproveri? Della bellezza
di Diana anche Latona si compiace.'
Ma Lucrezia ti esorta
a non desiderare una bellezza
come la sua, e volentieri
con la gobba di Rútila
Virginia avrebbe scambiato le grazie sue.
Un figlio, poi, con un un bel corpo
tiene sempre in angoscia
e all'erta i genitori:
cosí rara è l'unione
di bellezza e pudore.
Anche se una famiglia austera
gli ha trasmesso costumi puri
come quelli degli antichi Sabini
e in piú a larghe mani la natura
gli ha largito benignamente
indole casta e volto che s'imporpora
di pudico rossore (e piú di questo,
piú efficace d'ogni tutela
e d'ogni educazione, a un giovane
che potrebbe donare la natura?),
di esser uomo non gli sarà permesso:
la prodiga malignità
dei corruttori arriverà a tentare
persino i genitori,
tanto nel denaro si ripone fiducia.
Nella sua rocca maledetta
nessun tiranno ha mai castrato
un efebo deforme, e mai Nerone
ha rapito un adolescente
sciancato, scrofoloso
o gobbuto dietro e davanti.
Vai ora a rallegrarti della bellezza
del tuo figliolo:
pericoli tremendi lo sovrastano.
D'ogni donna sarà l'amante,
col terrore della vendetta
di tutti i mariti infuriati,
e non avrà miglior sorte di Marte:
prima o poi cadrà nella rete.
È un affronto questo che a volte
esige piú di quanto prevede la legge:
questo uccide di spada,
quello strazia a colpi di sferza,
e a qualche adultero si ficca in corpo un muggine.
Credi forse che solo della donna amata
diverrà Endimione l'amante?
Aspetta che Servilia
gli regali qualcosa,
sarà suo anche se non l'ama
e la spoglierà d'ogni suo gioiello.
Cosa mai saprebbe negare,
che sia Oppia o Catulla,
una donna in calore?
Ha tutta lí la sua morale
una donna corrotta.
'Ma a un giovane casto che danno
può fare la bellezza?'
Portò forse questo austero proposito
qualche vantaggio a Ippolito o a Bellerofonte?
Umiliata per il rifiuto,
non seppe che arrossire Stenebea,
ardendo d'ira come la Cretese,
ed entrambe persero il senno.
Mai donna è piú crudele
di quando la vergogna la costringe all'odio.
Pensa al consiglio che daresti a chi
la moglie di Cesare vuol sposare.
È il migliore, il piú bello dei patrizi,
lo sventurato condotto, pena la morte,
davanti a Messalina, che da tempo
l'attende col velo nuziale;
nei giardini, sotto gli occhi di tutti,
coperto di porpora è posto il letto;
secondo il rito antico
un milione gli sarà dato in dote,
presenti testimoni ed àuguri.
E tu, Silio, credevi
che ciò potesse rimaner segreto
o noto solo a pochi?
No, lei vuole sposarsi in regola.
Scegli, dunque. Se rifiuti sei morto
prima di sera; se acconsenti al crimine
ti sarà concessa una breve tregua,
finché la cosa, nota a popolo e città,
non sarà giunta all'orecchio del principe,
l'ultimo a conoscere la vergogna
piombata sulla sua casata.
Nell'attesa obbedisci agli ordini,
se per te vale tanto
qualche giorno di vita.
Ma qualunque decisione tu prenda,
che ritieni migliore e men gravosa,
dovrai pur sempre porgere alla spada
questo tuo candido e bel collo.
Ma allora agli uomini
non son concessi desideri?
Il mio consiglio è questo:
lascia giudicare agli dei
quel che ci convenga e piú utile
sia ai nostri interessi;
invece di ciò che ci piace,
ci daranno gli dei
quel che piú ci si adatta.
L'uomo è piú caro a loro che a sé stesso.
Per impulso del cuore
e travolti da cieca bramosia
desideriamo moglie e figli,
ma loro sanno bene
cosa saranno figli e moglie.
Allora, se qualcosa vuoi chiedere ai numi,
offrendo nei sacrari viscere
e carni sacre di un candido porco,
devi pregarli che ti diano
mente sana in un corpo sano.
Chiedi un animo forte,
che non tema la morte,
che ponga la lunghezza della vita
come l'ultimo dono di natura,
che sappia tollerare qualunque fatica,
che ignori collera, non abbia desideri,
e preferisca le dure fatiche di Ercole,
i suoi travagli, agli amori lascivi,
alle cene e alle piume di Sardanapalo.
Ti ho indicato quei beni
che tu stesso puoi procurarti;
un sentiero soltanto si apre
a una vita tranquilla:
quello della virtú.
Se vige la saggezza,
non avrai altro nume.
Noi, solo noi, Fortuna,
t'abbiamo resa dea,
e collocata in cielo.

XI
(i giusti piaceri)

Se Attico cena in modo sopraffino,
passa per gran signore;
se lo fa Rútilo, passa per pazzo.
Non c'è nulla che faccia piú sghignazzare la gente
di un Apicio in miseria.
Ai pranzi, ai bagni, nei ritrovi, nei teatri,
dovunque si parla di Rútilo.
Finché giovane e vigoroso
potrà reggere l'elmo in testa,
finché avrà sangue nelle vene,
si dice che accetterà per contratto
regole e prepotenze del lanista,
senza che glielo imponga o glielo impedisca un tribuno.
E quanta gente vedi
che trova ragione di vita
soltanto nei piaceri del palato,
con creditori, accuratamente evitati,
in agguato alle porte del mercato.
E chi cena meglio e in modo piú raffinato
è spesso il piú spiantato,
sull'orlo di una rovina ormai evidente.
In piú cerca fra tutti i cibi i piú gustosi,
senza che il prezzo gli freni la voglia;
e se guardi con attenzione,
gli dan maggior piacere
proprio quelli che costano di piú.
Trovar la somma da buttare
non è difficile, se si impegnano le stoviglie
o si vende pezzo per pezzo
la statua della madre
per allestirsi in tegami di terracotta
una ghiottoneria da quattrocento argenti;
anche se di questo passo si arriva
alla sbobba dei gladiatori.
Ma bisogna distinguere
tra chi si prepara queste delizie:
in Rútilo è un lusso eccessivo,
in Ventidio assume nome onorevole
e trae prestigio dal suo censo.
Posso cosí disprezzare chi sa
di quanto Atlante piú si leva
sui monti di Libia, ma ignora
la differenza tra un forziere e un borsellino.
Viene dal cielo il detto 'Conosci te stesso'
che si dovrebbe incidere
e meditare in cuore,
quando ci si accinge a prendere moglie
o si intende far parte del sacro senato.
Tersite non pretese
la corazza di Achille,
nella quale faceva pena
persino Ulisse: se dunque intendi difendere
a tuo rischio e pericolo una causa ambigua,
interroga prima te stesso,
domandandoti chi tu sia,
se un oratore travolgente
o un millantatore come Curzio e Matone.
Bisogna conoscere i propri limiti
e tenerli presenti
sia nelle grandi che nelle piccole cose,
anche quando si acquista un pesce,
per non desiderare una triglia, se in tasca
hai solo quanto basta per un ghiozzo.
Che fine ti attende, se vien meno la borsa
e cresce l'appetito,
una volta scomparse nel tuo ventre,
capace di assorbire
rendite, argento massiccio, bestiame e terre,
l'eredità e le sostanze paterne?
Di questi signori, svanito tutto quanto,
s'invola per ultimo anche l'anello,
e cosí Pollione mendica a mano nuda.
Piú che fine precoce e rogo prematuro
questi scialacquatori devono temere,
peggiore della morte, la vecchiaia.
Queste di solito le tappe:
avuto a Roma in prestito denaro,
lo si dilapida sotto gli occhi dei creditori;
poi, quando ne resta solo un'inezia
e l'usuraio si fa verde,
si cambia aria e via
a mangiare le ostriche a Baia.
Fallire ormai non è piú una vergogna,
quasi si trattasse di traslocare
dall'afosa Suburra all'Esquilino.
L'unica pena e l'unica tristezza,
per chi fugge di casa,
è dover rinunciare per un anno intero
agli spettacoli del Circo.
Non una punta di rossore sulle guance:
remora di pochi è il pudore,
che, oggetto di riso, se ne fugge da Roma.
Qui, Persico, potrai verificare
se le bellissime cose che dico
io poi le pratico davvero
nella vita, nei costumi e nei fatti,
se lodo i legumi e in segreto
mi dò alle gozzoviglie,
se al mio ragazzo in faccia a tutti
ordino polenta e in un orecchio focacce.
Visto che hai promesso di pranzare con me,
in me troverai un Evandro
giungendo come l'eroe di Tirinto
o come quell'ospite meno grande,
ma anch'egli di sangue divino,
entrambi assunti in cielo,
questo dall'acqua, l'altro dalle fiamme.
Eccoti il menu: niente è del mercato.
Dai pascoli di Tivoli verrà
un capretto bello grasso, il piú tenero
di tutto il gregge, ancora non avvezzo all'erba
e incapace di mordere i virgulti
curvi a terra di un salice,
con piú latte che sangue in corpo;
poi asparagi di montagna
colti, deposto il fuso, da una contadina.
Non mancheranno grosse uova
ancora tiepide del loro fieno,
le galline che le hanno fatte,
e graspi d'uva conservati lungo l'anno
come pendevano dai tralci,
mele di Segni e Siria,
e, negli stessi cesti, mele
di profumo freschissimo,
da fare invidia a quelle del Piceno:
non temere, il freddo ha seccato
gli umori autunnali e non c'è pericolo
che aspro sia ancora il loro succo.
Questa era la cena sontuosa
dei nostri senatori.
Curio sul suo modesto focolare
poneva con le proprie mani
le erbette raccolte nell'orticello,
erbette che oggi farebbero schifo
anche al piú miserabile dei zappatori
avvinto in duri ceppi,
memore del sapore
di una vulva di scrofa
assaggiata al caldo di un'osteria.
Un tempo usava conservare,
per i giorni di festa,
il lombo affumicato di un maiale
appeso ai buchi di un graticcio,
e servire ai parenti negli anniversari
un pezzo di lardo con carne fresca,
se a fornirla c'era una vittima.
Qualche parente poi,
che si fregiava di tre consolati,
del titolo di generale o dittatore,
si recava al convito piú presto del solito
portando, giú dal monte
che aveva dissodato,
la zappa sulla spalla.
Quando tremavano i romani
davanti ai Fabi, all'austero Catone,
agli Scauri e a Fabrizio,
quando persino il censore temeva
il severo rigore del collega,
nessuno ritenne mai importante
e serio sapere quale testuggine,
che nuota tra i flutti del mare,
avrebbe reso splendido e superbo
il letto dei discendenti di Troia;
i loro giacigli erano minuscoli,
disadorne le sponde,
e sulle testiere di bronzo
faceva capolino la testaccia
di un asinello incoronato,
sotto cui giocavano allegramente
i fanciulli dei campi.
E cosí come la casa e gli arredi
erano i cibi.
Il rude soldato di allora,
troppo sordo per apprezzare l'arte greca,
espugnata una città, riduceva in pezzi
le coppe dei grandi artisti, assegnate
come sua parte di bottino,
per farne ornamenti del suo cavallo
e cesellare l'elmo con l'immagine
della lupa di Romolo,
resa schiava del suo destino di comando,
o con quella dei due Quirini
sotto la rupe, per mostrare
al nemico in procinto di morire
l'immagine nuda del dio,
che con scudo e lancia fulmineo incombe.
In ciotole etrusche si scodellava
zuppa di farro, e tutto l'argento esistente
soltanto sulle armi brillava.
Se solo un po' sei invidioso,
tutto era tale allora
da suscitarti invidia.
E piú presente era l'autorità dei templi:
nel cuore della notte un tempo,
quando i Galli erano sbarcati sulla costa,
in piena Roma risonò una voce:
a compiere l'ufficio di profeti
erano i numi stessi.
Cosí ci avvisò Giove,
mostrando la sollecitudine
che nutriva per la sorte del Lazio,
quand'era raffigurato in argilla
e ancora non profanato dall'oro.
Nelle nostre case non si vedevano
che tavole fatte con alberi del luogo;
e il legno usato era in genere quello
di un vecchio noce abbattuto dal vento.
Ma per i ricchi d'oggi
non v'è piacere nel cenare,
nessun gusto in un rombo, nessuno in un daino,
e sembrano puzzare anche profumi e rose,
se a sostenere
le loro smisurate tavole
non è, come piede enorme d'avorio,
uno stupendo leopardo
con le fauci spalancate e scolpito
in quelle zanne
che ci mandano la porta di Siene,
gli agili Mauri e gli Indi piú scuri dei Mauri,
in quelle zanne che troppo pesanti
per il suo capo, l'elefante
depone nei boschi dei Nabatei.
Nasce di qui l'appetito, di qui
prende lo stomaco vigore:
per loro una base d'argento sotto il tavolo
è come un anello di ferro al dito.
Dio mi guardi da un commensale
che con superbia mi confronta a sé
e disprezza la povertà.
Certo, io non posseggo un'oncia d'avorio,
né d'avorio son fatti i dadi e le pedine mie;
anzi sono d'osso persino
i manici dei miei coltelli;
ma non per questo diventano rancide
le mie vivande e la gallina
che taglio perde il suo sapore.
E non ho neppure uno scalco
da far invidia alla miglior cucina,
allievo di mastro Trifero,
alla cui scuola con ferri smussati
si tagliano grandi scrofe, lepri, cinghiali,
antilopi, uccelli di Scizia,
fenicotteri enormi e gazzelle getuliche
a non finire, mentre in tutta la Suburra
risuona questa cena in legno d'olmo.
Il mio scalco non sa trinciare
nemmeno un pezzo di capretto
o un'ala di gallina faraona:
principiante e rozzo com'è in ogni occasione,
conosce solo i segreti di piccoli bocconi.
Questo schiavetto trasandato,
ma ben riparato dal freddo,
ti porgerà coppe comuni,
comprate per pochi denari.
Non è frigio né licio
[e non è stato acquistato da un mercante di schiavi
a caro prezzo]: se vuoi chiedergli qualcosa,
fallo dunque in latino.
Tutti i miei servi hanno vestiti uguali,
capelli corti e dritti,
solo oggi pettinati per via del banchetto.
Questo è figlio di un incolto pastore,
quello di un bifolco. Ha nostalgia della madre
che non vede da tempo,
e con tristezza rimpiange la sua capanna
e gli adorati suoi capretti;
ha l'aspetto e la dignità
di un uomo libero, come essere dovrebbero
quelli che indossano indumenti
fiammeggianti di porpora;
non sbandiera, con voce chioccia,
i suoi testicoli imberbi nei bagni;
mai s'è fatto depilare le ascelle,
e non nasconde intimidito
dietro l'oliera il membro inturgidito.
Ti servirà un vino imbottigliato sui monti
dai quali viene e sulle cui pendici
giocava un tempo:
per vino e coppiere un'unica patria.
Forse ti aspetti che con armoniosa melodia
ti seducano canzoni di Gades
e che, incitate dagli applausi,
danzatrici si pieghino ancheggiando
sino a terra. [Anche le matrone,
accanto al marito sdraiato,
assistono a queste danze, che un uomo,
in loro presenza, avrebbe ritegno
di descrivere.] Tutto questo serve ai ricchi
per risvegliare, pungente come l'ortica,
la libidine assopita, [anche se il piacere
è piú vivo nel sesso femminile,]
dove maggiormente si accende
ed eccitato dalla vista e dall'udito
ne provoca gli umori.
La mia modesta casa
non ospita simili passatempi.
Il crepitare delle nacchere,
quei discorsi dai quali si asterrebbe
in un sozzo bordello
persino una puttana nuda,
queste oscenità e queste sfrenatezze erotiche
le ascolti e se le goda
chi lorda di vomito tavole di marmo:
alla ricchezza si concede venia.
Gioco d'azzardo ed adulterio
per gente da poco sono vergogna;
se li pratica un ricco,
lo si dice spiritoso e brillante.
Il mio banchetto offrirà altri diletti:
si reciterà l'Iliade di Omero
e il poema del sublime Virgilio,
che rendono incerto a chi assegnare la palma.
E poco importa di chi sia la voce
che leggerà questi versi divini.
E ora bando agli affanni,
non pensare agli affari,
concediti il piacere di una sosta:
avrai tutta una giornata per te.
Nessuno parli di denaro,
e se tua moglie, uscita di primo mattino,
ritorna ogni tanto di notte a casa,
non ti rodere il fegato in silenzio,
anche se rientra con le vesti umide
e spiegazzate in maniera sospetta,
se ha i capelli in disordine,
il volto e le orecchie arrossate.
Deponi alla mia soglia ogni dolore,
dimentica la casa, i servi,
tutto ciò che ti rompono
o fanno scomparire,
ma soprattutto scorda i tuoi amici ingrati.
Intanto per onorare la dea dell'Ida
si dà inizio con lo stendardo
ai ludi Megalesi,
e il pretore, portato da cavalli,
siede come in trionfo;
se mi è concesso dirlo,
con buona pace dell'immensa e troppa folla,
oggi il Circo contiene tutta Roma,
e dal frastuono che mi assorda
presumo che vincerà la squadra dei verdi.
Guai se perdesse: vedresti la città tutta
dolente e sbigottita,
come dopo la sconfitta dei consoli
nella gran polvere di Canne.
È uno spettacolo per giovani:
appartiene alla loro età
il trambusto, la scommessa rischiosa,
l'insidiare qualche bella figliola.
Via la toga, le rughe della nostra pelle
si bevano invece il sole di primavera.
Ormai puoi recarti al bagno senza timore,
anche se manca un'ora esatta a mezzogiorno.
Ma per cinque giorni filati è troppo:
anche una vita come questa
finirebbe per diventar noiosa.
Piú raro è, piú si esalta il piacere.

XII
(per il ritorno di un amico)

Giorno piú dolce del mio compleanno
questo è per me, Corvino,
in cui un verde altare attende in festa
le vittime promesse ai numi.
A Giunone regina porto una candida agnella
e un'altra di vello uguale alla dea
che combatte con la Gòrgone maura.
Ma non lontano la vittima destinata
a Giove Tarpeo irrequieta scuote
la fune quant'è lunga e agita le corna:
è un vitello impetuoso,
maturo ormai, tutto asperso di vino,
per l'altare del tempio,
un vitello che si vergogna
di succhiare le poppe della madre
e già tormenta i tronchi col turgore delle corna.
Se avessi un patrimonio ingente
da compensare il mio affetto,
immolerei un toro piú grasso di Ispulla,
attardato dalla sua stessa mole,
e non nutrito nei prati qui intorno,
ma d'una razza che riveli
i pascoli fiorenti del Clitumno,
e con un collo
che solo un sacerdote altissimo
fosse in grado di colpire, perché
qui festeggio il ritorno di un amico
tuttora sgomento per gli orrori subiti
e incredulo d'essere ancora vivo.
Oltre ai rischi del mare
è scampato ai colpi del fulmine.
Come una sola nube
tenebre dense nascosero il cielo
e una vampa improvvisa s'abbatté sugli alberi:
tutti se ne credettero colpiti,
pensando sbigottiti che non c'è naufragio
paragonabile all'incendio delle vele.
Lo stesso spaventoso orrore
d'una tempesta scatenata nei poemi.
Ma ascolta il periglio che ne seguí
e abbine piú pietà;
anche se traversie del genere,
per quanto atroci, sian ben note a tutti,
come dimostrano nei templi
gli innumerevoli ex voto:
chi non sa che Iside è la manna dei pittori?
Un accidente simile
è capitato appunto al mio Catullo.
Quando ormai l'acqua aveva invaso
quasi tutto lo scafo
e i flutti, battendo di volta in volta
sull'uno o l'altro fianco della nave,
facevano ondeggiare l'albero,
senza che potesse porvi rimedio
l'esperienza del vecchio timoniere,
Catullo, cercando un compromesso coi venti,
cominciò a disfarsi del carico,
come fa il castoro che da solo si castra
per potersi salvare a spese dei testicoli,
di cui benissimo conosce
le virtú mediche.
'Gettate a mare tutto il mio bagaglio, tutto',
gridava, deciso a privarsi
anche delle cose piú belle,
una veste di porpora
degna di un raffinato Mecenate,
e altre del colore che la natura
diede al gregge con erbe prodigiose,
con le virtú segrete di mirabili sorgenti
e del clima di Andalusia.
E non esita a gettare gli argenti,
i piatti cesellati da Partenio,
un cratere della capacità di un'urna,
in grado di saziar la sete a Folo
o alla moglie di Fusco; e ancora
catini, vasellame a mucchi
e coppe cesellate,
nelle quali aveva bevuto
quello scaltro compratore di Olinto.
Ma oggi chi altri e in quale parte del mondo
avrebbe l'animo di preferire
la vita all'argento, la salvezza agli averi?
[Non è per vivere che certa gente
ammassa patrimoni,
ma, accecata dall'avarizia,
solo per questi vive.]
Senza risparmio si gettano in mare
anche gli oggetti d'uso,
ma il pericolo non s'attenua.
Nell'incalzare della furia avversa
si decide allora di abbattere
con l'ascia l'albero maestro,
togliendosi cosí dalle difficoltà:
quando null'altro resta
per salvare la nave,
espediente estremo non v'è che mutilarla.
Vai, dunque, e affida ai venti la tua vita
alla mercé d'un legno monco:
dalla morte ti separano quattro
o sette dita, se piú larga è la fiancata;
ma con le reti, il pane e l'otre pieno
non dimenticare di prendere la scure
in caso di tempesta.
Ma poi, quando placato il mare si distese
e un tempo piú propizio
per la sorte dei naviganti
ebbe il sopravvento su venti e flutti,
e rasserenate le Parche
stami piú favorevoli
filarono di lana bianca,
ecco che non piú forte d'una brezza
si alza un vento leggero
e la nave malconcia
coi suoi poveri mezzi,
pochi panni distesi
e la sola vela di prora,
ritorna a navigare.
Cosí al calare delle stelle
col sole si riaffaccia la speranza.
Alta nel cielo allora appare
la vetta cara a Iulo
e preferita a Lavinio, città della matrigna;
vetta a cui diede il nome la candida scrofa,
che con la sua mirabile fertilità,
trenta poppe, incredibile prodigio,
riempí di gioia i frigi.
E finalmente la nave entra in porto
tra i due moli, il faro Tirreno
e gli argini che si protendono sul mare aperto,
lasciando alle spalle l'Italia:
non esiste in natura porto
che meriti altrettanta ammirazione.
Ma per la sua nave cosí smembrata
il pilota cerca il bacino piú interno,
un'insenatura tanto tranquilla,
che potrebbe navigarla persino
un canotto di Baia,
dove i marinai col capo rasato,
finalmente al sicuro,
si divertono a narrare infiorandole
le peripezie loro.
Ragazzi, avanti, all'opera,
in silenzio e con animo propizio;
appendete corone al tempio
e infarinate di farro i coltelli,
ornate i teneri altari di verdi zolle.
Vi seguirò e compiuto, come è giusto,
il rito sacro, a casa tornerò,
dove piccole statuette,
illuminate da tremuli ceri,
riceveranno coroncine.
Là placherò il Giove di casa mia,
offrirò incenso ai miei Lari paterni
e intorno spargerò viole d'ogni colore.
Tutto è illuminato, di lunghi rami
si rianima la porta
e in segno di festa sin dal mattino
risplendono lucerne.
Non sospettare malizie, Corvino:
Catullo, per il cui ritorno
innalzo tanti altari,
ha tre piccoli eredi.
Vorrei vedere chi per un amico,
cosí poco proficuo, immolerebbe
anche solo una gallina ammalata
sul punto di chiudere gli occhi;
ma questa è ancora una spesa eccessiva:
per il proprio padre non si sacrifica
oggi neanche una quaglia.
Se invece avvertono il calore della febbre
Gallitta e Pacio, ricchi e senza figli,
tutto il portico si riveste
di tavolette votive conformi ai riti,
non manca chi promette d'immolare cento buoi,
solo perché da noi
non ci sono elefanti in vendita
e questo animale nel Lazio
e sotto il nostro cielo
proprio non nasce;
importato dal paese dei mori,
se pascola tra gli alberi dei Rútuli
o nelle campagne di Turno,
come parte degli armenti di Cesare,
non può servire per usi privati;
anche se i suoi antenati ubbidivano
al punico Annibale, ai nostri duci
e al re dei Molossi, portando,
elemento decisivo in battaglia,
interi reparti sul loro dorso
e torri mobili d'assalto.
Certo, gente come Novio o Pacuvio Istro
non esiterebbe un istante
a trascinare all'ara tutto quell'avorio
per immolarlo ai Lari di Gallitta,
unica vittima degna di cosí grandi numi
e di chi insegue i loro testamenti.
Il secondo, poi, se potesse,
voterebbe al sacrificio tra i servi suoi
i piú robusti e i piú belli d'aspetto,
circonderebbe di bende la fronte
di schiavi e ancelle, e se in famiglia avesse
una vergine Ifigenia,
la destinerebbe agli altari,
anche senza speranza
che furtiva, come nella tragedia,
una cerva prendesse il posto suo.
E bravo il mio concittadino:
mille navi non valgono
un testamento come quello.
Se il malato scamperà a Libitina,
dopo un omaggio cosí sorprendente,
preso nella rete, distruggerà
il vecchio testamento e in breve
forse lascerà tutto quanto
a Pacuvio, a lui solo,
che se ne andrà superbo tra i rivali vinti.
Vedi dunque che val pure la pena
di sgozzare la fanciulla di Micene.
L'augurio mio: lunga vita a Pacuvio,
tanta quanta ne visse Nestore,
possieda quanto ha rubato Nerone,
raggiunga col suo oro le montagne;
ma non ami nessuno
e da nessuno sia amato mai.

LIBRO QUINTO



XIII
(il rimorso come punizione)

Ogni azione rivolta al male
disgusta anche chi la commette.
Questa è la prima punizione:
nessun colpevole è assolto
dalla propria coscienza,
neppure se per scellerato broglio
una sentenza iniqua del pretore
gli abbia dato ragione.
Ma cosa credi che pensi la gente,
Calvino mio, della scelleratezza
che hai da poco subito
e dell'infamia d'una fiducia tradita?
Certo, il tuo patrimonio non è tanto esiguo
che il peso di cosí irrilevante infortunio
ti sommerga, ma ciò che tu sopporti
non è poi tanto raro: è capitato a molti,
è un caso ormai banale,
uno dei tanti guai
che tra infiniti riserva la sorte.
Non piangiamoci su: il dolore
non deve in un uomo bruciare piú del giusto
e superare la ferita.
E tu, perché un amico non ti rende
un deposito sacrosanto,
sopporti a stento una briciola minima,
insignificante del piú lieve dei mali,
e di bile ti brucia il fegato?
Un uomo, nato sotto il console Fonteio
e che alle spalle s'è lasciato sessant'anni,
può ancora stupirsi di queste cose?
Non ti è dunque servita a nulla o in meglio
tutta questa esperienza?
Grandi precetti nei libri divini
fornisce certo la sapienza
per vincere la sorte,
ma io considero felice anche chi,
avendo maestra la vita, della vita
impara a sopportare le molestie
senza studiare d'evitarne il giogo.
C'è mai un giorno di festa tanto solenne
da impedire a un ladro di entrare in scena,
da impedire perfidie, frodi,
di trar guadagno da crimini d'ogni sorta
e di procurarsi denaro
con la spada o il veleno?
Rari sono gli onesti: contali,
non superano il numero
delle porte di Tebe
o delle foci del fecondo Nilo.
Il tempo in cui viviamo
è peggiore dell'epoca del ferro
e alle sue nefandezze
la natura non ha trovato un nome
o un metallo dal quale derivarlo.
Noi invochiamo la fede di uomini e dei
con lo stesso clamore
dei postulanti, che a gran voce
applaudono Fesidio quando arringa.
Dimmi, vecchio fanciullino, non sai
che prurito mette addosso il denaro altrui?
non sai il ridere che fa
nella gente la tua ingenuità,
quando pretendi
che nessuno ti manchi di parola,
che tutti credano alla presenza di un nume
nei templi e sugli altari insanguinati?
Questi i costumi dei popoli arcaici,
prima che Saturno, deposto il suo diadema,
fuggendo impugnasse la falce contadina,
quando Giunone era ancora una verginella
e Giove un anonimo negli antri dell'Ida.
Allora oltre le nubi
non c'erano banchetti di Celesti,
col fanciullo troiano
e la bella sposina di Ercole
come coppieri, né Vulcano,
dopo aver tracannato il nettare,
si tergeva le braccia
affumicate nell'officina di Lipari.
Ogni dio pranzava da solo,
non c'era quell'orgia di numi
che esiste oggi e, lieto d'ospitarne pochi,
il firmamento pesava assai meno
sulle spalle dell'infelice Atlante.
Ancora non aveva avuto in sorte
il triste regno del profondo Averno
il torvo Plutone con la sua moglie siciliana;
non esistevan ruota, Furie, sasso
o pena del nero avvoltoio,
e senza re degli Inferi
ridenti erano le ombre.
La malvagità destava allora stupore:
si riteneva che fosse un delitto orrendo,
da espiare con la morte, se un giovane
di fronte a un vecchio non s'alzava in piedi
o non lo faceva un adolescente
di fronte a chi sfoggiava già la barba,
malgrado in casa sua
il ragazzo possedesse piú fragole
e mucchi piú grandi di ghiande.
Bastavano quattro anni in piú
per incutere rispetto e la prima barba
s'accomunava a venerabile vecchiaia.
Oggi, se un amico non ricusa un deposito
e ti rende il vecchio sacchetto
con tutta la sua ruggine,
si grida a un miracolo d'onestà,
degno dei Libri etruschi, sino a esigere
il sacrificio di un'agnella inghirlandata.
Vedere un uomo onesto e intemerato
non è per me portento
diverso da un neonato bicefalo,
da pesci trovati con meraviglia
sotto un aratro o da una mula gravida;
e resto sbigottito
come se vedessi piovere pietre,
insediarsi sulla cima di un tempio
a grappolo d'uva uno sciame d'api
o rovesciarsi in mare
un fiume torrenziale
con strani gorghi e vortici di latte.
Ti hanno carpito con perfida frode
diecimila sesterzi:
di questo ti lamenti.
Cosa dovrebbe dire allora
chi ne avesse persi duecentomila,
dati sulla parola, come hai fatto tu?
o un altro che ne avesse persi ancor di piú,
tanti da riempire a stento un forziere
stipato sino all'orlo?
Se non c'è nessun uomo che lo sappia,
è la cosa piú facile del mondo
sbugiardare gli dei chiamati a testimone.
Guarda con che sicumera lo nega,
con che faccia impassibile t'imbroglia.
Giura per i raggi del Sole,
per i fulmini di Tarpeo,
per la lancia di Marte,
per i dardi di Apollo,
per le frecce e la faretra di Diana,
e per il tuo tridente, Nettuno, padre di Egeo;
e poi e poi vi aggiunge l'arco di Ercole,
il giavellotto di Minerva
e tutto l'arsenale delle armi celesti.
Se inoltre è padre, ecco che grida:
'Possa io divorare la testa
del mio infelice figliolo,
lessata in guazzetto nell'aceto di Faro'.
C'è chi dà la colpa di tutto
ai capricci della fortuna
e crede che il mondo si muova senza guida alcuna,
che i giorni e gli anni si susseguano
solo per legge di natura:
per questo s'accosta senza timore
a qualsivoglia altare.
C'è invece chi teme che al delitto segua la pena.
Costui crede che esistano gli dei,
però continua a spergiurare,
ragionando cosí fra sé:
'Iside faccia pure del mio corpo
quel che vuole e col suo sistro adirato
mi spenga gli occhi, purché anche accecato
possa tenermi quei quattrini
che sostengo di non avere:
valgono bene un po' di tisi,
una piaga purulenta, una gamba in meno.
Lada, ridotto in miseria, non esita
ad augurarsi la gotta dei ricchi,
anche se non ha bisogno di Antícira
o di Archígene: che gli serve infatti,
quando soffre la fame,
la gloria di un piede veloce
o un ramo d'ulivo di Pisa?
Per quanto sia terribile,
assai lenta è senza dubbio l'ira dei numi:
se vogliono colpire
tutti quanti i colpevoli,
quando mai giungeranno sino a me?
Ma potrei anche incontrare un nume indulgente:
a colpe come questa
di solito si accorda venia.
Molti commettono crimini uguali,
ma con diversa sorte:
c'è chi finisce in croce
e chi per quel delitto ottiene un trono'.
Cosí libera il suo cuore smarrito
dal terrore della sua colpa orrenda,
pronto a precederti, se lo costringi,
davanti ai sacri altari ed anzi è proprio lui
che a questi in malo modo ti trascina.
La faccia tosta in una causa ingiusta
tant'è piú grande e piú passa per molti
come innocenza. Recita il suo mimo
come lo schiavo in fuga
dello spiritoso Catullo;
e tu, sventurato, gridi a gran voce,
che potresti vincere Stèntore
o piuttosto come Marte in Omero:
'O Giove, ascolti queste cose
senza muovere labbro,
quando dovresti pur parlare,
anche se sei di marmo o bronzo?
Perché mai, sciolti i cartocci, poniamo
sulle tue braci sacri incensi,
fegato a pezzi di vitello
e bianche viscere di porco?
Come vedo, non c'è differenza da fare
tra le vostre icone e la statua di Vagellio'.
Ascolta invece che conforti
potrebbe darti chi
non ha letto i Cinici e i dogmi degli Stoici,
diversi solo per la tunica,
e chi non ha mai studiato Epicuro,
pago delle verdure del suo orticello.
Dai grandi medici si facciano curare
i malati in pericolo di vita:
tu puoi anche affidare le tue vene
a un discepolo di Filippo.
Se mi dimostri che mai è accaduto al mondo
un fatto cosí detestabile,
mi cucirò la bocca; lascerò
che ti percuota il petto a pugni,
che ti illividisca la faccia a suon di schiaffi:
quando capita una disgrazia,
si deve chiudere la porta
e dentro casa versar lacrime
sui quattrini perduti
con gemiti e lamenti piú strazianti
che per un funerale;
nessuno in questi casi
può fingere il dolore,
limitandosi a lacerare l'orlo
della propria veste o a spremere gli occhi
per farne sgorgare una lacrima:
il denaro perduto
va pianto con lacrime vere.
Ma se tu vedi i tribunali pieni
di simili lamenti, se tu senti
che i debitori, dopo che la parte avversa
ha riletto dieci volte il contratto,
dichiarano che la cambiale è falsa
e non vale piú di cartaccia,
mentre ad accusarli è la loro firma
e la gemma piú bella di sardonica
custodita in uno scrigno d'avorio,
proprio tu, gioia mia,
credi d'essere un caso a parte,
perché figlio d'una gallina bianca,
e noi miserabili polli
nati da uova guaste?
Se volgi gli occhi a ben maggiori crimini,
tu soffri un torto che è un'inezia,
che non merita un travaso di bile.
Pensa al sicario prezzolato,
agli incendi dolosi
appiccati con lo zolfo a una porta
che in un attimo prende fuoco;
e pensa a quelli che da un tempio antico
trafugano le grandi coppe
dalla ruggine veneranda,
le offerte dei fedeli
o le corone donate dai re di un tempo;
e se di questi non ne vedi,
c'è di certo il ladruncolo sacrilego
che raschia la doratura a una coscia d'Ercole
o magari alla faccia di Nettuno,
che strappa a Castore una foglia d'oro:
[non credi che, abituato com'è,
esiterebbe a fondere tutto il Tonante?]
Pensa a chi fabbrica e smercia il veleno,
e a chi meriterebbe
d'esser gettato a mare
chiuso in una pelle di bue
con una scimmia innocente dal fato avverso.
Minima parte questa dei delitti
che Gallico, prefetto di città,
deve ascoltare da mattina a sera.
Se vuoi conoscere i costumi umani,
basta una sola casa:
restaci pochi giorni e, venutone via,
vedi se hai il coraggio di dirti infelice.
Chi si meraviglia se vede in Alpi
un gozzo gonfio o a Mèroe tette
piú grosse di un poppante paffutello?
Chi si stupisce
degli occhi azzurri dei germani,
dei loro capelli biondi coi riccioli
impomatati in ciocche attorcigliate?
[Certo, perché per tutti loro
la natura è comune.]
Di fronte all'improvviso strepito
di una nube di uccelli traci
il guerriero pigmeo
afferra le sue armi in miniatura,
ma in un attimo, inferiore al nemico,
viene ghermito e trascinato in cielo
dagli artigli adunchi d'una feroce gru.
Se tu vedessi tutto ciò da noi,
scoppieresti a ridere, ma laggiú,
dove scontri del genere
sono teatro quotidiano,
nessuno ride, perché tutta la tribú
non supera in altezza un piede.
'Quella testa spergiura
per il suo scellerato imbroglio
non subirà dunque pena di sorta?'
Supponi che venga qui trascinato
in pesanti catene e che tu possa
mandarlo a morte come meglio credi
(può lo sdegno pretendere di piú?):
il tuo danno rimane inalterato
e il deposito non ti verrà certo
restituito; per soddisfazione,
ahimè odiosa, non avrai
che il poco sangue di un capo mozzato.
'Ma la vendetta è piacere piú dolce
della stessa vita...' Lascialo dire
agli imbecilli, a chi scoppia di rabbia
per un niente o per futili motivi:
[ogni pretesto, per quanto irrisorio,
è sufficiente a suscitarne l'ira].
Non lo dice Crisippo,
non lo dice Talete nella sua mitezza,
e neppure il vecchio che visse
vicino al dolce Imetto:
mai avrebbe dato all'accusatore
una goccia della cicuta
che ricevette nel crudele carcere.
[La saggezza, cosí feconda,
che a tutti insegna ciò che è giusto,
disseccherà in noi vizi ed errori.]
La vendetta è in ogni caso piacere
di gente meschina, di animi gretti
e malsani. Ne vuoi la prova?
nessuno gode piú della vendetta
di una femmina. Ma perché tu pensi
che restino impuniti
quelli che la coscienza del male compiuto
rende costernati e che, col tormento in cuore
del carnefice, un occulto staffile
logora di sorde ferite?
Portare in petto notte e giorno
un testimone è pena atroce
e assai piú cruda di quelle inventate
dai feroci Cedicio e Radamanto.
A uno spartano, incerto
se trattenere un deposito o no,
coprendo la sua frode con un giuramento,
la vate Pizia rispose che mai
sarebbe rimasto impunito:
voleva infatti sapere il pensiero
di Apollo e se il nume avrebbe assentito al crimine.
Dunque fu per paura, non per onestà,
che lui restituí il maltolto.
Tuttavia la profezia dell'oracolo
si dimostrò in tutto degna del tempio
e infallibile: morí infatti
con tutti i figli, la famiglia
e i parenti per quanto fossero lontani.
Questa la pena che attende chi ha solo
l'intenzione di compiere un delitto:
chi lo medita in segreto fra sé
è come se l'avesse già commesso.
Figurarsi poi se lo realizza.
Ansia perpetua lo divora,
anche quand'è l'ora di pranzo,
senza requie, cosí che non riesce a inghiottire
e il cibo gli si impasta nella gola,
secca come per un morbo, e tra i denti;
l'infelice sputa il vino che beve
e gli pare disgustoso persino
un Albano pregiato invecchiato negli anni;
e se poi gliene offri del migliore,
d'una ragnatela di rughe
gli si aggrinza la fronte,
come se avesse bevuto un Falerno inacidito.
Se per caso di notte
l'angoscia gli concede un breve sonno
e, dopo essersi girato e rigirato nel letto,
riposano le membra, all'improvviso
in sogno vede il tempio
e gli altari del nume profanato;
ma quel che è peggio,
nell'incubo che gli gronda sudore,
vede te, e la tua immagine, maestosa
e piú grande di quella umana,
lo terrorizza e lo costringe
impaurito a confessare.
Eccoli: tremano e impallidiscono ad ogni lampo;
se poi tuona, al primo rombo del cielo
crollano esanimi, quasi che il fulmine
non cadesse a terra per caso
o per furia di venti,
ma per fare irato giustizia.
Non gli è venuto danno? E già paventano
con maggiore angoscia la prossima tempesta,
come se questo sereno fosse solo una tregua.
In piú, se li assale un dolore al fianco
e la febbre non li lascia dormire,
pensano che a inviare al loro corpo
quei morbi sia una divinità sdegnata,
convinti che sian questi
i macigni e le frecce degli dei.
Non osano promettere una pecora
al santuario o una cresta di gallo ai Lari:
cosa infatti può sperare un colpevole
quando cade ammalato?
quale vittima non è piú di lui
degna di rimanere in vita?
[Volubile e quasi sempre incostante
è la natura dei malvagi.]
Quando commettono un delitto
sono privi di dubbi: solo a crimine compiuto
cominciano a distinguere il bene dal male.
Ma, incapace di mutare e ormai incallita,
l'indole loro li riporta
alle pratiche che avevano condannato.
Chi mai ha posto un limite alla colpa?
chi mai ha ritrovato
la forza di arrossire,
una volta che l'abbia espulsa
dalla fronte indurita?
Esiste forse un uomo
che si accontenti di una sola infamia?
Il tuo furfante finirà
per porre il piede in qualche trappola
e dovrà soffrire l'uncino
del carcere duro, una rupe dell'Egeo
o gli scogli affollati d'illustri esiliati.
E allora tu potrai godere
dell'amaro castigo
inflitto all'uomo che detesti,
e soddisfatto riconoscerai,
finalmente, che non esiste nume
sordo e men che meno cieco come Tiresia.

XIV
(l'origine dei vizi)

Moltissimi, Fuscino, sono i vizi
destinati a sinistra fama,
tali da imprimere macchie indelebili
nelle anime piú pure,
che gli stessi genitori col loro esempio
infondono nei figli.
Se a un vecchio piace rovinarsi ai dadi,
l'erede si dà al gioco ancora imberbe
e nel piccolo bussolotto
agita le sue stesse armi.
Il giovane, che da un padre indolente
e goloso d'antico pelo
ha imparato a grattar tartufi,
a mettere in salsa boleti
e a immergere in quell'intingolo i beccafichi,
non permetterà che per sé i parenti
possano sperare meglio di tanto.
Quando il ragazzo avrà fatto sette anni
e non avrà cambiato ancora tutti i denti,
puoi porgli accanto da l'un lato e l'altro
mille e mille precettori barbuti:
pretenderà pur sempre di cenare
a una tavola imbandita con ogni ben di dio
secondo i dettami della grande cucina.
Insegna forse Rútilo
ad essere d'animo mite
e indulgente verso i piccoli errori,
e pensa forse che l'anima e il corpo degli schiavi
siano fatti della stessa materia
e dei nostri stessi elementi?
o non educa piuttosto alla crudeltà,
lui, Rútilo, che gode
all'aspro strepito delle percosse
e che paragonabile non crede
canto di Sirena a sibilo di flagello,
lui, Antífate e Polifemo
di un focolare piú morto che vivo,
felice ogni volta che, chiamato il carnefice,
può far marchiare a fuoco qualche schiavo,
magari per due salviette rubate?
Cosa mai può consigliare a un ragazzo
chi si compiace a stridore di ceppi,
chi prova inaudito diletto a stigmate,
a lavori forzati e carceri?
Sei cosí ingenuo da non attenderti
che la figlia di Larga diventi un'adultera,
quando, anche a limitarne il campo,
non potrebbe elencarti
tutti gli amanti di sua madre
senza doversi interrompere almeno
trenta volte per prender fiato?
Sin da bambina sapeva tutto di lei;
ora è la madre che le detta i bigliettini
da consegnare al suo amante
tramite gli stessi mezzani.
Cosí vuole natura: dentro casa
ogni esempio di vizi assai piú in fretta
ci corrompe, perché piú a fondo
penetrano nell'animo
per l'autorità di chi ce li mostra.
Uno o due giovani, ai quali Titano
ha plasmato con argilla migliore
e piú benevolmente il cuore,
forse li trovi refrattari a questi esempi;
ma le esecrabili orme paterne
fanno da guida a tutti gli altri,
attratti, come sono,
nell'orbita dei vecchi vizi
che hanno di giorno in giorno sotto gli occhi.
Evita dunque ciò che è indegno;
anche se fosse l'unica
c'è una ragione che le vale tutte:
che chi da noi è nato
non segua i nostri crimini,
perché tutti noi siamo inclini
a imitare turpitudini e infamie,
e se a qualunque latitudine,
presso qualsiasi popolo,
puoi incontrare un Catilina,
in nessun luogo accade di trovare
un Bruto o di Bruto uno zio.
Dove c'è un padre, intatto resti l'uscio
da parole o visioni sconce.
Lontano, oh lontano di qui sgualdrine
e canti di nottambuli scrocconi.
Ai bambini si deve massimo rispetto,
soprattutto se prepari un'infamia;
considera l'età del tuo figliolo
e sia proprio la sua infanzia
a proibirti di peccare.
Se un giorno per un'azione compiuta
si attirerà gli strali del censore,
e non solo nel corpo e nel suo volto
si mostrerà simile a te,
ma anche figlio dei tuoi costumi,
e, seguendoti passo passo,
in grado di peccare con maggiore infamia,
tu di certo lo sgriderai
e lo castigherai con aspre grida,
pronto a mutare dopo questo
persino il testamento.
Ma con che faccia potrai farlo,
con quale franchezza di padre,
quando tu stesso, vecchio come sei,
ne fai di peggio e la tua testa,
ormai da tempo priva di cervello,
reclama le ventose del salasso?
Arriva un ospite e nessuno in casa
avrà piú pace: 'Scopa il pavimento,
lucida le colonne,
togli quel ragno secco e tutta la sua tela;
tu strofina a specchio l'argenteria,
tu lustra i vasi cesellati'.
Con la minaccia della frusta,
addosso a tutti infuria
la voce del padrone.
Costernato, tu temi
che, imbrattato dallo sterco di cane,
il tuo atrio possa offendere gli occhi
dell'amico in arrivo,
o che il portico sia sporco di fango,
cose che basta uno schiavetto a far sparire
con solo un po' di segatura:
e non ti preoccupi che tuo figlio
veda piuttosto una casa onorata,
senza macchia e priva di vizi?
Che tu abbia dato alla patria e al popolo
un cittadino è meritevole,
sempre che della patria tu lo renda degno,
valido all'opera dei campi,
valido in quelle di guerra e di pace.
Di capitale importanza sarà
dunque il modo in cui e a quali costumi
tu saprai educarlo.
La cicogna nutre i suoi piccoli
con serpenti e lucertole
scovati in campagne sperdute:
messe le penne, quelli cercano lo stesso cibo.
L'avvoltoio, lasciate le carogne
di giumenti, di cani e criminali,
si affretta alla nidiata
per portare brandelli di cadavere:
e questo è pure il cibo
dell'avvoltoio divenuto adulto
e in grado di nutrirsi come vuole,
quando per proprio conto
si fa il nido su un albero isolato.
Ma l'uccello di Giove, nobile rapace,
caccia nei boschi lepri e caprioli,
portando nel suo covo queste prede:
quando gli aquilotti, cresciuti,
sapranno alzarsi in volo,
spinti dalla fame, si avventeranno
su quelle stesse prede,
che avevano gustato
non appena usciti dall'uovo.
Cetronio si sentiva un costruttore,
e ora nel golfo di Gaeta,
ora sulla rocca di Tivoli,
ora sui monti di Preneste,
coi marmi della Grecia
e di terre lontane,
innalzava grandiose ville,
che eclissavano i templi di Ercole
e della Fortuna, come le terme
dell'eunuco Posíde
eclissavano il nostro Campidoglio.
Per queste dimore Cetronio
certo intaccò le sue sostanze,
mettendo a rischio il patrimonio,
ma l'ammontare dei beni rimasti
non era in fin dei conti piccolo:
a tutto diede fondo
un figlio megalomane,
costruendo ville su ville
con marmi ancora piú pregiati.
Chi ha avuto in sorte un padre
che onora il sabato, altro non adora
che le nuvole e la maestà del cielo,
ritiene che la carne di maiale,
da cui il padre si asteneva,
non differisce da quella dell'uomo,
e prima che può si fa circoncidere;
non tenendo in conto alcuno le nostre leggi,
apprende e osserva norma dopo norma
devotamente quelle ebraiche,
tramandate su tavole arcane da Mosè:
mai a chi non segue il suo culto
rivelerà la strada
e solo i circoncisi
guiderà a cercare la fonte.
Responsabile è il padre
che, astenendosi da ogni occupazione,
rimaneva in ozio un giorno su sette.
L'imitazione d'ogni vizio
nei giovani è del tutto naturale:
anche se contro voglia,
solo l'avarizia vien loro imposta.
Questo è un vizio che può trarre in inganno
con l'apparenza e l'aureola della virtú,
poiché si presenta severo
nel contegno, nel volto e austero nel vestire:
non v'è alcun dubbio che un avaro
possa venir lodato come un uomo
frugale, parco e piú attento
a tutelare la propria fortuna
del drago delle Esperidi
o di quello del Ponto, se fossero loro
a custodire quegli stessi averi.
Aggiungi che la gente stima l'uomo,
di cui parlo, un maestro
nell'arte d'arricchirsi;
son proprio loro i fabbri
che fan fruttare i patrimoni,
[anche se questi crescono con tutti i mezzi
e si dilatano] sopra un'incudine
battuta di continuo
e dentro una fornace sempre ardente.
[E il padre crede felici gli avari,]
perché chi ammira la ricchezza
e pensa che non esistano esempi
di poveri felici, esorta i giovani
a prefiggersi quella strada
e a restare ben saldi in quei principi.
Il vizio possiede i suoi rudimenti;
il padre li inculca nei figli,
obbligandoli a fare proprie
le piú meschine tirchierie;
cosí li inizia al desiderio
di accumulare senza fine.
Con razioni ridotte
porta alla fame i servi,
digiunando egli stesso:
mai si azzarderebbe a mangiare
tozzi di pane ormai verdi di muffa,
abituato com'è nel cuor di settembre
a conservare gli avanzi del giorno prima
o a rimandare alla cena seguente,
sigillato a dovere,
un piatto di fave estive, un pezzo di sgombro,
mezzo siluro ormai andato a male,
o a riporre, dopo averle contate,
fette di porro da tritare.
Anche chi mendica sui ponti
rifiuterebbe un invito a una cena simile.
Ma una ricchezza accumulata fra i tormenti
non è pura pazzia?
non è manifesta follia
vivere in povertà
per morire ricchi sfondati?
E man mano la borsa
si gonfia sino all'orlo,
cresce l'amore del denaro
quanto piú questo cresce,
al punto che lo desidera meno
chi non ne ha. E allora fatti una nuova villa,
visto che una tenuta sola non ti basta
e vuoi allargarne i confini,
perché piú vasto e migliore del tuo
ti sembra il fondo del vicino;
e contratta anche questo, coi suoi alberi
e il folto uliveto che imbianca il monte.
Se il proprietario a nessun prezzo
lo vuol cedere, tu di notte,
in mezzo al suo frumento ancora verde,
manda qualche bue denutrito
con famelici cavalli dal collo smunto,
e fa' che non ritornino alle stalle
prima che tutto il seminato
sia sparito nei loro ventri senza fondo,
cosí da poter credere
che sia stato falciato.
Difficile dire quanti lamentino
simili infamie e quanti siano i fondi
venduti a causa di queste violenze.
Ma quante voci, quante trombe
sulla tua ripugnante fama!
E lui: 'Che danno me ne viene?
Preferisco la scorza di un lupino,
che sentirmi lodare
da tutti i miei vicini,
mentre mieto un pugno di spighe
in un metro di terra'.
Ma bada, immune da malattie e stanchezze,
sfuggirai ad affanni e lutti,
lunga vita e miglior destino avrai,
solo che tu possieda tanta terra
quanta ne aravano i romani sotto Tazio.
Un tempo agli uomini fiaccati dall'età,
che avevano affrontato
le guerre puniche, l'immane Pirro,
le spade dei Molossi,
in cambio di tante ferite
venivano concessi,
sí e no, due iugeri di terra:
questo premio per le fatiche
e il sangue versato a nessuno mai
parve inferiore ai loro meriti
o scarsa mercé della patria ingrata.
Quel pezzetto di terra
bastava a sostentare il padre
e tutta la gente di casa,
dove, dopo aver partorito,
riposava la moglie, mentre intorno
giocavano quattro bambini,
uno figlio di schiavi,
gli altri tre del padrone;
ma per i fratelli maggiori,
che tornavano dall'aratura dei campi,
la cena era piú abbondante
e in grandi paioli fumava la polenta.
Oggi un campo di quelle dimensioni
neppure per un giardino ti basta.
Di qui nascono in genere i delitti,
perché non c'è vizio di mente umana
che, piú della feroce bramosia
di smodate ricchezze,
propini piú veleni
o faccia piú spesso ricorso al ferro.
Chi vuole arricchirsi, lo vuole fare in fretta:
e che rispetto delle leggi,
che paura e pudore
vuoi che abbia un avaro impaziente?
'Ragazzi, di queste capanne
e di questi colli siate felici',
ordinavano un tempo i nostri vecchi,
Èrnici, Marsi o Vestini che fossero;
'guadagnamoci con l'aratro il pane
sufficiente alla nostra mensa:
questo vogliono le divinità dei campi;
col loro aiuto gli uomini,
dopo il gradito dono delle spighe,
si son tolti la nausea della quercia,
che un tempo li nutriva.
Mai s'indurrà a compiere azioni illecite
chi in inverno non si vergogna
di proteggersi con alti stivali
o col cuoio d'una pelliccia
dal vento si difende:
straniera e ignota sia per noi
la porpora, qualsiasi porpora
che a infamie e delitti conduca.'
Questi i precetti di quei vecchi ai giovani.
Ma oggi, al cadere dell'autunno,
i padri svegliano dal sonno i figli
strepitando nel cuore della notte:
'Prendi le tavolette, figlio mio,
scrivi, non dormire, studia le cause,
leggi e rileggi le leggi dei nostri padri,
quelle sottolineate in rosso;
chiedi il grado di centurione,
e fa' in modo che Lelio
noti il tuo capo ancora vergine di pettine,
le tue narici irsute, e ammiri
le tue possenti braccia;
e distruggi le capanne dei Mauri,
le fortificazioni dei Briganti,
perché tu possa avere a sessant'anni
i vantaggi dell'aquila;
oppure, se non ti va di affrontare
le lunghe fatiche della milizia
e l'udire corni e trombe di guerra
ti sconvolge di terrore le viscere,
compra merci da rivendere al doppio
e non aver schifo di quelle
che si dovrebbero relegare oltre il Tevere;
non fare differenza tra profumi e cuoio:
da qualsiasi mercanzia venga,
sempre buono è l'odore del guadagno.
Abbi in ogni momento sulla bocca
questa sentenza, degna degli dei
o d'esser voce dello stesso Giove:

Donde viene ciò che possiedi
nessuno vuol saperlo:
importa solo che tu l'abbia'.
[Questo ai bambini in fasce
insegnano le vecchie balie,
questo imparano tutte le bambine
prima dell'alfabeto.]
Cosí potrei parlare a un padre
che commina tali precetti:
Dimmi, minchione, chi t'impone questa fretta?
Credimi, l'allievo sarà piú bravo del maestro.
Non dubitare: ti supererà,
come Aiace superò Telamone
e Achille il suo Peleo.
Devi aver pazienza con i ragazzi:
la malvagità dell'età matura
non ha impregnato ancora il loro cuore.
Quando comincerà a pettinarsi la barba
o, se lunga, a tagliarla col rasoio,
testimonierà il falso
e venderà per pochi soldi i suoi spergiuri,
toccando il piede e l'altare di Cerere.
Se con una dote per lei mortale
in casa ti entrerà una nuora,
puoi considerarla già morta.
Sai bene quali mani
la soffocheranno nel sonno.
I beni che tu pensi
si debbano cercare per terra e per mare,
se li procurerà tuo figlio
per una via piú breve:
non costa certo fatica un grande delitto.
'Non l'ho indotto e convinto io
a fare questo.' Eppure è solo in te
l'origine e la causa
della sua mente infame.
Chi predica l'amore di grandi ricchezze
e con sciagurati precetti
rende avari i suoi figli,
[cosí che con la frode imparino
a raddoppiare i patrimoni,]
toglie i freni e allenta le briglie al carro:
se lo richiami, non puoi piú fermarlo
e, senza badarti, s'invola
ben lontano dal suo traguardo.
Nessuno pone un limite ai delitti,
se tu glieli consenti:
ben altro è ciò che si concedono.
Quando a un giovane dici che è sciocco
chi fa un dono a un amico,
chi dà conforto e aiuto
alla povertà di un parente,
tu cosí gli insegni a rubare,
a imbrogliare e a procurarsi ricchezze
con qualsivoglia crimine,
ricchezze il cui amore in te
è pari a quello che avevano in cuore
i Deci per la patria e Meneceo,
se i greci dicono il vero, per Tebe,
dove nei solchi, dai denti del drago,
sorsero guerrieri armati di scudo,
che in un baleno presero a combattersi
in spaventosa guerra,
come se il trombettiere
fosse nato con loro.
E vedrai allora quel fuoco,
che hai tu stesso attizzato,
da ogni parte avvampare
e divorare tutto quanto.
Neppure tu potrai salvarti:
il leone, che tu stesso hai cresciuto,
sbranerà nell'arena
con orrendi ruggiti
l'atterrito maestro.
Il tuo oroscopo è noto agli astrologi,
ma è penoso aspettare
il lento volgere del fuso:
morirai prima che il tuo stame
sia reciso. Tu sei l'ostacolo,
intralci le sue voglie;
la tua interminabile vecchiaia
tormenta il giovinotto.
Presto, chiama Archígene, compra
l'antidoto che usava Mitridate:
se vuoi cogliere ancora qualche fico
e sfogliare altre rose,
urge procurarsi quel farmaco,
che padri e re
devono sorbire prima dei pasti.
Ed eccoti un piacere senza uguali,
che a nessun teatro, a nessun spettacolo,
allestito con sfarzo da un pretore,
tu potresti paragonare: guarda
quanti pericoli di vita
comporta l'ampliamento della casa,
un grande patrimonio
chiuso nel forziere di bronzo,
o i quattrini da porre
sotto la custodia di Castore,
da quando Marte Ultore,
incapace di proteggere le sue cose,
s'è fatto rubare persino l'elmo.
Puoi lasciar perdere tutti i sipari
di Flora, di Cibele e Cerere:
le vicende umane sono svago migliore.
Possono forse dare piú diletto
i funamboli in volo fra i trapezi,
quelli in bilico sulla corda tesa
o non tu, eternamente inchiodato
sulla tolda di una nave coricia,
che hai eletto a fissa dimora,
col rischio continuo d'esser travolto
da Coro ed Austro, tu,
[scellerato e abietto mercante
di fetide merci insaccate,]
tu, che riponi il tuo piacere
nel trasportare dalle coste dell'antica Creta
un denso vin passito, imbottigliato
nella terra di Giove?
Chi cammina sulla fune con passo incerto,
lo fa per guadagnarsi il pane,
e con quella corda si difende da freddo e fame:
tu per mille talenti e cento ville
rischi la morte. Guarda i porti,
guarda com'è pieno il mare di navi e navi:
ormai ci sono piú uomini in mare
che in terra. Dovunque balena
speranza di guadagno,
se ne andrà questa flotta,
e non soltanto varcherà
i flutti di Carpazia e di Getulia,
ma, lasciata alle spalle Calpe,
udrà stridere il sole dentro i gorghi d'Ercole.
Val davvero la pena
aver visto gli abitanti del mare
e i mostri dell'Oceano,
per poter ritornare a casa
con la borsa rigonfia
e fieri del suo cuoio teso!
E unica non è la pazzia
che travaglia le menti.
Quello, tra le braccia della sorella,
è terrorizzato dal volto e il fuoco delle Eumenidi;
questo, nell'immolare un bue,
crede che il suo muggito
sia quello di Agamennone o di Ulisse.
Anche se non si straccia tunica e mantello,
chi riempie sino al bordo le navi di merci,
separato dai flutti solo da una tavola,
ha, stai certo, bisogno di un tutore,
poiché la causa di tanti malanni
e di tanti pericoli
altro non è che un pezzetto d'argento
con iscrizioni e piccoli profili.
Compaiono nuvole e folgori:
'Sciogliete le funi', grida il padrone
del carico di grano e pepe:
'non v'è alcuna minaccia
nel colore del cielo
o in quella striscia nera:
sono tuoni d'estate'. Sciagurato,
forse proprio stanotte,
con la nave a pezzi, farà naufragio
e travolto dai flutti affonderà
stringendo ancora con la mano
o tra i denti le corde della borsa.
Non gli bastava tutto l'oro
che nella loro sabbia scintillante
trascinano il Tago e il Pattolo;
ora, perduta la nave,
dovrà accontentarsi di stracci
per coprire il suo ventre assiderato
e di qualche tozzo di pane,
un relitto, ridotto a mendicare
e a cercar di campare
mostrando il quadretto della tempesta.
Accumulate con tanta fatica,
con affanni e timori ben maggiori
si conservano le ricchezze:
custodire un grande patrimonio è un inferno.
Di notte quel riccone di Licino
tiene sempre all'erta una coorte di servi
coi secchi in mano, perché teme
per la sua ambra, le sue statue,
le colonne di Frigia, il suo avorio
e i suoi grandi intarsi di tartaruga.
Ma la botte di quel cinico ignudo
non accade che vada a fuoco;
se gliela sfasci, domani ne avrà un'altra
o, riparata con il piombo,
gli rimarrà quella per abitare.
Quando Alessandro vide quel grand'uomo
vivere in un tal guscio,
comprese quanto fosse piú felice
chi non ambisce nulla,
di chi vuole per sé il mondo intero
e deve affrontare rischi pari alle imprese.
Se sei saggio, non v'è nume che conti:
siamo noi che di te, Fortuna,
noi soli facciamo una dea.
Se v'è chi me lo chiede,
indicherò quale della ricchezza
è la giusta misura:
quella che reclamano sete, fame e freddo,
quella che a te, Epicuro,
bastava nel tuo piccolo giardino,
quella che ancor prima v'era in casa di Socrate:
natura e saggezza, un solo linguaggio.
Pensi che ti imprigioni
in esempi troppo severi?
Mescola a questi parte dei nostri costumi,
raccogli la somma che ti consente,
secondo la legge di Otone,
il privilegio delle prime quattordici file.
E se ancora storci la bocca
e aggrotti la fronte, comprati due cavalierati,
moltiplica per tre i quattrocentomila sesterzi.
E se cosí non ti ho riempito il cuore,
se ad altro ancora aspira,
non basteranno alla tua voglia
la fortuna di Creso,
quella dei re persiani,
e neppure i tesori di Narcisso,
a cui Cesare Claudio accordò tutto
e di cui eseguí persino l'ordine
di uccidergli la moglie.

XV
(un mondo di cannibali)

Chi non sa quali mostri venera,
Volusio di Bitinia, il folle Egitto?
In un luogo si adora il coccodrillo,
in un altro si ha sacro timore dell'ibis,
gran razziatore di serpenti.
Qui, dove giace sepolta l'antica Tebe
dalle cento porte e risuonano
le magiche corde dei ruderi di Mèmnone,
riluce la statua dorata
d'uno scimmione sacro.
Intere città venerano i gatti,
altre un pesce del Nilo o un cane,
nessuna Diana. Sacrilego è profanare
frantumando a morsi porri e cipolle
(o sante genti: per loro gli dei
nascono negli orti!); mensa non v'è
in cui non ci si astenga
dalla carne di animali da lana:
mostruoso è sgozzare un capretto;
lecito è invece nutrirsi di carne umana.
Raccontando queste mostruosità
alla tavola di un Alcinoo sbalordito,
Ulisse pare che abbia provocato
irritazione e sarcasmo in alcuni,
quasi fosse un bugiardo contafavole:
'Non c'è nessuno che butti a mare quest'uomo,
che s'inventa immani Lestrígoni e Ciclopi,
degno, lui sí, dell'orrenda e vera Cariddi?
Sembrano piú credibili persino Scilla,
le rupi Cianee in lotta fra loro,
gli otri stipati di tempeste o Elpènore,
toccato dalla verghetta di Circe,
che grugnisce insieme ai suoi rematori
mutati in porci. Tanto sciocco
crede il popolo dei Feaci?'.
Chi aveva attinto pochissimo vino
all'anfora di Corfú ed era ancora sobrio,
a buon diritto cosí ragionava:
a parlare di queste cose
senza testimoni era solo Ulisse.
E anch'io vi narrerò un fatto incredibile,
sí, ma accaduto di recente
sotto il consolato di Iunco
oltre le mura dell'afosa Copto,
un delitto di massa
piú efferato d'ogni finzione tragica.
Non v'è tragedia, anche se le consulti tutte
da Pirra in poi, dove un delitto
venga commesso da un intero popolo.
A questo grado d'orrenda ferocia
è giunto il nostro tempo: ascolta.
Tra le città vicine di Ombo e Tèntira
una rivalità che si perde nel tempo
mantiene acceso un odio senza fine
e ferite insanabili.
Tanto reciproco furore nasce
perché le due popolazioni
odiano gli dei del vicino,
convinte che siano vere divinità
solo quelle che loro adorano.
Per uno dei due popoli è tempo di festa
e a tutti i capi e maggiorenti
della città nemica
parve occasione buona
per impedire agli altri di godersi
in santa pace e felici quella giornata
e il piacere dei sontuosi banchetti
allestiti davanti ai templi e nei crocicchi
insieme ai letti, dove notte e giorno
si veglia, distesi talvolta
sino a che il sole del settimo giorno
non li sorprende.
L'Egitto è certo paese selvaggio,
ma in quanto a sfrenatezza, come io stesso ho visto,
questa barbara marmaglia non cede
neppur di fronte alla malfamata Canopo.
Ora, non ci vuol molto a vincere gente ubriaca,
con la lingua impastata e le gambe malferme.
Da una parte uomini che danzano al suono
di un nero flautista, profumi d'ogni genere,
fiori e tante corone sulle fronti;
dall'altra l'odio di gente affamata.
Risuonano le prime ingiurie:
per quegli animi eccitati è la diana della rissa.
Con uguale clamore si viene alle mani
e in luogo delle armi infuriano i pugni.
Poche son le mascelle che si salvano,
pochi o nessuno nella zuffa i nasi intatti.
In entrambe le schiere volti mutilati,
sembianze sfigurate,
ossa che spuntano da guance fracassate,
pugni lordi del sangue che gronda dagli occhi.
Eppure lo credono ancora un gioco,
una battaglia di ragazzi,
visto che non calpestano cadaveri.
A che scopo combattersi a migliaia,
se tutti sono ancora vivi?
Perciò l'impeto si fa piú accanito:
raccolti sassi in terra,
ecco che, tendendo le braccia,
cominciano a scagliare
queste armi tipiche delle rivolte.
Ma non massi come quelli di Turno e Aiace,
o del peso di quell'altro con cui Diomede
ferí alla coscia Enea: pietruzze
che possono scagliare mani assai diverse,
mani del nostro tempo.
Sin da quando viveva ancora Omero
la nostra specie cominciò a degenerare;
ora la terra nutre
soltanto uomini malvagi, inetti,
e se li vede un nume, qual che sia,
con odio li schernisce.
Ma riprendiamo il filo.
Ricevuti rinforzi, una delle due parti
decide di metter mano alla spada
e di riaccendere la mischia a suon di frecce.
Sotto l'incalzare degli Ombi,
gli abitanti della vicina Tèntira,
immersa nei palmizi,
volgono le spalle in precipitosa fuga.
Uno di loro, mentre per la gran paura
corre all'impazzata, cade e vien catturato.
Tagliato a pezzi e pezzi minutissimi,
perché un solo morto basti per tutti,
quella masnada vittoriosa tutto se lo mangia
sino all'osso, senza curarsi affatto
di cuocerlo bollito in pentola o allo spiedo,
accontentandosi del cadavere crudo,
tanto lungo pareva attendere
che il fuoco fosse pronto.
E almeno questo ci rallegri:
non violarono il fuoco che Promèteo,
strappandolo alla sommità del cielo,
donò alla terra; [rendo grazie al fuoco
e penso che anche tu ne sia felice].
Ma chi ebbe cuore di mettere i denti
su quel cadavere, sembrava non aver
mai mangiato niente di piú gustoso.
In cosí grande strazio, credi,
a provar piacere di quella carne
non furono soltanto i primi:
l'ultimo arrivato, quando ormai tutto il corpo
è divorato, sfregò il suolo con le dita
per assaggiare almeno un po' di sangue;
e piú non domandare.
I Vàsconi, si dice, con queste vivande
salvarono un tempo la loro vita;
ma la cosa è diversa:
qui si trattava di avversità della sorte,
di estrema necessità di una guerra,
di situazione disperata,
di fame atroce dovuta a un assedio senza fine.
[In questi casi, come della gente
della quale ho parlato,
un episodio di cannibalismo
merita compassione.]
Esaurito ogni filo d'erba, ogni animale
ed ogni cosa che esige il furore
del loro ventre vuoto, oggetto di pietà
degli stessi nemici
per il pallore, la magrezza
e le membra scarnite, spinti dalla fame
addentavano il corpo altrui,
pronti a divorare anche il proprio.
Chi mai di noi o degli dei
negherebbe il perdono a gente
che aveva patito cosí crudeli
e immani pene? L'avrebbero assolta
persino i Mani, dei cui corpi
s'era cibata. Certo,
nelle sue massime Zenone
offre migliore insegnamento:
[alcuni infatti ritengono che non tutto
sia lecito per salvare la vita;]
ma come poteva essere stoico un Càntabro,
in piú al tempo del vecchio Metello?
Ora il mondo intero si è incivilito
alla cultura greca e nostra:
l'eloquenza di Gallia persino in Britannia
ha formato avvocati e a Tule
già si parla di stipendiare un retore.
Sí, quel nobile popolo di cui ho detto,
e il Saguntino, pari in coraggio e virtú,
anche se provato da sciagura maggiore,
possono trovare qualche attenuante:
ma l'Egitto è piú sanguinario
degli altari della Meòtide.
La Tàuride infatti, inventrice,
se ai poeti si può dar fede,
di questi orrendi sacrifici,
si limita a immolare esseri umani,
senza che la vittima abbia a temere
ulteriori offese, piú gravi del coltello.
Ma quale circostanza spingeva costoro?
Quale rabbiosa fame, quale assedio di nemici
a osare tale mostruosità li costrinse?
Non v'era piú efficace scongiuro da fare
perché il Nilo non negasse la piena
alle riarse campagne di Menfi?
Ma questa imbelle e inutile marmaglia
incrudelí con una rabbia
che mai ebbero i terribili Cimbri,
i Bretoni e neppure i truci Sàrmati
o gli spietati Agatirsi; e pensare
che son soliti alzare minuscole vele
su barchette d'argilla e piegare la schiena
sui corti remi di questi gusci dipinti.
Non saprei trovare una pena adatta
a tanta scelleratezza o un supplizio
degno di gente come questa,
nella cui mente fame ed odio
sono esattamente la stessa cosa.
La natura, dando le lacrime al genere umano,
attesta di averlo fornito
anche di un cuore facile alla commozione.
Questa è la parte migliore della nostra coscienza.
Quando un amico è chiamato in giudizio,
la sua penosa situazione
ci strappa il pianto, e cosí quando un orfano,
che vela coi lunghi capelli di fanciulla
il viso rigato di lacrime,
cita in giudizio il tutore infedele.
È per istinto naturale che piangiamo,
quando incontriamo il funerale
di una vergine in età da marito
o quando si seppellisce un fanciullo
troppo piccolo per fiamme di rogo.
Dov'è quell'uomo onesto
e degno della fiaccola segreta,
come lo vuole il ministro di Cerere,
che crede non appartenergli alcun dolore?
Questo ci distingue dal mutismo degli animali:
noi soli abbiamo avuto in sorte
il sacro dono di ragione,
di attingere al divino
e di creare e praticare l'arte,
traendo dal cielo quella coscienza
negata agli esseri che stanno proni
e con lo sguardo fisso al suolo.
Nascendo il mondo, a loro il Creatore
diede solo la vita: a noi un'anima,
perché da un mutuo amore fossimo costretti
a chiedere e a prestare aiuto,
a riunire in un sol popolo gli uomini dispersi,
a uscire dall'ancestrale foresta
abbandonando i boschi, dimora degli avi,
a costruire case, unendo il nostro tetto
al focolare altrui,
cosí che la reciproca fiducia
dei vicini rendesse piú sicuro il sonno,
a proteggere in armi il cittadino
caduto o vacillante per grave ferita,
a lanciare segnali con la medesima tromba,
a difenderci con torri in comune
e dietro porte chiuse da un'unica chiave.
Ma ormai c'è piú concordia tra i serpenti.
Ogni belva risparmia quella
che ha macchie simili alle sue:
quando mai a un altro leone
tolse la vita il leone piú forte?
in quale bosco un cinghiale è spirato
sotto i denti di un cinghiale piú grosso?
In India la tigre vive in pace perpetua
con altre tigri feroci e l'accordo
regna persino tra gli orsi crudeli.
Ma all'uomo non basta forgiare
su scellerate incudini armi di morte
(i fabbri primitivi,
che ignoravano l'arte
di modellare spade,
si limitavano a fondere sarchi,
rastrelli e sudavano su vomeri e zappe):
vediamo popoli che per placare l'ira
non si accontentano di uccidere,
ma credono che petto, braccia e volto
siano cibo e nient'altro.
Se oggi vedesse queste infamie umane,
cosa direbbe Pitagora, dove fuggirebbe?
lui che si asteneva da tutti gli animali,
quasi fossero creature umane,
e non concedeva al suo ventre
neppure tutti i tipi di legumi?

XVI
(vantaggi della vita militare)

Chi potrebbe elencare, Gallio,
i vantaggi d'una felice vita militare?
Se si presenta un buon accampamento,
le sue porte sotto propizia stella
accolgano anche me, timida recluta.
Val piú un'ora di fato benigno
che un biglietto di raccomandazione
di Venere a Marte o della madre dei numi
ammaliata dalle spiagge di Samo.
Esaminiamo prima i vantaggi comuni.
Il piú piccolo non è certo
che nessun civile osi picchiarti:
anzi se è bastonato lui,
fa finta di niente e si guarda bene
da mostrare al pretore i denti rotti,
la faccia viola e tumefatta
dal gonfiore dei lividi,
l'unico occhio rimasto, sul quale
il medico non promette nulla di buono.
A chi per questo volesse giustizia
come giudice vien dato uno stivale bardaico
con enormi polpacci su un grande sgabello,
secondo l'antica legge castrense
conservata dal tempo di Camillo,
per la quale un soldato
non può essere chiamato in giudizio
fuori del campo e lontano dagli stendardi.
'Ma trattandosi di un soldato', dici,
'è giustissimo che l'inchiesta
sia affidata a un centurione;
se la mia causa è giusta
ne avrò soddisfazione.'
Errore, tutta la coorte ti è contro
e, in pieno accordo fra loro, i manipoli
faranno sí che la punizione sia lieve
e per te piú offensiva dell'oltraggio.
Sarebbe impresa degna
di quel somaro chiacchierone che è Vagellio
che tu, con le sole tue gambe,
umiliassi tanti stivali
e tante migliaia di chiodi.
Del resto, chi sta cosí lontano da Roma,
chi ha il coraggio di un Pilade
da varcare con te i bastioni
di un campo militare?
Meglio asciugarsi subito le lacrime
e non costringere gli amici
chiamati in aiuto a inventarsi scuse.
'Produci un testimone', dirà il giudice:
se chi ha visto sferrare i pugni,
sia quel che sia, oserà dire 'Ho visto',
io lo riterrò degno della barba
e dei capelli dei nostri antenati.
Si fa piú presto a presentare un teste falso
contro un civile, che uno vero
contro il rango e l'onore di un soldato.
E vediamo gli altri vantaggi e privilegi
del giuramento militare.
Se una canaglia di vicino
mi ha carpito un pezzo di valle o un campo
del podere avito, strappando
la pietra sacra posta sui confini,
pietra che tutti gli anni
onoravo con grandi focacce e polenta;
se un debitore si ostina a non rendermi
il denaro che gli ho prestato,
sostenendo che la cambiale è falsa
e non vale un bel niente,
dovrò attendere il periodo dell'anno
in cui per tutti si aprono i processi.
Ma anche allora infinite son le noie,
mille i rinvii da sopportare;
il piú delle volte ci sono solo i banchi:
noi siamo pronti, ma l'eloquente Cedicio
già si toglie il mantello, Fusco
corre ad orinare, e veniamo congedati;
cosí continuiamo a lottare
nella neghittosa arena del Foro.
Ma quelli che portano le armi
e cingono la spada
possono scegliere a loro piacere
il giorno della causa
e il loro denaro non si disperde
negli infiniti intralci della lite.
Inoltre i militari
possono fare testamento
anche se il padre è vivo,
perché i guadagni ottenuti in servizio
non fanno parte, per la legge,
del patrimonio che amministra il padre.
Cosí Corano, che come guardiabandiera
riceve il soldo della ferma,
vien circuito da quel vecchio tremulo
che è suo padre: fondata immunità
che lo pungola e lo compensa
per le sue nobili fatiche.
Il primo interesse di un comandante
è certo quello che chi è valoroso
sia anche piú felice,
e che tutti sian soddisfatti
di collane e medaglie, tutti...

APPENDICE



I TRE EPIGRAMMI DI MARZIALE PER GIOVENALE

VII 24

Perfida lingua, che cerchi d'aizzarmi contro
il mio Giovenale, cos'altro oserai dire?
Le tue infami macchinazioni farebbero a Oreste odiare
Pílade e perdere a Teseo l'amore di Pirítoo;
dividere potresti i due fratelli di Sicilia,
i due piú grandi Atridi e gli stessi figli di Leda.
Per queste tue virtú, per queste tue prodezze t'auguro,
linguaccia, di fare ciò che immagino tu già faccia.
VII 91

Del mio campicello, facondo Giovenale,
ecco, ti mando noci per i Saturnali.
A fanciulle lascive gli altri frutti
li ha donati il membro in fregola di Priapo.
XII 18

Mentre affannato forse tu t'aggiri
nel chiasso di Suburra, Giovenale,
o batti il colle di Diana Signora;
mentre davanti agli atri dei potenti
tergi il sudore con la toga e vaghi
stanco morto dall'uno all'altro Celio;
io, qui tornato dopo molti inverni,
vivo in braccio alla mia Bílbili, fiera
d'oro e di ferro, come un contadino.
E qui in dolci mansioni pigramente
bazzico da Boterdo a Platea (nomi
fra i piú ignoti anche in terra di Spagna);
mi godo lunghe e sfacciate dormite,
che a volte nemmeno il giorno interrompe,
e mi rivalgo di tutto quel sonno
che in trent'anni d'insonnia ho sperperato.
Ignota è la toga; se chiedo un abito
è quello accanto su una sedia zoppa.
Quando mi alzo, mi scalda il focolare
pien di ceppi del vicino querceto,
con le teglie della massaia appese.
E arriva un cacciatore, che compagno
vorresti nei recessi di una selva;
sovrintende agli schiavi un garzoncello
che chiede di tagliar loro i capelli.
Questa è vita e cosí voglio morire.

10 commenti:

Anonimo ha detto...

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